Con Knight muore uno spicchio di storia del basket

È morto all’età di 83 anni il leggendario Bobby Knight, coach che ha scritto la storia del basket universitario degli anni ’70 e ’80. A seguito di una lunga malattia che lo ha costretto a rimanere ricoverato in ospedale dallo scorso aprile, lo storico allenatore degli Indiana Hoosiers è morto nella sua casa di Bloomington.

 

I primi passi nel mondo collegiale

Nato nel 1940 a Orrville in Ohio e cresciuto da una famiglia ben istruita, Robert “Bobby” Knight ereditò fin da piccolo dalla madre insegnante elementare, l’interesse per la lettura. Passione che provò ad istillare anche nei suoi giocatori, dai quali pretendeva buoni risultati sia dentro che fuori dal campo.

Grande appassionato di basket, tentò inizialmente la carriera da giocatore, arrivando anche a vincere un titolo NCAA con Ohio State seppur non da protagonista. Non era dotato di un grandissimo talento quindi i minuti in campo per lui erano pochi, ma si fece notare sin da subito per la sua intelligenza cestistica. Finito il college, grazie alla soffiata del suo ex allenatore George Hunter, ottenne subito un posto da assistente ad Army nel 1963. Due anni più tardi, con il ritiro di Hunter, fu proprio Knight ad essere promosso a head coach a soli 25 anni, diventando il più giovane allenatore di sempre della Division I. Allenò a West Point per sei stagioni, integrandosi perfettamente con la cultura dell’ateneo.

Nel 1971 si trasferì nell’Indiana ad allenare gli Hoosiers. Sarà al comando della squadra per ben 29 anni, scrivendo la storia dell’ateneo e del college basketball americano. I suoi numeri ad Indiana recitano 662 partite vinte e 239 perse, 24 apparizioni al torneo NCAA su 29 stagioni, cinque apparizioni alle Final Four e tre titoli nazionali vinti, nel 1976, 1981 e 1987. Memorabile la stagione 1976, chiusa da imbattuti con un record di 32-0, impresa che mai nessuno dopo di lui è riuscito ad eguagliare.

 

Un irascibile innovatore del gioco

Tra i suoi studenti più famosi ad Indiana si possono annoverare i nomi di George McGinnis, Keith Smart, Mike Woodson e Calbert Cheaney. Ma il più famoso di tutti è sicuramente Isiah Thomas, stella dei Detroit Pistons in Nba. Come con molti altri suoi giocatori, il rapporto con Isiah fu caratterizzato da alti e bassi. Thomas stesso ha dichiarato più volte di aver avuto svariate discussioni con il coach nei suoi due anni di college, tanto da pensare di mollare tutto e andare in un altra squadra. Tuttavia è sempre lo stesso giocatore dei Pistons a riconoscerne il valore come persona e come allenatore, una figura fondamentale per la sua crescita ed educazione.

Bobby Knight è considerato da molti come una delle più grandi menti della storia del basket. Nell’Indiana fu uno dei primi allenatori ad adottare una difesa ad uomo con uno stile offensivo supportato da un gioco corale, continui movimenti e blocchi senza palla. Questa tattica fu chiamata in seguito “motion offense” e servì da spunto per molte altre filosofie usate poi in futuro. Grazie ad i suoi metodi spesso poco ortodossi ed un ottimo gioco di squadra riusciva a tirare fuori il meglio dai suoi giocatori. Nonostante non avesse mai avuto tanti campioni a roster, i risultati erano sempre di ottimo livello.

Knight era un uomo acuto e amante della disciplina. Molti lo ritenevano ossessionato dalla pallacanestro ma in realtà i suoi interessi erano molteplici (su tutti la passione in comune con il padre per la caccia e la pesca). Era una persona estremamente competitiva che odiava perdere e non si accontentava mai, con un carattere parecchio irascibile. Oltre alle innovazioni tattiche infatti, celebri erano i modi estremamente ruvidi con i quali trattava i suoi giocatori. Facilmente perdeva le staffe con gli arbitri, tanto che le sue scenate in campo gli valsero diversi falli tecnici durante la carriera. La più emblematica quella del 1985 in una partita contro Purdue, quando lanciò una sedia in campo per protestare contro gli arbitri colpevoli di avergli assegnato un tecnico.

Inarrestabile quando perdeva la testa, ma per questo eternamente nei cuori dalla tifoseria Hoosier

 

Il suo caratteraccio lo ha reso un grande motivatore e gli ha garantito il soprannome di “the General” da parte dei suoi giocatori. Meno apprezzato invece dai dirigenti e dalla stampa. Fu infatti uno dei suoi tanti scatti di rabbia, la causa del suo esonero nel 2000. Un suo ex giocatore, Neil Reed, lo denunciò per aver tentato di strangolarlo durante una lite in allenamento. La notizia andò su tutti i giornali e la CNN pubblicò anche il video dell’accaduto. Questo fu solo l’ultimo di una serie di accadimenti fuori le righe.

Il suo esonero fece molto discutere. I tifosi Hoosiers non accettarono di buon grado l’esclusione dell’allenatore più importante della loro storia. Nonostante ciò Bobby non ebbe problemi a trovare una nuova panchina e dopo solo un anno divenne head coach a Texas Tech. A Lubbock ottenne buoni risultati portando la squadra per cinque volte al torneo NCAA. Dopo sette stagioni con i Red Raiders, il ritiro nel 2008: una carriera chiusa con l’incredibile record di 902 partite vinte in carriera, quinto allenatore più vincente della storia del college basketball.

 

Un coach leggendario

Bobby non allenò solo a livello collegiale. Nel 1979 infatti riuscì a coronare il suo sogno di guidare la nazionale americana prima nei giochi panamericani e poi alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Quella del’84 fu l’ultima squadra statunitense a vincere la medaglia d’oro con soltanto giocatori non ancora professionisti. Nel suo roster infatti erano presenti esclusivamente giocatori di college, ma che avrebbero scritto la storia del basket negli anni seguenti: Michael Jordan, Patrick Ewing, Sam Perkins e Chris Mullin.

Una carriera a dir poco leggendaria che venne coronata nel 1991 con la introduzione nella Hall Of Fame. Dieci anni più tardi invece si prese il compito di presentare sempre nella Hall Of Fame coach Mike Krzyzewski. Dopo averlo allenato ad Army negli anni ’60, con l’allenatore di Duke strinsero un rapporto di grande stima ed amicizia. Nonostante tanti alti e bassi dovuti al carattere burbero di Bobby, Mike ha sempre riconosciuto il suo mentore come una persona estremamente presente nei momenti di difficoltà. Celebre è l’aneddoto raccontato da coach K, quando nel suo anno da senior ad Army perse il padre a seguito di un emorragia cerebrale. Knight decise di abbandonare la squadra per qualche giorno pur di andare a consolare il giovane Mike e sua madre ed essere presente al funerale.

 

Si è spento un santone del basket americano. Un personaggio divisivo, brusco e spesso difficile da gestire. Una figura fondamentale per lo sviluppo del gioco, le cui idee e tattiche sono state punto di partenza fondamentale per dinastie vincenti sia in NCAA che in NBA. Un uomo al quale tutto il mondo della pallacanestro è giusto che conceda un grande tributo, perdonandone gli eccessi.

 


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Di Nicola Ragaglia

Grande appassionato di calcio, basket e football americano. Tifoso del Livorno, Atlanta Hawks e Atlanta Falcons: in poche parole, detesto vincere.