Tony Galento è andato ben oltre la semplice carriera da pugile. È stato un frammento di epica americana, un personaggio da romanzo sporco, che sembrava uscito dalla macchina da scrivere di Charles Bukowski. Con la faccia impastata di cicatrici, la voce roca come un clacson ubriaco e un’ossessione per la birra e le polpette, nei suoi incontri Galento ha reso la boxe uno sport surreale, più simile a un western mal messo che a uno sport regolamentato. Non era elegante, né ortodosso. Insomma, non era presentabile. E per questo era perfetto.
Scorrettezze e soprannomi pesanti: Tony Galento, il fuorilegge del ring
Dominic Anthony Galento nasce il 12 marzo 1910 a Orange, New Jersey, da una famiglia italiana, per la precisione di origine napoletana. Fin dai primi anni della sua infanzia, Tony viene visto semplicemente come una macchina da combattimento. D’altronde, se la violenza e la fame non mancheranno mai nella sua vita, le difficoltà dell’infanzia lo spingono a fare di necessità virtù: i Galento sono tanti e i soldi a disposizione pochi, Tony cresce a uova e cipolle come i suoi fratelli, così mette le sue qualità al servizio degli altri in cambio di benefici per sé stesso: non è alto ma è grosso e violento, tanto che, come lui stesso dichiarerà, i compagni gli offrono frutta, cibo o perfino soldi in cambio dei suoi servizi. Che consistono nel picchiare altri bambini con le proprie mani ma senza disdegnare l’utilizzo di vari oggetti contundenti in caso di difficoltà.
Un approccio alla vita che prelude a una carriera sul ring, intrapresa da Tony sin dall’adolescenza. Parliamo, ovviamente, di una boxe radicalmente diversa da quella che conosciamo oggi, meno professionale e più istintiva. Allenarsi e mantenere un fisico allenato e sportivo non sono requisiti strettamente necessari. Tant’è che, nonostante i soli 173 centimetri d’altezza, Galento si cimenta sin da subito con la categoria dei pesi massimi. Già, perché Tony entra nel pugilato come si entra in una rissa da bar: con più rabbia che tecnica e, soprattutto, più stomaco che cervello. Nonostante un fisico tutt’altro che statuario e un peso di oltre 100 chili, il suo soprannome principale – Two Ton – non gli viene affibbiato per il peso ma per un episodio emblematico: arriva in ritardo a un match perché doveva finire di consegnare due tonnellate di ghiaccio, all’epoca il suo lavoro principale prima di salire sul ring.
Da quel momento diventa una figura mitologica. La sua boxe è una dichiarazione di guerra: scorbutica, scorretta, brutale. A Tony Galento non interessa il rispetto delle regole: si affida a gomitate, testate, graffi, dita negli occhi e anche morsi pur di sconfiggere i suoi avversari. Atteggiamenti che, stavolta sì, gli valgono alcuni soprannomi non sempre lusinghieri: The Orange Orangutan, One-Man Riot (“Sommossa di un solo uomo”), Jersey Nightstick (“Il Manganello del Jersey”), Human Butcher Block (“Ceppo umano da macellaio” per la sua tendenza a prendere colpi) ma, soprattutto, Beer Barrel that walks like a Man (“Il Barile di Birra che cammina”). Una volta, viene accusato addirittura di aver sputato in faccia all’avversario tra un round e l’altro. Ogni incontro è una battaglia, ogni round una rissa da saloon.
Il suo stile è totalmente fuori dai canoni, perfino rispetto agli standard dell’epoca: guardia inesistente e postura sgraziata vengono compensati con un jab pesante come un tir e una resistenza fuori dal comune. Il suo modo di combattere è talmente peculiare e irregolare da fare scuola. E fa paura. Nelle palestre si dice che affrontarlo è come combattere contro un frigorifero in corsa con dentro una cassa di dinamite. Come avrebbe raccontato un suo sparring partner:
Sapevi che non avrebbe mai mollato. Ma soprattutto, non sapevi come avrebbe cercato di vincere.
Non vince sempre, anzi. Ma questo cambia poco nella percezione del pugile e nella creazione del personaggio. Anche perdendo, Tony Galento rimane indimenticabile e per questo sarà una leggenda.
Il Nut Club, birra e amore per la vita sregolata
Con i primi guadagni ottenuti grazie ai suoi incontri, il pugile di origine italiana lascia il suo lavoro di corriere del ghiaccio per aprire un locale. Lontano dalle luci dell’arena, Galento diventa il re del Nut Club, un locale nel cuore del New Jersey che sembra uscito da un film dei Coen. Se qualcuno cerca un locale cool e alla moda, è bene che rivolga la propria attenzione altrove: al Nut Club si beve, si litiga, si mangia carne fino a scoppiare. Attività in cui Tony Galento non fa solo da padrone di casa ma anche da esempio vivente e da Cicerone per gli avventori. Non c’è sera che non venga spesa a gozzovigliare o a bere birra fino a ubriacarsi, senza alcun tipo di riguardo per un corpo non propriamente trattato come un tempio. Nel 1938 il giornalista sportivo John Lardner ironizzerà sulla precaria forma fisica del pugile:
Gli allenamenti hanno garantito a Tony una nuova forma, sconosciuta alla scienza. I matematici stanno pensando di chiamarla Galentoide. È a metà tra una sfera e un’ellissi, con sfumature di parabola. È coperta di peli e contiene due galloni di Budweiser. La differenza tra Tony in piedi e Tony sdraiato sul lato destro è difficile da rilevare a occhio nudo ma, quando ha un sigaro in bocca, si può dire qual è il nord ed è facile intuire il resto.
Ciò non gli impedisce di continuare la propria carriera di pugile e di cimentarsi anche in esibizioni tutt’altro che ordinarie all’interno del Nut Club, che nel tempo – come vedremo – si trasformerà nel teatro dell’assurdo. D’altronde, anche durante l’attività pugilistica, Galento ama mangiare più di ogni altra cosa. La sua dieta è un vero e proprio guanto di sfida alla morte: cinque pasti al giorno, spaghetti a colazione, sei birre prima di ogni match – otto se l’avversario è particolarmente grosso – e whisky prima di dormire, per conciliare il sonno. Tanto da dichiarare alla stampa:
Se bevo meno di sei birre prima di un incontro mi sento debole.
Ma non c’è solo il folklore: il Nut Club è anche il suo quartier generale, il centro gravitazionale della sua identità. Da lì gestisce la sua immagine pubblica come un proto-influencer dell’assurdo, un uomo che ha capito – decenni prima dell’epoca dei social – che ciò che conta non è vincere, ma essere ricordati. E Galento sa come farsi ricordare e come creare un personaggio da tramandare ai posteri, che sappia far parlare di sé: con una bottiglia rotta in mano, un rutto in faccia a un giornalista o un pugno a un cliente ubriaco. È un personaggio più grande della boxe. Un villain da fumetto. E forse, in fondo, un artista concettuale inconsapevole.
"Two Ton" Tony Galento celebrates his 1938 victory over top contender Nathan Mann with a few of his closest friends at The Nut Club, his bar in Orange, New Jersey. The 2nd round KO win helped earn Tony a shot at world champ Joe Louis in 1939. #Heavyweight #History #Boxing pic.twitter.com/V8MLyiKgVX
— Heavyweight History (@HVYWeightHeroes) June 28, 2024
Quando Tony Galento mise al tappeto Joe Louis
La carriera di Tony Galento procede spedita. Il suo fisico non esattamente slanciato – non a caso, come detto, paragonato a un barile di birra – fa il paio con gambe simili a piccole colonne marmo, potenti e stabili, che gli permettono di tenere sempre la posizione e il massimo equilibrio. Il suo stile di combattimento, rissoso e non ortodosso, gli schiude le porte del Paradiso quando, col passare del tempo, Galento migliora in alcuni aspetti fondamentali. In primo luogo, diventa un incassatore eccezionale: il noto giornalista sportivo Henry Grantland Rice dirà che Galento “assorbe i pugni come i boccioli aperti assorbono la rugiada”. Essendo molto resistente e altrettanto potente, a Two Ton bastano pochi colpi per stendere l’avversario. Per questo viene considerato uno dei migliori “one-punch hitters” al mondo, ossia uno di quei pugili capaci di vincere gli incontri con un solo colpo.
A fine carriera, il suo record sarà di 79 vittorie (di cui 57 per KO) su 112 incontri disputati, con 26 sconfitte, 6 pareggi e un no-contest. Ma il momento più importante della carriera di Galento arriva nel momento in cui affronta una leggenda della boxe, in un incontro valevole per il titolo mondiale dei pesi massimi. 28 giugno 1939, Yankee Stadium. Sul ring, uno dei pugili più tecnici e dominanti della storia, Joe Louis detto The Brown Bomber. Di fronte a lui, appunto, Tony Galento. Un incontro motivato proprio dalla già menzionata tendenza da influencer del pugile italo-americano: è lì più per la capacità di far parlare di sé che per la sua effettiva bravura sul ring. Sulla carta è un mismatch. Nella realtà, un momento che entrerà nella leggenda del pugilato.
Louis è il campione del popolo, amato dalla gente per la sua eleganza e il suo stile. Galento è ciò che il popolo ripudia: è brutto e sporco, colui che segna la rivincita dei reietti. E anche nell’avvicinamento al match non fa niente per farsi ben volere, dall’avversario come dall’opinione pubblica. Louis detesta Galento. Lo odia davvero, lo considera una macchia sulla nobiltà del ring, alla stregua di un buffone, un pagliaccio. Per questo, quando Tony lo invita a cena a casa sua prima dell’incontro, Louis rifiuta sdegnato. Anche perché, per dovere di cronaca, l’invito è accompagnato da una specie di minaccia, con la quale Two Ton informa The Brown Bomber e la moglie che di lì al match si sarebbe lasciato andare in qualche atto di intimidazione.
Promessa cui seguono i fatti: Galento inizia a telefonare ogni notte a Joe Louis. Non sono telefonate romantiche, tutt’altro: vengono infarcite di contenuti razzisti, con il pugile di Orange che schernisce il rivale per il colore della sua pelle e fa illazioni sulla moglie Marva, a suo dire insoddisfatta della mancanza di virilità del campione del mondo. Anche sul ring, prima del via, Galento non si fa scoraggiare e continua a far correre la propria lingua. Seppur fortemente sfavorito, non gli manca il coraggio di promettere al più quotato rivale che lo avrebbe preso a calci nelle terga e sarebbe andato a mostrare un po’ di “carne bianca” a sua moglie. Con fare provocatorio, inoltre, Galento finge di avere riguardo per il suo rivale pulendo la vaselina dal volto di Louis con asciugamano e guantoni: un gesto di sfida ma anche una dichiarazione di disprezzo verso ogni protocollo.
Quello che sembra incredibile a un certo punto accade: al terzo round, Tony colpisce Louis con un gancio sinistro e lo manda al tappeto. Lo Yankee Stadium esplode: The Brown Bomber è a terra. Per tre secondi il mondo si ferma. Galento si gira verso il pubblico, mani al cielo, trionfale come se avesse vinto ma con la condotta poco elegante di chi ha appena scolato un’intera birra in un solo sorso. È un fuoco di paglia, Louis si rialza e lo distrugge, vincendo per KO al quarto round. Ma quel momento, quel singolo gancio, rimarrà nella storia. Louis stesso dichiarò anni dopo:
Galento era l’uomo più sporco che abbia mai affrontato. Ma non gli mancava il coraggio.
E forse è proprio in quel contrasto tra goffaggine e ardore che si annida il fascino imperituro di Galento. È l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Eppure, per un attimo, ha fatto tremare l’uomo giusto.
Gli highlights del match contro Joe Louis
Il giorno della caraffa e del tonno marcio
Max Baer è un pugile elegante, tecnico, forte. Dopo un inizio di carriera controverso, contraddistinto dal tragico match contro Frankie Campbell, colpito con appena due colpi ma sufficienti a uccidere il malcapitato avversario, diventa campione del mondo nel 1934, quando soffia la cintura al nostro Primo Carnera. Un campione apprezzato, anche esteticamente, i cui risultati sono di prim’ordine. In sostanza, l’esatto opposto di Tony Galento. Quando i due si affrontarono il 2 luglio 1940, lo scenario è paradossale, quasi come mettere su un ring uno squalo e un frigorifero pieno di birra.
Non solo per il dislivello tra i due – non una novità, come visto nella sfida contro Joe Louis – quanto piuttosto per l’avvicinamento all’incontro. La rissa, per Tony Galento, è iniziata prima. Poche ore prima del match, Tony viene colpito al volto da una caraffa di vetro lanciata dal fratello in un litigio al Nut Club. Il labbro esplode in una ferita sanguinante e i medici gli applicano una decina di punti. Nulla che possa turbare Two Ton che, come se niente fosse, sale sul ring. Non una novità, Galento è abituato alle ferite e non solo in quanto grande incassatore: spesso scende sul ring senza paradenti, tanto che in passato, dopo un duro colpo da parte di un avversario, viene curato con 25 punti di sutura alla lingua. Due volte, perché una volta medicato vede bene di andare a mangiare e bere al Nut Club, facendo saltare i punti.
Quando il suo avversario sale sul ring, Baer è incredulo. Galento puzza di alcool, di sudore, di carne lasciata troppo tempo fuori dal frigo. “Sembrava di affrontare un tonno marcio in una vasca piena di liquori” avrebbe dopo il match. Un tanfo non casuale: Galento evita scientemente di lavarsi prima degli incontri, convinto che l’odore possa distrarre gli avversari. Forse è per questo, sta di fatto che per otto round fa resistenza. Si mangia jab e montanti come se fossero popcorn, sputa sangue e insulti, fino a cadere solo quando l’arbitro dice basta. Ma anche lì, nel dolore della sconfitta, lascia un segno. Baer, dopo averlo colpito con un gancio perfetto, si blocca: Galento lo guarda e ride. Non in modo provocatorio. In modo felice. Una risata che racconta tutto: per Tony il dolore è parte dello spettacolo. Ogni pugno preso è un gesto d’amore verso la sua stessa mitologia.
Tony Galento dopo la boxe, tra cinema, wrestling e polpi
Anche al netto di un fisico poco allenato e, come tale, meno sofferente all’avanzare del tempo, arriva un momento in cui Two Ton deve lasciare l’agonismo. Ma quando la boxe smette di offrirgli gloria e incassi, Galento non si arrende. Anzi, si reinventa. L’uomo che aveva combattuto Louis e Baer sfrutta il Nut Club per inventare un business totalmente surreale e, per questo, perfettamente adeguato al personaggio: lì Tony organizza incontri con canguri, esibizioni con orsi e perfino un leggendario duello con un polpo gigante, nel quale lui stesso finisce stritolato dai tentacoli prima di uscirne a pugni nudi, accusando il polpo di averlo “guardato male”. Passa, quindi, al wrestling, un mondo fatto su misura per lui, dove la teatralità conta più della tecnica.
Si regala persino un’apparizione cinematografica in Fronte del Porto, al fianco di Marlon Brando, nel ruolo – nemmeno troppo lontano da sé – di un gangster da marciapiede. Prova a monetizzare la sua fama con ogni mezzo: incontri “farsa”, pubblicità della birra, comparsate televisive. Ma, dietro la maschera dell’orco da bar, c’è un uomo migliore di quello che lui stesso ha venduto alla stampa. Quello capace di tendere la mano a un vecchio rivale.
Quando Joe Louis, vittima della dipendenza da eroina che lo ha portato in comunità a Denver, cade in disgrazia, prova a ripulirsi, a reinventarsi entrando anche nello staff di Sonny Liston, un pugile che come lui ha vissuto momenti di emarginazione sociale, seppur per motivi diversi dal consumo di sostanze stupefacenti. Ma non ci riesce, The Brown Bomber si ritrova in difficoltà economiche e psicologiche che paiono insormontabili. Ed è proprio Galento a intervenire. Lo aiuta economicamente e non solo, senza clamore, come si aiuta un nemico che in fondo si è amato.
Tony Galento è morto nel 1979. Ma la sua leggenda continua a fluttuare tra il ring e il bancone del bar, tra un gancio e una risata, tra spaghetti e whisky. E sebbene non sia mai diventato campione del mondo, ha conquistato l’immortalità nel folklore dello sport.