El Salvador e Honduras entrarono in guerra per un gol

Calcio e guerra sono due termini che vivono in apparente antitesi. Spesso e volentieri, però, tra i due concetti si instaura un rapporto simbiotico, indivisibile. Come se l’uno non potesse esistere senza l’altro. A volte si rimane su un livello metaforico, come nel caso della famosa frase di Rinus Michels: “Il calcio professionistico è quanto di più simile a una guerra”; altre volte, il rapporto si fa concreto, tangibile, terreno. E se alla dicotomia calcio-guerra ci si aggiunge anche un clima sociopolitico in bilico tra violenza e povertà, allora si può arrivare ad un punto di rottura. Questo è ciò che successe nel luglio del 1969 tra Honduras ed El Salvador.

 

Un amore mai sbocciato

Per comprendere ciò che accadde nell’estate del ‘69 è utile fare un passo indietro e osservare con attenzione la storia dei due stati centroamericani. El Salvador è un ridotto lembo di terra che collega Guatemala e Honduras. La sua storia, così come quella dei vicini honduregni, si lega a doppio filo con quella degli USA e con le politiche degli Stati limitrofi. Tra El Salvador e il governo di Tegucigalpa i rapporti non sono mai stati idilliaci. L’influenza statunitense è un giogo per entrambe: non gli è permesso agire in piena autonomia e si trovano costrette in confini che non sentono di loro appartenenza. Non è un caso che dal 1838, anno della sua indipendenza, El Salvador abbia palesato un discreto malcontento riguardo l’esiguità della sua superficie e la mancanza di uno sbocco sull’Oceano Atlantico. D’altro canto, il governo honduregno non ha mai digerito la politica commerciale statunitense in Centroamerica.

Nel 1960, infatti, gli USA giocarono un ruolo preponderante nella nascita del Mercato Comune Centroamericano. Esso consisteva in un’area di libero scambio che comprendeva Costa Rica, Nicaragua, Guatemala, El Salvador e Honduras. La finalità del governo statunitense era l’istituzione di un regime commerciale privilegiato con i cinque stati, cosicché le proprie multinazionali potessero installarvi grandi piantagioni. I paesi centroamericani, però, grazie all’intervento degli Stati Uniti hanno goduto di una rapida ricrescita economica. Nelle zone in cui era già in atto un proto-sviluppo tecnologico, i segni della rivoluzione apparivano chiari. Gli arretrati mezzi agricoli a disposizione degli stati centroamericani venivano soppiantati da attrezzature moderne, mai viste prima. El Salvador visse, quindi, un rapido miglioramento delle proprie condizioni economiche, mentre l’Honduras continuava a disporre di una superficie territoriale tanto vasta, quanto povera.

La posizione geografica dei due paesi fu causa di tensioni.

 

La convenzione della discordia

Il rapido sviluppo economico causò una repentina crescita demografica che, in pochi anni, portò El Salvador ad essere il secondo stato più popoloso dell’America Centrale. Il governo salvadoregno non era pronto ad affrontare una crescita così vertiginosa; infatti, il numero di disoccupati aumentò a dismisura. Il governo di El Salvador decise di chiedere aiuto a quello di Tegucigalpa e trovarono nella “Convenzione bilaterale sulla immigrazione” una possibile soluzione. La riforma fu varata nel 1967 e rappresentava un vero e proprio accordo tra i due stati che permetteva ai cittadini salvadoregni di transitare, risiedere e lavorare in territorio honduregno. 300.000 cittadini salvadoregni oltrepassarono il confine tra i due stati in un breve lasso di tempo.

L’Honduras versava in precarie condizioni socioeconomiche: il territorio da governare era vasto, la popolazione esigua, povera e senza i mezzi per provvedere al progredire della tecnologia. Fu così che tra la popolazione honduregna crebbe un senso di insofferenza, che fu riversata contro il governo centrale. Il dittatore Oswaldo López Arellano ricopriva la carica più alta del governo e per placare gli animi del paese diede il via ad una riforma agraria. Con questo trattato, i salvadoregni che avevano acquisito delle terre entro i confini dell’Honduras dopo il 1967 avrebbero dovuto restituire i propri possedimenti al governo. I possedimenti sarebbero poi stati redistribuiti tra i cittadini adirati. La riforma prevedeva, inoltre, l’espulsione di tutti coloro che avevano nel Paese proprietà terriere, ma senza essere nati in Honduras. Tutti i contadini salvadoregni furono quindi privati di ogni loro bene e rispediti in patria.

 

Il sogno messicano

El Salvador in quegli anni era un paese che già respirava calcio: per i quartieri i ragazzi inseguivano il sogno di evadere dalla povertà attraverso il pallone. Ma come era riuscito uno stato così piccolo ambire al sogno mondiale? Per comprenderlo bisogna osservare come si articolavano le qualificazioni al mondiale prima dell’istituzione della CONCACAF.

Dal 1938 al 1961 le nazionali di calcio di nord e centro America erano sotto l’egida di due diverse federazioni: la NAFC e la CCCF. La North American Football Confederation dirigeva le nazionali del Nord America. Cuba, Stati Uniti, Canada e Messico erano le uniche affiliate. La Confederación Centroamericana y del Caribe de Fútbol rappresentava un numero maggiore di squadre, che si dividevano tra centroamerica e i caraibi. Il percorso di qualificazione ai mondiali era comune alle due federazioni, nonostante disponessero di competizioni autonome. Le squadre si dividevano in tre gironi: un primo per il Nord America, uno per il Centro America e uno per le rappresentanti caraibiche. Le tre primatiste dei rispettivi raggruppamenti si sfidavano in un ulteriore girone. Il vincitore, però, aveva un ulteriore ostacolo da superare: uno spareggio. La vincente, infatti, sfidava una squadra affiliata alla CONMEBOL, sorteggiata casualmente tra le sette non qualificate.

Dall’istituzione della CONCACAF, nel 1961, NACF e CCCF sono state riunite sotto un’unica federazione. Le qualificazioni al mondiale vennero rese più democratiche, abolendo lo spareggio con una squadra sudamericana. Le squadre nord e centro americane vennero inserite in quattro gruppi da tre squadre, senza differenze di zone geografiche. Le vincenti di ogni girone si sfidavano in semifinali e finale, per decretare chi si sarebbe qualificato. Grazie a questo formato, tutte i paesi dell’America centrale e settentrionale poterono sognare il mondiale

Inseguendo il sogno di Messico ’70

 

Una tensione mondiale

I rapporti tra i due stati nell’estate del 1969 si fecero tesissimi. È in questo clima che si inserisce il pallone, che fece da cassa di risonanza per i sentimenti dei due paesi. Il mondiale messicano si stava completando e rimanevano pochi posti a disposizione delle diverse nazionali. Per le nazionali della zona CONCACAF questa era un’occasione irripetibile: la squadra più blasonata era assente; quindi, tutti gli altri stati dell’America Centrale vedevano avvicinarsi il sogno del mondiale. Il fato decise di muovere i fili della sua creatura e ne diventò protagonista. Le due semifinali per decretare la nazionale che si sarebbe qualificata al mondiale messicano furono tra Haiti-Stati Uniti e proprio El Salvador-Honduras.

Né El Salvador né Honduras avevano mai partecipato alla fase finali del mondiale e i rispettivi governi vedevano nella competizione mondiale la possibilità di accrescere l’orgoglio nazionale. Gli ingredienti per un possibile disastro erano, però, tutti sul tavolo. L’andata si giocò l’8 giugno 1969 in Honduras. Il governo salvadoregno chiese ai propri calciatori di sostare nel paese limitrofo per il più breve tempo possibile, ma ciò non bastò a ridurre i danni. I tifosi honduregni presero di mira prima l’hotel in cui alloggiava la squadra rivale e poi il pullman su cui viaggiavano, tranciandone i pneumatici e prendendolo a sassate.

La squadra di casa pronta ad affrontare El Salvador l’8 giugno 1969 nella gara d’andata.

 

Una partita e una martire

Tutta la popolazione di El Salvador stava seguendo la partita. All’ottantanovesimo minuto Wells portò in vantaggio i padroni di casa: una nazione intera si fermò e si chiuse nel silenzio. La diciottenne Anna Bolanos era figlia di un ufficiale dell’esercito e seguiva la partita da casa, coi propri genitori. La sconfitta contro i rivali equivalse per lei ad una macchia indelebile, un fardello insostenibile. Pensò, quindi, che l’unica via per scacciare i fantasmi della possibile eliminazione fosse impugnare la pistola del padre, puntarsela al cuore e fare fuoco: così fece. Il quotidiano salvadoregno “El Nacional” riprese l’immagine della ragazza ergendola a martire e chiese ai propri cittadini di issare la sua effige su tutta la città, in vista della gara di ritorno.

La settimana seguente, la nazionale honduregna si trovò confinata in un El Salvador che riversava in un clima degno di un romanzo distopico. Per le strade c’erano tifosi sfegatati e occasionali, donne e bambini, tutti uniti dall’odio profondo verso i rivali. Un clima che già lasciava intendere come il campo da calcio non fosse altro che il pretesto per urlare al mondo il disprezzo per l’Honduras. L’albergo della squadra ospite fu preso d’assalto: le finestre furono distrutte e all’interno delle stanze volarono uova marce e topi morti. I calciatori raggiunsero lo stadio su carri armati, costretti ad attraversare una schiera di bandiere honduregne bruciate e sostituite con stracci macilenti ed effigi di Anna Bolanos, la nuova eroina nazionale. La vittoria per 3-0 di El Salvador obbligò le due squadre ad affrontarsi in uno spareggio su campo neutro, a Città del Messico.

 

Dalla tensione al conflitto

Il 27 giugno 1969 si giocò lo spareggio allo stadio Azteca. Il risultato era bloccato sul 2-2 fino al minuto 101, quando Mauricio Rodriguez mandò in visibilio i tifosi salvadoregni presenti allo stadio. La vittoria e il conseguente approdo alla finale contro Haiti provocò un’esplosione di gioia nei tifosi di El Salvador. Al contrario, però, scatenò l’ira dei tifosi honduregni. Al fischio finale le due tifoserie vennero a contatto in quella che assomigliava sempre più ad una vera e propria guerriglia urbana. Il giorno stesso, il governo honduregno ruppe ogni relazione con El Salvador e perseguì con violenza ogni salvadoregno rimasto sul proprio suolo nazionale.

 

La “Guerra del Fútbol” ha inizio.

 

Il 14 luglio la tensione tra i due paesi raggiunse picchi mai toccati e causò una ferita impossibile da ricucire. Fin dalla mezzanotte si registrarono scontri a fuoco nella città di El Poy, posta al confine tra Honduras ed El Salvador. Fu l’inizio di un conflitto che proseguì per le successive cento ore e che colpì duramente la popolazione civile di ambo gli stati. La guerra cessò definitivamente il 18 luglio. L’OSA impose all’Honduras di risarcire i lavoratori salvadoregni ingiustamente espulsi e la cessazione della propaganda ai loro danni. Nonostante il “cessate il fuoco”, i rapporti tra i due paesi rimasero  difficili fino alla firma di un trattato di pace avvenuta il 30 ottobre 1980.

Il giornalista polacco Ryszard Kapusczinki denominò il conflitto “La guerra del Fútbol”. Il nome riassume esattamente la funzione di catalizzatore sociale che ha il calcio. Senza la doppia semifinale tra Honduras ed El Salvador lo scontro avrebbe sicuramente avuto esiti diversi. La strumentalizzazione della morte di Anna Bolanos la rese un’eroina nazionale, rendendo mera propaganda una tragedia che ha spezzato la vita di una famiglia intera.

Trattato di pace tra Honduras e El Salvador datato 1980

Calcio e guerra: una relazione viva

Ironia della sorte, El Salvador alla fine si qualificherà ai Mondiali in Messico del 1970. Come in una catarsi, il popolo salvadoregno ha risanato il proprio orgoglio nazionale, dopo un turbolento viaggio attraverso la propria psiche. Ha vissuto l’umiliazione dell’espulsione dei propri connazionali dal suolo honduregno e l’illusoria rivalsa per la vittoria dello spareggio con l’Honduras. Ha conosciuto la guerra, contro uno stato vicino, ma mai amico, toccando poi l’apogeo della felicità nella vittoria del secondo spareggio contro Haiti.

Forse è vero che il calcio professionistico assomiglia ad un conflitto armato. L’agonismo, la voglia di supremazia sull’avversario e l’anelito di vittoria creano un’atmosfera che può assumere contorni guerreschi. A volte, però, il calcio può assumere i connotati di una guerra vera e propria. Due concetti all’apparenza distanti si ritrovano legati in un abbraccio potenzialmente mortale. Il calcio è rappresentazione terrena degli animi di una società e la Guerra del Fútbol non fa altro che accentuare tale definizione. Nonostante l’attenzione mediatica che questo sport si porta appresso, la storia di El Salvador e Honduras è rimasta, e rimane ancora, a molti ancora sconosciuta. Acquista, quindi, particolare importanza una frase che Ryszard Kapusczinki ha scritto nel suo libro “La Prima Guerra del Calcio: «I piccoli stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Strano ma vero».

Ryszard Kapuscinski “La prima guerra del football”.Ryszard Kapuscinski “La prima guerra del football”.

Ryszard Kapuscinski “La prima guerra del football”.

 


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Di Thomas Novello

Studente di Editoria e Giornalismo e aspirante scrittore a tempo perso. Famoso su X (fu Twitter) per proteggere Diego "el más grande" Ribas Da Cunha e Berbatov.