Israele usa gli stadi palestinesi come campi di concentramento

A cinquant’anni da quando Pinochet ha inaugurato un mattatoio a cielo aperto nell’Estadio Nacional de Chile, lo Stato libero d’Israele ha fatto dello Yarmouk Stadium di Gaza City un centro di detenzione di massa. Uno degli impianti più antichi della Palestina, tristemente noto per i bombardamenti da parte dell’IDF del novembre 2012, è teatro di reati indicibili e crimini impuniti.

Nei filmati diffusi, molte persone sono state identificate come “Membri di Hamas e soggetti sospettati di essere membri di Hamas”. Un inquietante reel postato su X ha mostrato decine di uomini, donne e bambini, spogliati delle proprie vesti, genuflessi ai soldati che, accompagnati dai propri carri armati, li torturavano come vittime incolpevoli di una guerra santa.

Esecuzioni sul campo e arresti di massa. Filmati terrificanti delle forze di occupazione israeliane che trasformano uno stadio di Gaza in un campo di detenzione collettiva. Il video mostra l’arresto di centinaia di civili, tra cui donne, anziani e bambini

Così ha commentato il responsabile dell’Euro-Med Human Rights Monitor, Rami Abdo.

Il Council on American-Islamic Relations (CAIR) ha chiesto un’indagine internazionale sul video. Le pratiche costituirebbero una violazione delle Convenzioni di Ginevra, le quali asseriscono che i prigionieri di guerra “saranno in ogni momento trattati umanamente e protetti, in particolare contro gli atti di violenza, dagli insulti e dalla curiosità del pubblico”. Per contro, la Forza di Difesa israeliana ha affermato che sarebbero stati “trattati in conformità con il diritto internazionale. Spesso è necessario che i sospettati di terrorismo consegnino i loro vestiti in modo che possano essere perquisiti. Ai detenuti vengono restituiti i loro vestiti quando è possibile farlo”. Ma la realtà è diversa a Gaza, anche su un campo di calcio.

 

Modello franchista

La cosa sorprendente è che ciò che sta accadendo a Gaza City non è un caso isolato. Là dove moltissimi sono morti di fame e ipotermia, Francisco Franco ha riconvertito tre stadi in campi di concentramento, nei quali i suoi ufficiali avrebbero torturato e giustiziato gli oppositori del regime. Barcellona e Athletic Club sono stati metafora della lotta del terzo Stato, una chiamata alle armi contro la repressione della Cattolicissima sulle regioni di Catalogna e Paesi Baschi, supplicanti il riconoscimento ufficiale dei loro idiomi, delle loro culture e delle loro identità individuali.

La centralizzazione nazista e fascista ha permesso l’omogeneizzazione etnica, culturale e linguistica. I Leones del neonato Atlético Club dovettero rinunciare a schierare solamente giocatori originari del territorio. I Culés furono costretti a modificare il proprio nome e a rimuovere la bandiera catalana accanto ai colori blaugrana dell’araldo sociale. All’arrivo in città delle truppe de El General, come scrive Franklin Foer in “Come il calcio spiega il mondo”, “tra quelli da punire c’erano in ordine: i comunisti, gli anarchici, i separatisti e il Barcellona Football Club. A tal punto che quando il suo esercito lanciò l’offensiva finale bombardarono il palazzo dove erano custoditi i trofei del club”.

Una dittatura catalizzata dal fascino nostalgico di Madrid, metropoli piovosa, una capitale dal fascino londinese ma col gusto mediterraneo e spiccatamente castigliano. Avverso al progressismo liberale dell’invisa Barça, la principale minaccia al trono della Corona di Spagna, i Blancos fungevano da strumento di propaganda per l’indefesso Franco, manifesto politico di un Paese svuotato del suo spirito statuale e sovranista.

 

Le torture di Pinochet

Cose dell’altro mondo se si pensa alla società in cui viviamo oggigiorno, eppure non più di cinquant’anni fa è successo qualcosa di drammaticamente simile alla segregazione della carne da macello catalana. Nel settembre del 1973, in occasione del colpo di stato militare contro l’allora presidente Salvador Allende, l’Estadio Nacional sarebbe stato impiegato come campo di prigionia improvvisato. Stipato di centinaia di detenuti, l’impianto fungeva come grande sala per gli interrogatori, struttura di tortura ed esecuzione della dittatura di Pinochet.

Circa 20.000 uomini e donne furono radunati nel corso di otto settimane e 41 persone furono uccise. La scenografia di svariati reati di sangue che avrebbero trovato esecuzione al Velodromo, lì dove erano eseguite innumerevoli condanne a morte. Lo stadio avrebbe, però, ripreso la sua funzione, ospitando un incontro tra il Cile e l’Unione Sovietica. Costretti a rimanere in silenzio, i prigionieri furono spostati nel seminterrato e l’omertosa FIFA non ebbe nulla da segnalare.

Le nazionali avevano pareggiato la gara di andata giocata a Mosca e i latini avrebbero dovuto mettere a segno almeno una rete per potersi qualificare al campionato mondiale del 1974. La nazionale di calcio dell’URSS, tuttavia, decise di non scendere in campo per ovviare a nuovi spargimenti di sangue, costringendo il Cile a segnare un gol senza avversari.

Al crepuscolo della dittatura, Papa Giovanni Paolo II avrebbe celebrato una messa per pregare delle sofferenze di cui l’Estadio Nacional era stato teatro.

La grottesca farsa del successo del Cile sull’URSS mai scesa in campo

 

Memoria per il futuro

Il regime militare sarebbe durato fino al 1988, quando Pinochet decise di mettere ai voti un altro mandato presidenziale. Nominato senatore a vita, benché il dittatore godesse dell’immunità parlamentare, il giudice spagnolo Baltasar Garzón emise un mandato di cattura internazionale a suo carico per reati di genocidio, terrorismo e tortura. Arrestato nella city di Londra, il ministro dell’Interno britannico Jack Straw decise di liberarlo e di farlo tornare in patria, dove morì per un attacco di cuore nel dicembre del 2006.

Per non dimenticare le vittime falciate dal suo regime autarchico, sopra la Curva Nord sono state lasciate delle panchine e dei gradini in legno, con la scritta: “Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. Il presidente della Corporación Estadio Nacional Memoria Nacional, Wally Kunstmann, ha spiegato il perché di quello spicchio di stadio. Dall’ingresso numero 8 i detenuti potevano vedere, da uno spiraglio di luce, i propri familiari accalcarsi all’esterno per ricevere una risposta dai loro affetti.

L’impianto del 1938 è stato rimesso a nuovo in vista della Copa America del 2014, periodo in cui il memoriale dello stadio è stato inaugurato dal centrodestra di Sebastián Piñera. Un Pacto del Olvido per rinnovare l’impegno del governo conservatore a impedire che simili nefandezze siano replicate in futuro.

Un pezzo di storia ed un monito per il futuro: l’ingresso numero 8 dell’Estadio Nacional de Chile

 

Stadi e torture in Medio Oriente

A partire dagli anni Novanta è pratica diffusa fra i talebani impiegare gli stadi di calcio come luoghi di tortura, prigioni in cui infliggere punizioni corporali. Come in un incontro tra galli, accompagnati dai boati della platea, nel novembre 2022 secondo la Corte Suprema sarebbero stati in quattordici a essere frustati in un impianto della provincia di Logar. Hani Almadhoun, direttore e filantropo dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA USA), ha dichiarato:

Non sono combattenti, non si arrendono, sono solo civili che erano lì con le loro famiglie, cercando di sopravvivere a tutto questo.

Il calcio è strumento di propaganda e, come per il rastrellamento del Velodromo d’Inverno, nei momenti di tensione gli stadi passano da ospedale da campo a museo delle torture.

Frustate e torture talebane in uno stadio

 

Gaza chiede giustizia

L’Associazione Calcistica Palestinese (PFA) ha lanciato un appello al Comitato Olimpico Internazionale (CIO), alla Fédération Internationale de Football Association (FIFA), alla Confederazione calcistica asiatica (AFC) e ad altre confederazioni internazionali e continentali per un’azione immediata contro Israele per le sue gravi violazioni allo stadio Yarmouk di Gaza.

I vertici di Hamas cercano la cessazione permanente delle aggressioni e dei massacri contro il nostro popolo. Il nostro popolo vuole che questa aggressione venga completamente fermata e non vuole aspettare una tregua temporanea o parziale per un breve periodo, dopo il quale l’aggressione e il terrorismo potrebbero fatalmente continuare

Le lettere esortano gli organi competenti a svolgere un’indagine internazionale sui crimini dello Stato sionista contro lo sport e gli atleti della striscia di Gaza.

Si richiede la salvaguardia degli impianti sportivi palestinesi e si denuncia l’uso israeliano dello stadio Yarmouk come una palese violazione della Carta Olimpica, insieme a tutte le altre leggi e convenzioni continentali e internazionali applicabili

Sventola alta la bandiera d’Israele issata alla porta da calcio, la stella di David come allegoria di un ideale di giustizia deviato perché impari.

 


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catenaccio

Di Giovanni Maria Seregni

Scrivere e fare sport sono le uniche due forme interessanti di stare al mondo. Tifare Inter è come professare una religione – vivi nell'incertezza del futuro.