Cinque previsioni sulla Eastern Conference

La stagione Nba è finalmente alle porte. Le interviste di inizio training camp hanno riportato il focus sul campionato dopo quattro mesi di letargo. Le prime partite di pre-season ci hanno ricordato una volta di più quanto il momento che precede la prima vera palla a due sia inutile e privo di argomenti interessanti. Tuttavia la Regular Season in arrivo sembra di tutt’altro tono, con un sacco di spunti, tendenze e giocatori da osservare con attenzione nell’arco dei prossimi mesi. Ho cercato di riassumere tutto questo con dieci previsioni – qualcuna più visionaria, qualcuna più realistica – che mi aspetto avverarsi da qui a fine stagione. Cinque per la Eastern Conference e cinque per la Western Conference.

 

1) Tatum MVP

Cominciamo calando subito i carichi pesanti. Ai nastri di partenza, Tatum non è un top tier come candidato MVP. Davanti a lui Embiid, Jokic, Doncic e Giannis sembrano avere sulla carta chance maggiori per sollevare il più ambito trofeo individuale. Dalla superstar dei Celtics però ci si aspetta la stagione della definitiva consacrazione. Tatum, a quasi 26 anni, è ormai alla sua settima stagione in lega ed è stabilmente inserito nel primo quintetto All-Nba. Manca ancora il centesimo per arrivare al dollaro, monetina che potrebbe trovare proprio quest’anno.

L’anno scorso, il numero 0 ha sfondato il tetto dei 30 punti di media a partita senza vedere crescere il suo usage rispetto alle stagioni passate (32,1% nel 2021-22 contro il 32,7% nel 2022-23). Segno di una migliore selezione di tiro e di una consapevolezza offensiva aumentata, come dimostrano i valori di true shooting (57% del 21-22 salito al 60% nel 22-23). Numeri che potranno solo migliorare, grazie anche a un quintetto titolare uscito potenziato dai movimenti estivi. I Celtics sono i più credibili canditati a vincere la Eastern Conference e l’aggiunta di Jrue Holiday porta una pericolosità sui due lati del campo che Smart non poteva garantire. Se Boston confermerà le attese e Tatum manterrà un livello anche solo comparabile a quello dell’anno scorso, ecco che potrebbe sedersi al tavolo dei candidato per l’MVP con ottime argomentazioni.

 

2) I Raptors andranno ben oltre le aspettative

Al momento Toronto è una delle squadre che suscita meno interesse tra gli addetti ai lavori. La franchigia, dopo il titolo del 2019, non è riuscita a confermarsi come squadra di riferimento ad Est e nelle ultime cinque stagioni sono state appena due le apparizioni (piuttosto anonime) ai playoffs. Anche Las Vegas è dello stesso avviso, avendo posizionato l’over/under di vittorie a 36,5. Ma non è tutto da buttare, anzi. Di certo passare dalla solidità di Van Vleet all’esuberanza (per non dire altro) di Schroeder non è proprio il sogno di ogni coach.

I Raptors però possono presentarsi al via della stagione senza alcuna pressione. Non avendo più le proprie scelte a disposizione, i canadesi possono evitare di scadere nel tanking matto e disperatissimo, cercando di fare la stagione migliore possibile. Il trio Barnes-Siakam-Anunoby (con gli ultimi due in contract year), costituisce un pacchetto di esterni di grande livello, capace di garantire switch difensivi contro praticamente tutti i giocatori in lega. Tutto questo senza perdere pericolosità e fantasia in attacco. In Canada si aspettano grandi cose anche da Poeltl. L’austriaco non sarà uno dei primi cinque centri della lega ma nella seconda parte della stagione passata, ha portato quello che a Toronto mancava da troppo tempo: una solida presenza nel pitturato.

Due esempi della difesa di Poeltl: uscita alta sul p&r a difendere il tiro da 3 e contentimento del lungo.

 

L’aggiunta dell’ex Spurs si è sentita parecchio, non tanto a rimbalzo quanto nella difesa perimetrale. Un lungo capace di chiudere le linee di penetrazione e difendere alto sul pick ‘n roll permette ai difensori sull’arco di essere più aggressivi sui close-out e contestare meglio le conclusioni dalla lunga distanza. Il risultato è stato un abbassamento delle percentuali degli avversari, soprattutto dalle corner three dove i valori sono scesi dal 40,6% al 34,5% e un record di 15-10. Di certo Toronto non è in grado di ambiare ai primi posti a Est, tuttavia se coach Rajakovic (alla prima esperienza come capo allenatore) riuscirà a far funzionare tutti i pezzi a disposizione, i Raptors saranno una spina nel fianco costante per le altre 29 squadre.

 

3) Chicago Bulls: solida second unit e miglioramenti in attacco

Ok, sembra un po’ esagerato dedicare un intero paragrafo ai panchinari di una squadra pronosticata a metà classifica. I Bulls però quest’anno hanno un potenziale difensivo notevole. Per certi aspetti migliore anche della scorsa stagione dove hanno chiuso come quinta miglior difesa. I tre giocatori principali (Derozan, LaVine e Vucevic) non sono certo famosi in lega per l’attitudine difensiva e Coby White (al momento nel quintetto titolare) brilla di più nella metà campo offensiva che difensiva. Però intorno a questo core i Bulls hanno un gruppo di giocatori estremamente utili e funzionali.

La partenza di Beverley è stata risolta con l’arrivo di Jevon Carter, giocatore che per attitudine – e non per carattere – è molto simile al prodotto di Arkansas, capace di garantire il pressing a tutto campo tanto richiesto da coach Donovan la scorsa stagione. Una delle firme sottovalutare della free agency. Sotto questo aspetto, l’accoppiata con Caruso non garantirà giocate glamour e scintillanti in attacco ma porterà grande solidità e concretezza sui due lati del campo. Chi invece è chiamato a una stagione di risposte è Patrick Williams. Dopo il brutto infortunio che lo ha tenuto ai box per quasi tutta la stagione 2021-22, l’ala da Florida State deve cambiare passo per dimostrare di essere un affidabile titolare. Anche perché, essendo in scadenza di contratto, proprio quest’anno si giocherà buona parte del suo prossimo futuro Nba.

L’idea di Billy Donovan è quella di sviluppare una squadra partendo dalla solidità dell’anno passato, in grado però di essere più pericolosa offensivamente. Fondamentale sarà aumentare il pace (18° in lega nel 2022-23) e magari esporsi a qualche palla persa in più scommettendo sulla capacità difensiva di rattoppare eventuali errori.

 

4) I Knicks scambieranno Julius Randle

I Knicks, udite udite, da qualche tempo stanno lavorando con un qualche senso logico. Non stiamo parlando di mosse illuminate o strategicamente fini ma quanto meno non stanno facendo danni o cadendo in errori grossolani come negli anni (per non dire decenni) passati. Cavalcando l’onda di questo rinascimento sportivo, la prossima decisione di peso che attende la dirigenza riguarderà il futuro di Julius Randle. Un osservatore superficiale potrebbe stupirsi del fatto di volersi liberare di lungo capace di garantire un solido 25 e 10 di media. Superficiale, appunto, perché questi numeri sono solidi come il cristallo di Boemia.

Randle, a maggior ragione dopo l’ascesa di Brunson, si è rivelato una creatura troppo spesso fuori contesto ed eccessivamente ingombrante. Un giocatore al quale per status è necessario garantire un certo numero di possessi e conclusioni che risultano estremante dannosi per il flow offensivo di una squadra che già si fonda su equilibri molto particolari. Esempio manifesto sono stati i 57 punti siglati nella sconfitta in casa contro Minnesota.

La prestazione da 57 punti di Randle contro Minnesota

 

Escludendo i tiri da 3 punti sugli scarichi, tutte le azioni offensive di Randle hanno un comune denominatore. Un eterno isolamento in cui il numero 30 tiene palla non facendo muovere la difesa ed estromettendo totalmente i compagni dal gioco. Per lui career high di punti, ma per la squadra una sonora sconfitta. Problema ancora più evidente ai playoffs, dove qualsiasi quintetto con Randle in campo non è mai riuscito a trovare ritmo offensivo e canestri puliti. Per la gioia di Spoelstra e degli Heat.

Con questi presupposti il futuro più plausibile per entrambe le parti sembra proprio quello della trade. New York per aggiungere elementi più funzionali a una squadra che, per esempio, ha bisogno come l’aria di pericolosità dal perimetro. Randle per cambiare contesto e trovare nuovi stimoli, lontano da una città e una tifoseria con la quale non è mai scattata la scintilla. In questa direzione un ulteriore indizio è la decisione del lungo di cambiare agenzia passando dalla storica CAA, da sempre estremamente vicina alle questioni Knicks, alla WME. Mossa molto insolita considerando il fatto che sono ancora tre gli anni di contratto garantiti. Di solito mosse del genere si fanno in ottica free agency.

 

5) I Sixers faranno reset e cominceranno da capo

Diciamolo chiaramente, le possibilità che sia arrivato il canto del cigno del Process e di tutto quello che ha rappresentato in questi dieci anni sono enormi. Il progetto a lungo termine di Philadelphia non ha funzionato come sperava nel 2013 Sam Hinkie, quando cominciò un percorso di distruzione e ricostruzione di una squadra allo sbando. Philadelphia è risorta, ritornando tra le nobili ad Est. Tuttavia non ha mai dato l’impressione di poter competere chiaramente per il titolo. In sei apparizioni consecutive ai playoffs, guidati dall’Mvp in carica Embiid, i Sixers non hanno mai superato il secondo turno. Ogni anno si è provato ad affiancare al nativo del Camerun giocatori molto diversi tra loro, senza mai trovare la quadra. Harden, Butler, Harris, Horford. Nessuno, per un motivo o per un altro, è riuscito a far compiere a Phila lo step in più. Per non parlare della telenovela Ben Simmons.

A 30 anni suonati, Embiid sta mandando segnali inequivocabili alla società. La finestra a disposizione per vincere si sta restringendo sempre di più anche a causa di un fisico non proprio al top. Come se non bastasse, le esternazioni in cui rivela di volere il meglio per se stesso e per la sua carriera sono sempre più frequenti e rumorose. Non certo dichiarazioni d’amore incondizionato. Ecco che in quest’ottica la soluzione più dolorosa (ma anche più conveniente in ottica futura) sarebbe guardare in faccia la realtà, scambiando uno dei primi cinque giocatori della lega, nel prime della carriera. Magari per una quantità spropositata di assets dai quali ripartite e ricostruire. Ci vuole coraggio a fare una mossa del genere, soprattutto in una città calda e passionale come Philadelphia. Tuttavia, potrebbe essere l’unica soluzione per non ritrovarsi in una situazione scomoda. Come quella che ha vissuto Portland con Lillard questa estate.


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Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda