Papà Retegui è una leggenda dell’hockey su prato

Anno 2022, Argentina. Il mondo del calcio locale inizia a scoprire un ragazzo di 23 anni, di mestiere attaccante, la cui fame di gol è rimasta sin lì sopita.

Benché avesse vestito maglie prestigiose come quelle di Boca Juniors, Estudiantes e Talleres, le sue prestazioni non avevano attirato ancora l’opinione pubblica per questioni di campo.

Ciononostante, il nome di Mateo Retegui è già noto da anni in Argentina a causa della sua famiglia. Appartiene a quella categoria di atleti che, pur figli d’arte, sono riusciti ad emergere in uno sport diverso da quello in cui uno o più genitori erano stati campioni.

Un po’ come accaduto all’ex cestista Joakim Noah, sebbene per quest’ultimo i motivi fossero diversi e dati dalla volontà di staccarsi dallo sport del padre Yannick, grande tennista, cui non voleva essere paragonato.

Ma per Mateo il motivo non è mai stato quello, anzi. Con grande mentalità e attitudine sportiva, ha tentato di battere più vie, scegliendo il calcio per passione, rinnegando il talento di famiglia ed anche i consigli di chi vedeva il suo futuro su un altro manto erboso. Quello dell’hockey su prato.

 

Pecora nera in Azzurro

La recente storia del Retegui calciatore è piuttosto nota. Nel 2022, vestendo la maglia del Tigre, Mateo sboccia. 19 gol in 27 partite che gli valgono l’attenzione di molti osservatori: si parla di Atletico Madrid ma anche di alcune squadre italiane, come l’Inter e la Roma.

Ci sarebbe l’opportunità di strapparlo alla concorrenza a cifre relativamente accessibili ma le squadre di prima fascia non vedono ancora in lui un giocatore cui affidare una maglia da titolare.

Le caratteristiche del ragazzo sono di quelle che rubano l’occhio: non è solo un ottimo finalizzatore, rapido e abile di testa, ancorché non dotatissimo a livello tecnico. Le cose che colpiscono di Retegui sono la dedizione e la grinta, uno spirito di sacrificio che lo porta spesso ad arretrare per accorciare i reparti.

Retegui è il classico attaccante associativo, alterna movimenti in profondità finalizzati ad eludere la linea difensiva avversaria e sfruttare la sua progressione a duelli fisici con i centrali, fino a prodigarsi anche in movimenti a staccarsi dalla marcatura per sponde, appoggi e spizzate.

Il suo nome arriva nel Bel Paese in maniera molto rumorosa solo pochi mesi più tardi quando, ad inizio 2023, l’allora CT della nazionale azzurra Mancini decide di sfruttare le sue origini italiane e lo convoca in nazionale.

Una scelta anomala e anche discussa da parte dell’opinione pubblica ma naturale a livello tattico: il titolare azzurro è Ciro Immobile, attaccante con caratteristiche totalmente diverse da Retegui che, se in Serie A ha sempre fatto faville, in nazionale ha faticato proprio per la difficoltà a legare i reparti.

Quella azzurra è la seconda scelta di forte discontinuità all’interno di una famiglia che ha onorato il nome internazionale dell’Argentina.

Retegui festeggia il gol all’esordio in maglia azzurra contro l’Inghilterra

 

Hockey su prato, un affare di famiglia

Mateo Retegui è nato nel 1999 a San Fernando, cittadina della provincia di Buenos Aires, ma le sue origini parlano italiano: il bisnonno materno si chiamava Angelo Dimarco e veniva da Canicattì, città che ha lasciato solo durante la Seconda Guerra Mondiale per volare in Argentina.

Lì ha costruito la sua famiglia e vi è nata la nipote Maria Grandoli, madre di Mateo.

Come in Italia, in Argentina il calcio è lo sport nazionale ma un ruolo particolarmente significativo nel panorama sportivo lo riveste anche l’hockey su prato, nel quale l’Argentina ha assunto, nel tempo, un profilo di rilievo internazionale.

L’hockey su prato maschile ha ingranato solo in tempi recenti, mentre la tradizione vincente nella sezione femminile è di lunga data e fornisce un primo collegamento tra la famiglia di Mateo e questo sport: la madre, infatti, ha fatto parte delle selezioni giovanili della nazionale albiceleste, laureandosi campionessa del mondo juniores nel 1993.

Ma il vero legame tra Retegui e un destino che ha deciso di non seguire è rappresentato dal padre. Si chiama Carlos Retegui, soprannominato El Chapa, la serratura, per la sua abilità come cerniera difensiva.

El Chapa è semplicemente un monumento dell’hockey su prato argentino, per quel che ha rappresentato sul campo ma, soprattutto, da allenatore.

Un giovane Mateo Retegui sul campo di hockey su prato

 

Colonna albiceleste

Trovare qualcuno che abbia avuto un ruolo di rilievo in una nazionale, a prescindere dallo sport, per più tempo di Carlos Retegui è impresa ardua.

El Chapa, classe 1969, ha fatto parte della Selección di hockey su prato per ben 17 anni, dal 1989 al 2006, disputando tre volte i Giochi Olimpici (1996, 2000 e 2004) ed altrettante la Hockey World Cup (1990, 1994 e 2002), in nessun caso finendo a medaglia, un cruccio storico per Los Leones.

Nel suo palmarès internazionale spiccano tre ori (1991, 1995 e 2003) ed un argento (1999) ai Giochi Panamericani.

La sliding door della sua carriera agonistica arriva nel 2004 quando, durante i Giochi Olimpici ad Atene, Retegui incontra Luca Pisano, presidente dell’Hockey Club Suelli, squadra militante nel campionato di A1 italiana.

Una terra meravigliosa come la Sardegna e l’amore per le sfide di Carlos Retegui: questi gli ingredienti per una ricetta inattesa, che porta un giocatore di livello internazionale a scegliere un club meno blasonato per iniziare una carriera nuova, quella da player-manager.

La famiglia Retegui si trasferisce in Italia e il piccolo Mateo assaggia per la prima volta il suolo del suo territorio d’origine, alternando il pallone da calcio e la mazza da hockey, nelle sue mani praticamente da quando era nella culla.

El Chapa, amorevole con figli e compagni, si rivela un allenatore preparato e meticoloso, soprattutto nella fase difensiva.

Ma, vuoi per il segnale dato dall’avvio di una carriera post-agonistica a 36 anni compiuti, vuoi perché, come dice il proverbio, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, nel 2006 il CT della nazionale argentina Sergio Vigil, suo ex compagno nella Selección, decide di tagliarlo fuori.

Un affronto troppo grande per Retegui dopo aver vissuto mezza vita per l’albiceleste. Decide, quindi, di appendere la mazza al chiodo.

 

Nascita di un monumento

Ma a Carlos Retegui non bastano quei diciassette anni in campo a difendere i colori della sua nazionale. El Chapa vuole iscriversi nell’élite dei mostri sacri dello sport argentino e lo fa da allenatore, facendo la storia. In maniera potente e irripetibile.

Quel germoglio piantato sulle bianche spiagge della Sardegna diventa un rigoglioso albero in patria quando, nel 2008, la CAH (Confederación Argentina de Hockey) gli affida la panchina della nazionale maschile a seguito della mancata qualificazione alle Olimpiadi di Pechino.

L’orgoglio nazionale si mischia alla voglia di vendetta nei confronti del suo predecessore, quel Sergio Vigil che lo ha spinto a dire basta come giocatore, dando vita ad un mix esplosivo.

Retegui è un difensivista, altro punto in cui Mateo rappresenterà un segno di discontinuità. Da difensore qual era, decide di chiudere la Chapa anche in nazionale, improntando il suo credo tattico sulla solidità. È troppo bravo per rimanere sulla panchina della nazionale maschile quando c’è la selezione femminile che ha prospettive di tutt’altro livello.

Nel 2009, quindi, viene chiamato a guidare Las Leonas e i risultati sono subito di prim’ordine: nel 2010 arriva il secondo titolo di campionesse del mondo, mentre nel 2012, a Londra, la selezione femminile vince l’argento olimpico, bissando la medaglia di Sydney 2000, massimo risultato raggiunto nell’hockey ai Giochi.

Nel 2013 la federazione premia il suo lavoro con una doppia designazione, affidandogli contemporaneamente la panchina della nazionale maschile e femminile in vista dei mondiali de L’Aja del 2014.

El Chapa ripaga la scelta portando a casa un doppio bronzo ed il traguardo della prima medaglia iridata di sempre per Los Leones prima di dedicarsi, provvisoriamente, alla sola nazionale maschile.

El Chapa alla guida della nazionale femminile

 

CapolavOro

Il momento più significativo della carriera di Carlos Retegui arriva alle Olimpiadi del 2016.

Ingolositi dal bronzo mondiale di due anni prima, in Argentina sognano la prima medaglia olimpica maschile, per giunta in Brasile.

Nel girone l’Argentina non brilla particolarmente, chiudendo al terzo posto alle spalle della Germania e dei favoritissimi Paesi Bassi ma raggiungendo i quarti di finale.

Ai quarti, El Chapa tiene fede al proprio soprannome e al credo tattico che l’ha portato fin lì: un match poco spettacolare contro la Spagna viene vinto 2-1 con un centro di Juan Gilardi al 59’, un minuto prima del fischio finale.

In semifinale l’Argentina incrocia di nuovo la Germania, vincitrice del suo girone. Il match viene indirizzato da una tripletta del mattatore Gonzalo Peillat nei primi due quarti di gara: finisce 5-2 e Los Leones sono in finale, già certi della loro prima medaglia olimpica.

A sorpresa in finale c’è il Belgio che, dopo 3’, è già avanti. Ma i giocatori della Selección tengono fede al loro soprannome, la ribaltano già nel primo quarto e aumentano il vantaggio col solito Peillat nel secondo quarto. Il Belgio rientra ma i ragazzi di Retegui lo respingono. Finisce 4-2, l’Argentina vince l’oro a Rio de Janeiro.

Per chi volesse tuffarsi in un mondo nuovo, eccovi l’intero match di finale che è valso l’oro all’Argentina di Retegui

 

Retegui è un eroe ma non è sazio. Nel 2018 lascia la nazionale maschile e si dedica alle selezioni giovanili di Hockey 5s per formare giovani talenti, prima di riprendere in mano la nazionale femminile nel 2019.

E nel 2021, a Tokyo, l’ultimo capolavoro: un nuovo argento olimpico con Las Leonas, una tenuta difensiva top class venuta meno solo in finale a fronte di un secondo quarto clamoroso dei Paesi Bassi. 3-1 per gli avversari ma una medaglia dal sapore perfino più dolce delle altre.

Giro di campo trionfale a Rio: medaglia d’oro per l’Argentina

 

Cuore di papà

Due ragazzini con un DNA da campioni si cimentano con la loro mazza da hockey per le strade del quartiere La Damasìa, facendo danzare sull’asfalto i propri sogni al ritmo di una pallina di plastica.

Di Mateo abbiamo già detto, la sua adolescenza è stata segnata da questo conflitto interiore, quello della scelta tra hockey su prato e calcio. E, ad un certo punto, pareva averla spuntata il primo, tanto che lo stesso Retegui ha dichiarato a TyC Sports di non aver toccato il pallone per due anni.

Dopo aver fatto parte delle selezioni nazionali giovanili di hockey, tuttavia, l’amore per il calcio è rifiorito, facendo pendere definitivamente la bilancia verso di esso.

A Mateo non è mai mancato il supporto dei genitori neanche in questo momento, al di là della carriera sportiva familiare e delle voci di chi si chiedesse perché mai, essendo così bravo nell’hockey, avesse scelto il calcio.

Né il rapporto con El Chapa è stato scalfito dall’ultimo grande smacco: pur facendo parte di una famiglia di tifosi del River Plate, nel 2016 ha lasciato i Millionarios per passare al settore giovanile degli acerrimi rivali del Boca Juniors.

Ma Carlos Retegui ha avuto un rapporto più stretto, anche professionalmente, con sua figlia, Micaela Retegui.

Sorella maggiore di Mateo, nata nel 1996, a differenza del fratello ha scelto l’hockey su prato, costruendosi una carriera di alto livello che l’ha portata a difendere la maglia della nazionale in 55 occasioni.

Ai Giochi Olimpici di Tokyo è stata convocata dal padre, portando a casa l’argento, che fa il paio con l’oro ai Giochi Panamericani del 2019. Cosa c’è di meglio di una medaglia olimpica vinta assieme alla propria figlia? Probabilmente nulla. E deve averlo pensato anche El Chapa.

Il commovente abbraccio tra Carlos e Micaela Retegui a Tokyo

 

Italia, principio e fine di tutto

Chiuse le Olimpiadi di Tokyo, Carlos Retegui ha lasciato intendere di aver ben chiaro che la sua carriera da allenatore era arrivata alla fase finale. Terminata la sua esperienza sulla panchina della Selección, ha specificato che avrebbe gradito partecipare a Parigi 2024 ma solo con compiti organizzativi, non come allenatore.

Il progetto è, probabilmente, venuto meno in nome di un ruolo ancora più prestigioso, quello di padre. Nonostante Mateo e Micaela abbiano sempre vissuto in un clima familiare caloroso, infatti, le rispettive carriere hanno rappresentato un problema logistico nella gestione del rapporto tra di loro e con i genitori.

Per tale ragione El Chapa ha dismesso i panni dell’allenatore e anche del politico, dopo aver ricoperto, in passato, il ruolo di consigliere allo sport della provincia di Buenos Aires tra le fila del partito peronista Frente para la Victoria. Ha scelto di dedicare il suo tempo al rapporto, anche professionale, con i figli.

Dal 2022, infatti, Carlos Retegui è il loro manager. E chissà, magari proprio per questa ritrovata vicinanza la carriera di Mateo è decollata.

Il 2023 è stato una pietra miliare per la famiglia Retegui: dopo la convocazione in nazionale, Mateo è sbarcato in Serie A per proseguire la propria carriera. Lo ha fatto scegliendo il Genoa, onorando le origini liguri del padre e optando per una squadra con garanzia di visibilità e di un posto da titolare.

Un mese dopo anche Micaela Retegui è approdata nel Bel Paese, lasciando l’Argentina per giocare in un quasi omonimo club di Cernusco sul Naviglio: l’Hockey Club Argentia.

Un passo che, di fatto, spinge Carlos Retegui a vivere in Italia, lasciando i riflettori ai figli e, probabilmente, ad abbandonare definitivamente la carriera da allenatore proprio dove questa era iniziata.

Nuova vita, vecchie abitudini: Retegui segna ed esulta anche nel Genoa

 


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catenaccio

Di Manuel Fanciulli

Laureato in giurisprudenza e padre di due bambini, scrivo di sport, di coppe e racconto storie hipster. Cerco le risposte alle grandi domande della vita nei viaggi e nei giovedì di Conference League.