Camarda è diverso dagli altri, forse

“Il talento non ha età e lui ne ha tanto. È giovane, ma è caratterialmente maturo,  pronto a darci una mano se ci servirà”.

Non ci ha neanche provato, Stefano Pioli, a gettare acqua sul fuoco dell’entusiamo per Francesco Camarda. Con un attacco ridotto all’osso per via della squalifica di Olivier Giroud e degli infortuni occorsi a Rafael Leão e Noah Okafor, il mister rossonero ha dovuto pescare dalla Primavera di Ignazio Abate per allungare il reparto, composto altrimenti dal solo Luka Jovic. La convocazione di Camarda ha quindi acceso inevitabilmente le fantasie dei tifosi del Milan. A soli 15 anni, 8 mesi e 16 giorni è diventato il più giovane calciatore di sempre a calcare un palcoscenico di Serie A. Non uno qualsiasi tra l’altro, ma un tempio pagano universalmente riconosciuto come San Siro. Qualcuno ha addirittura avanzato l’ipotesi di una partenza nell’undici titolare per il 2008 nato e cresciuto a Milano: potrebbe mai far peggio di Jovic?

I numeri di Camarda nelle categorie giovanili, d’altronde, non parlano: urlano. Da vera e propria arma impropria tra il 2017 e il 2020, con la fantascientifica cifra di 483 gol in 87 partite (!) riportati dai siti specializzati sul Milan, fino all’approdo in Primavera, il gol è stata una costante del percorso di Camarda. Quest’anno nel campionato dei giovani ha segnato una volta sola in nove partite, trovando però 3 gol in Youth League e una tripletta (in 61 minuti) contro la Virtus Entella in Coppa Primavera.

La rovesciata capolavoro di Camarda contro il PSG in Youth League

 

Uno che il gol ce l’ha nel sangue, dunque, e per il quale si è già spesa decine di volte la parola che più spesso si associa a talenti emergenti di questo tipo: predestinato.

 

Il peso del destino

Un termine che è stato utilizzato tante volte negli ultimi anni, spesso e volentieri con risultati deleteri per i giovani talenti a cui è stato associato. Il calcio moderno, si sa, è sport di pressione mediatica e attenzioni costanti. In un momento storico in cui la nazionale italiana soffre tantissimo l’assenza di un centravanti prolifico, ogni minima apparizione di un germoglio ci appare come una rigogliosa oasi nel deserto. Camarda sembra avere le stimmate, e le spalle abbastanza larghe, per potersi garantire una carriera di livello. Anche se non dovesse giocare mai più in questa stagione, oppure farlo senza segnare, dobbiamo tutti essere bravi a ricordarci di chi stiamo parlando: un quindicenne catapultato dal fato nel vortice.

Negli ultimi 15 anni in questa situazione sono passati tanti calciatori, prima di lui. Non sempre – per non dire quasi mai – la carriera di questi bomber in divenire si è poi materializzata in un successo come preventivato.

 

In principio fu Paloschi

Di anni non ne ha 15, ma già qualcuno in più. Alberto Paloschi ha 18 anni quando è impegnato con la Primavera del Milan al Torneo di Viareggio, dove segna due volte nelle prime tre partite del girone. Il ragazzo di Chiari è reduce da uno splendido 2007 con la formazione Allievi di Chicco Evani, ma fino a quel momento lo conoscono solo gli appassionati veri di calcio giovanile. Di hype sul ragazzo ancora non ce n’è, tranne qualche paragone con SuperPippo Inzaghi, al quale viene accomunato per la fame in area da rigore e per un certa somiglianza nel modo tarantolato di esultare. È il giorno del primo ballo con i grandi che Paloschi accende su di lui i fari della stampa e dei bar sport di tutta Italia.

Quel 10 febbraio del 2008, contro il Siena, Ancelotti schiera come coppia d’attacco il tandem Ronaldo-Inzaghi, ma la coperta in attacco rimane cortissima. All’appello mancano Kakà, Pato e Gilardino: Carletto è costretto a chiedere a Filippo Galli, mister della Primavera rossonera, di prendere “in prestito” Paloschi per la partita di San Siro. Paloschi fa la valigia in pochi minuti, lascia Viareggio e parte per Milano per sedersi in panchina. È l’unico attaccante vero a disposizione di Ancelotti tra le riserve e se le cose dovessero mettersi male potrebbe essere chiamato in causa. Quando poi succede per davvero, la storia sembra talmente scontata da sembrare quasi inverosimile. Batte il cinque a Serginho, si sistema al fianco di Inzaghi, e aspetta che accada l’inevitabile.

Seedorf doma il lancio lungo di Dida e serve Paloschi sulla corsa. Il ragazzo non controlla neanche, lascia rimbalzare e dal limite dall’area fa partire il diagonale di destro che inchioda Manninger e fa crollare San Siro. Dopo 18 secondi di carriera in Serie A è già il futuro attaccante della Nazionale, l’uomo del destino, il salvatore della patria.

Tra tutti i video di quel gol, questo col countdown verso l’ineluttabile ha qualcosa di epico

Come un eroe greco

Sappiamo tutti benissimo che, purtroppo, non è stato così. È un gol che accelera tutto, compreso il suo processo di crescita. È Paloschi stesso ad ammetterlo, in un’intervista rilasciata a Sky Sport.

Se non fosse stato per quel gol, sarei partito sicuramente dalla Serie C, in qualche squadra minore. Ho avuto la fortuna di fare qualche presenza in quel Milan e poi partire l’anno dopo da una piazza come Parma. Chi non vorrebbe un esordio del genere?

Paloschi ha barattato la gavetta con una carriera achillea. Un eroe luminoso e bello, destinato però ad illuminarsi di una luce breve. In Nazionale ci è arrivato davvero, ma in quella Under 21, per la quale con 29 presenze – e 9 gol – è al dodicesimo posto all-time per numero di apparizioni. Una presenza fissa dal 2008 al 2013, che gli è valsa una nomea di eterno giovane e un’innegabile aura di incompiutezza.

 

Fil rouge-noir

A dieci anni di distanza dall’asteroide Paloschi, la sponda rossonera di Milano ha modo di entusiasmarsi per un nuovo ragazzino terribile. Ha un nome  statunitense e un cognome molisano, ma è nato a Como. Si chiama Patrick Cutrone e arriva da 41 gol in tre stagioni con la Primavera del Milan: un curriculum sufficiente a fargli assaggiare la Serie A per cinque minuti sul finale di stagione 2016/17.

L’anno successivo è quello buono per aggregarsi alla squadra dei grandi, agli ordini di Vincenzo Montella che lo manda in campo da titolare nel season opener rossonero a Crotone. L’esordio è di quelli che fanno rumore: nel giro di 23 minuti si procura un rigore – segnato poi da Kessiè -, segna di testa il suo primo gol in Serie A e poi confeziona l’assist per lo 0-3 di Suso. Passa una settimana e a Patrick Cutrone bastano 10 minuti per gonfiare la rete anche a San Siro, bucando Cragno e il Cagliari.

Il giorno in cui Patrick Cutrone si prese il Milan

 

Sembra nata una stella, i tifosi rossoneri lo coccolano, i giornalisti già lo proiettano come titolare – o quantomeno come valida alternativa – per la Nazionale. Sulla panchina azzurra al momento dei primi gol di Cutrone siede Gian Piero Ventura, che lo osserva da lontano mentre gioca, e segna, con la maglia dell’Under 21: ben 4 gol nei primi 5 incontri. Dopo il famigerato spareggio con la Svezia, la testa di Ventura salta e il nuovo CT ad interim nell’attesa dell’accordo con Roberto Mancini è Gigi Di Biagio. Proprio l’uomo che lo ha fatto esordire con la maglia degli azzurrini. Chi meglio di lui per far debuttare Patrick Cutrone con la maglia più ambita d’Italia?

 

Storie sospese

Cutrone fa capolino in Nazionale maggiore il 25 marzo 2018, ricevendo in regalo da Di Biagio 16 minuti dalla panchina nella sconfitta per 2-0 contro l’Argentina, il primo incontro del post-Ventura. Il comasco prende il posto di Ciro Immobile al centro dell’attacco, duellando con Fazio e Otamendi per ottenere chances e palloni giocabili. Rimane il primo e ultimo capitolo della sua favola azzurra: Di Biagio lascia la scena al Mancio, che non lo terrà mai in considerazione.

La parentesi azzurra non lo distrae dal campionato, dove raggiunge la doppia cifra di gol (10) al primo anno intero da protagonista. L’anno dopo, tuttavia, segna appena tre volte, poi tenta la carta inglese vestendo la maglia del Wolverhampton senza lasciare tracce di sé. Forse i tifosi dei Wolves si ricordano di lui solo per il coro appositamente dedicatogli, tra cliché gastronomici italiani ed entusiasmi immotivati.

Patrick Cutrone, Patrick Cutrone, he loves the pizza, he loves the pasta, the lad’s fucking magic!

 

Cutrone ha 25 anni, ma ha talmente tanto vissuto alle spalle che sembra ne abbia almeno cinque in più. La sua è una storia di prime volte rimaste senza seguito, di cliffhanger rimasti a metà. Dopo l’esordio in Nazionale senza più il bis,  il ragazzo non ha mai ritrovato – per il momento – neanche la doppia cifra di reti. L’anno scorso si è fermato a 9 in Serie B col Como, la squadra di casa sua. Quest’anno è già a quota 5 e manca ancora più di metà stagione: ha una chance di riscattare in parte una carriera che, per ora, ha prodotto solo polvere di stelle.

 

Il caso Pellegri

La storia di Pietro Pellegri è sintomatica di quanto le pressioni e le aspettative possano tirare scherzi infami ad un ragazzo che di mestiere fa l’aspirante centravanti.

Pellegri irrompe sulla scena del pallone come un tornado, esordendo in massima serie a 15 anni, 9 mesi e 5 giorni con la maglia del Genoa. Ci mette due spezzoni e una partita da titolare a stampare il suo timbro nella competizione. Il gol segnato contro la Roma all’ultima giornata del 2016/17 lo fa diventare il primo calciatore nato nel XXI secolo a segnare nei cosiddetti top five campionati europei.

Adesso concedeteci un po’ di rimpianti

 

È il giorno dell’addio al calcio di Francesco Totti, che finisce inesorabilmente per rubare la scena alla festa di gioventù di Pellegri. I più audaci vedono nel doppio evento una specie di passaggio di testimone, l’eterno fuoriclasse che lascia il posto ad un ragazzino pronto a prendersi il calcio e a mangiarlo vivo.

L’anno dopo l’attesa per la sua esplosione aumenta alla giornata quattro di Serie A, quando Pellegri straccia un altro record. A 16 anni e 184 giorni realizza una doppietta nella partita persa dal suo Genoa contro la Lazio: è il più giovane di sempre a segnare due gol nella stessa partita in Serie A. C’è chi lo paragona a Christian Vieri: forte di testa, potente in progressione, più elegante e bello da vedere in campo rispetto a Bobo. E a 16 anni Vieri non era forte così, né era sulla cresta dell’onda: a quell’età giocava ancora nelle giovanili del Prato.

La doppietta dei record di Pietro Pellegri

 

Muscoli di cristallo a peso d’oro

Scatta subito l’asta internazionale per portarsi a casa il nuovo gioiello del calcio italiano. A sorpresa la vince il Monaco, che versa nelle casse di Preziosi 30 milioni di euro: cifra mostruosa per un ragazzino con all’attivo una manciata di presenze in Serie A e appena tre gol. In Italia infuriano le polemiche. Com’è possibile essersi fatti sfuggire un talento del genere? Era necessario venderlo all’estero? Perchè il futuro titolare indiscusso degli Azzurri deve andare a giocare in Ligue 1?

All’arrivo nel Principato qualcosa però si rompe. I più caustici potrebbero osservare che a rompersi è semplicemente Pellegri. Nella sua avventura monegasca, gli infortuni seri o mediamente seri, tra pubalgie e noie muscolari, sono tantissimi. Le partite ufficiali mancate da Pellegri a causa dei guai fisici sono 169, quelle giocate appena 24: al Monaco, in definitiva, il suo acquisto costa più di 1 milione a partita. Ovviamente anche il dato dei gol segnati risente della mancanza totale di continuità: appena due le esultanze in maglia biancorossa.

Difficile trovare un motivo alla sua fragilità cronica, ma forse sarebbe riduttivo appellarsi alla sfortuna. Uno dei suoi allenatori al Monaco, Leonardo Jardim, non esita a puntare il dito contro il Genoa, colpevole a suo dire di una gestione scellerata del fisico di Pellegri.

A volte noi uccidiamo i giocatori. Forse se alcune persone avessero prestato maggiore attenzione due o tre anni fa, quando Pietro si stava formando come calciatore, oggi non avrebbe tutti questi problemi. Nessuno si è assunto le sue responsabilità. Quando un ragazzo ha 16 anni non è un adulto. La piena maturità ossea e muscolare arriva dopo i 18-19 anni. Non è giusto rovinare la vita dei giovani giocatori. Dobbiamo stare attenti durante il loro sviluppo.

Parole pesanti, che indirizzano la discussione su un terreno inesplorato dalla canonica discussione calcistica. Impossibile decretare con certezza che sia realmente questo il motivo della sempre precaria forma di Pellegri, ma è chiaro che qualcosa nel processo di sviluppo dell’astro nascente del calcio italiano sia successo.

 

Siamo ancora all’inizio

Pellegri non ha mai conosciuto la gioia di indossare la maglia della Nazionale e, dopo un passaggio anonimo al Milan – squadra che sembra avere un vero e proprio debole per questi talenti cristallini mai sbocciati fino in fondo – adesso indossa la maglia del Torino, restando sempre un passo dietro a Zapata e Sanabria nelle gerarchie offensive di Juric.

Come sarebbe stata la sua carriera se il Genoa avesse atteso un po’ a farlo esordire, lasciando spazio al suo fisico instabile di formarsi a dovere? Quali prospettive avrebbe avuto se non fosse stato protagonista di un trasferimento milionario così tanto chiacchierato? Sembra incredibile essere costretti a porsi quesiti esistenziali sulla carriera di un ragazzo di appena 22 anni, ma questi sono i frutti del burrascoso inizio del percorso di Pietro Pellegri, sballottato a destra e manca da muscoli di cristallo e promesse non mantenute. Il tempo per cogliere l’occasione giusta c’è ancora, tutto sta nel trovare chi è disposto a crederci davvero.

 


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Di Nicola Luperini

Scrivo di tutto il calcio possibile, con una spruzzata di tennis e basket. Innamorato di Sebastian Driussi e dei negozi che vendono roba usata. Mi trovi anche su Twitter (@NicoLuperini).