I nomi delle squadre giapponesi fanno volare, parte 2

A grande richiesta – o forse no – ecco il secondo capitolo della nostra analisi sui nomi delle squadre giapponesi (qui trovate il primo). Anche stavolta possiamo rintracciare la variabile italiana, oltre ad aforismi, fiori tipici ed aspetti mineralogici. D’altronde avrete capito che i giapponesi non sono secondi a nessuno quando si tratta di fantasia e se tutto ciò vi stuzzica siete nel posto giusto.

 

Sakura dappertutto

Dopo avervi presentato il Gamba Osaka, squadra la cui tifoseria si ispira all’Atalanta, per aprire questo articolo torniamo nella terza città più popolosa del paese. Mettiamo le mani avanti: i rivali del Gamba non si ispirano al Brescia. Eppure, prima di assumere l’attuale denominazione, anche il Cerezo Osaka ha riservato omaggi ad altri club “tricolori”; procediamo però per gradi.

Nata nel 1957 come squadra della Yanmar – azienda del settore metalmeccanico – la società rientra nella ristretta cerchia dei fondatori della Japan Soccer League e, pur non essendo affatto plurititolata, resta una compagine di tutto rispetto in ambito nazionale. È solo nel 1993, però, che assume il nome di Cerezo (“ciliegio” in spagnolo), chiaro rimando ai fiori dell’immaginario collettivo riguardo il Giappone e, specialmente, della città in cui la squadra ha sede. Di qui l’assunzione del rosa come colore sociale, sebbene per una decina scarsa d’anni sia stata utilizzata una divisa totalmente rossa in onore dei messicani del Deportivo Toluca. Sempre dall’ispanico lobo (“lupo”) provengono i nomi delle mascotte, per l’appunto due lupi chiamati Lobby e Madam Lobina.

Cerezo Osaka

 

Analizzando lo stemma troviamo ulteriori informazioni sul legame città-squadra. Lo scudo contiene un fiore di ciliegio, tre strisce che rappresentano i fiumi che attraversano la città ed un lupo. Esternamente campeggiano dei rovi ed al centro una corona. Essi simboleggiano rispettivamente una solida difesa e la speranza futura di regnare nell’élite del calcio mondiale.

 

La saggezza del daimyō

È poi il turno di una delle squadre più antiche e titolate del Giappone, il Sanfrecce Hiroshima. Se avete già letto il primo episodio dedicato alle squadre nipponiche, saprete che l’Italia e la lingua italiana sono state spesso spunto per le denominazioni sociali. Non fanno eccezione i viola, fondati nel 1938 come società della Toyo Kogyo, antenata della Mazda. Al mutare nome della proprietà logicamente anche la squadra prese l’appellativo di Mazda SC. Capace di vincere 8 campionati nazionali, cinque dei quali – però – prima che nascesse un vero e proprio movimento professionistico, il team divenne Sanfrecce Hiroshima nel 1992.

Riferimento all’italiano, dicevamo, ma solo per quanto riguarda “frecce”. Il nome risulta essere una parola macedonia (ricordate il Ventforet Kofu?) data dall’unione con “san” (三) vale a dire il numero tre. La spiegazione è da ricercare nella messa in pratica della saggezza del daimyō Mōri Motonari, contemporaneo del già citato Takeda Shingen, suo omologo. Motonari è ricordato fuori dai confini giapponesi per la “lezione delle tre frecce”, in cui diede a ciascuno dei suoi tre figli una freccia da spezzare. Dopodiché porse loro tre frecce raggruppate: se una può essere facilmente piegata, ciò non accade se si triplica il numero. Il succo del discorso è facilmente riassumibile con il celebre “l’unione fa la forza”. In particolare le tre frecce rappresentano rispettivamente gli abitanti di Hiroshima, l’amministrazione locale e il business cittadino.

Sanfrecce Hiroshima

 

Qualche altra chicca la traiamo direttamente dallo stemma sociale. Le bande viola verticali rappresentano i sei fiumi che attraversano la città, mentre lo scudo indica una strenua difesa. Se le tre frecce possono anche essere viste come le componenti per una squadra temibile (spirito, tecnica e condizione fisica), la corona non lascia dubbi. La volontà è quella di tornare vincere.

 

Giapponesi, duri come la roccia

Spostandosi di circa 200 km verso ovest incontriamo il Sagan Tosu, una squadra particolarmente giovane, essendo stata fondata nel 1997. Essa non ha nessun effettivo legame con i Tosu Futures, che smisero di esistere proprio nel corso di quell’anno e di cui prese solo virtualmente il posto. Nei primi 15 anni il Sagan giocò sempre in J2, poi a seguito di una splendida promozione ecco l’occasione di confrontarsi col massimo campionato, dove milita tuttora. Tra il gennaio 2016 e l’ottobre 2018, sulla panchina dei rosazzurri sedette l’italiano Massimo Ficcadenti (in seguito allenatore anche del Nagoya Grampus, di cui parleremo nel prossimo capitolo), a testimoniare il continuo contatto fra la cultura giapponese e quella del Pallone a tinte tricolori.

Ma veniamo ora al perché del nome: anche in questo caso la fama dei giapponesi di essere amanti dei giochi di parole trova conferma. Sagan indica l’arenaria, roccia sedimentaria, ma significa anche “di Saga”, ovvero la Prefettura dove si trova la città di Tosu. Simbolo di resistenza e legame con la propria terra non è solo l’appellativo, bensì anche la mascotte sociale.

Sagan Tosu mascotte

 

Wintosu rappresenta una gazza ladra – uccello tipico della regione di Chikugo – dallo sguardo fiero e combattivo. D’altronde il nome ricorda la parola italiana “vinto”, chiaro rimando ai tre punti. Tale esemplare è raffigurato mentre avanza ad ali spiegate anche sul logo, la cui forma assomiglia a quella di una ‘V’ di vittoria – ripetuta cinque volte – ciascuna con il colore di un diverso continente.

 

Terra di automobili

Se pensi ai tuoi bisogni, sai, non mi stupisci
Vedo i sogni andare via al mattino su una Mitsubishi

Siamo arrivati all’ultima squadra di questo episodio, l’Urawa Red Diamonds. Dopo aver citato la Mazda torniamo a parlare di case automobilistiche giapponesi. Nata nel 1950, si tratta proprio della compagine nata come sezione calcistica del circolo sportivo aziendale della Mitsubishi. Il club ha sede a Saitama, città nata dalla fusione di Urawa, Ōmiya e Yono, ed è uno dei membri fondatori della J1. Ricollegandoci alla citazione tratta da “Sakura (Genji Monogatari)” di Lanz Khan, possiamo assicurarvi che spesso e volentieri i sogni calcistici hanno trovato posto sulla vettura dei Reds. La squadra del neo-coach Per-Mathias Høgmo è stata difatti la prima a portare a casa il triplete nazionale, nel 1978, in un palmarès molto ampio che comprende anche tre Champions League asiatiche.

Dunque, qual è il collegamento tra la casa automobilistica ed il nome del club? Più semplice del previsto, dato che il logo della Mitsubishi non è altro che l’unione di tre diamanti rossi romboidali, uno dei quali compare anche nello stemma societario. Il soprannome riflette la lucentezza, la purezza e la natura inscalfibile di tale minerale.

Urawa Red Diamonds Mitsubishi

Al centro del rombo sono presenti un pallone ed un vortice, per simboleggiare la forza travolgente del calcio. In basso possiamo invece notare due primule rosse. Come riporta il sito ufficiale della squadra, Saitama è la città dove fiorisce la primula Sakuraso, l’unica specie di primula autoctona del Giappone. Infine, nella parte più in alto del logo è rappresentato l’Hoshokaku, residenza dell’Imperatore Meiji dall’agosto 1878 e successivamente sede della Scuola Normale e Superiore della Prefettura di Saitama. Si tratta di un simbolo anche dal punto di vista sportivo, poiché è qui che il calcio cittadino ha preso piede.

 


Ascolta Catenaccio, il podcast di Puntero. Puoi trovarlo su Spotify, oppure ti basta cliccare qui sotto.

 

catenaccio

Di Matteo Giribaldi

Genovese, classe 2000 come la Tana dei Club Dogo, la cui vita oscilla tra Doria e dolore. Amo il calcio, soddisfare la mia curiosità e i miei amici. Penso di essere nel posto giusto.