In una lega sempre più dominata dal politicamente corretto e dal forte spirito di fratellanza tra avversari, i nostalgici della NBA vecchio stile, quella dura, arcigna e senza sconti, potrebbero aver trovato in Jeremy Sochan il nuovo giocatore di culto. Sì perché il numero 10 degli Spurs, per atteggiamenti dentro e fuori dal campo, è tutto tranne che un giocatore morbido e scontato. Il suo modo di vivere la pallacanestro, sia dal punto di vista tecnico che comportamentale, è completamente in controtendenza rispetto a quello di tutti gli altri. Ed è proprio questo che al momento lo rende uno dei giocatori più divisivi della lega, ironia della sorte alla corte dei serissimi e austeri San Antonio Spurs. Proprio i texani hanno visto in lui un qualcosa di speciale, un profilo che con il giusto sviluppo potrebbe diventare un utilissimo giocatore di rotazione: draftato come ala grande, Pop sta provando in tutti i modi a trasformarlo in un trattatore e portatore di palla, anche per mascherare le sue incertezze al tiro. Non una superstar, certamente, ma comunque un validissimo scudiero da avere al proprio fianco nelle battaglie più sanguinose.

 

Ogni cosa che Sochan fa in campo è unica e irripetibile per la concezione moderna del basket, non solo con la palla in mano ma proprio nel rapportarsi con gli altri avversari: maglie strappate, espulsioni, blocchi al limite e risse sono solo alcuni esempi del campionario messo sul parquet dal numero 10 ogni sera. Una serie di comportamenti e atteggiamenti che ci aspetteremmo da veteranissimi della lega (Draymond Green, Beverley o Morris per dirne tre) ma che, grazie a Sochan, sono entrati nel campionario di un giocatore appena all’inizio del suo secondo anno. Per capire un profilo così unico e particolare è bene, però, fare un passo indietro e cominciare dall’inizio, dai primissimi passi.

 

La formazione in Europa

Nato nella più classica città sperduta dell’Oklahoma da genitori entrambi giocatori di basket, Sochan ha il primo contatto con la palla a spicchi a Milton Keynes in Inghilterra, uno dei posti più improbabili dove giocare a pallacanestro in Europa (ma forse anche nel mondo). Seguendo il padre Ryan Williams – il cognome Sochan è quello materno – Jeremy muove i primi passi sui parquet britannici, di certo non i più competitivi del continente, alternando periodi estivi trascorsi in Polonia, paese natio della madre Aneta. Ed è proprio questo uno dei punti che permette subito di delineare il carattere di un ragazzo così particolare: fin da piccolo, dovunque andasse o si trovasse a giocare, Sochan era lo “straniero”, quello che parlava in modo strano e diverso. Non un emarginato ma un ragazzo sempre visto con un occhio particolare.

Giocando in uno dei paesi europei con la tradizione cestistica meno sviluppata, le possibilità di emergere e farsi notare sono veramente poche. Il ragazzo però c’è, sia di fisico che di tecnica. La svolta avviene quando la madre richiede direttamente alla federazione polacca di ammettere il figlio nella selezione under-16. Non una richiesta fatta da una persona qualunque. Si perché i Sochan, dal punto di vista sportivo, in Polonia hanno un certo peso. Detto della madre, professionista per anni nella lega polacca, il bisnonno e il nonno di Jeremy sono conosciuti per essere uno un’ex calciatore con diverse presenze nel massimo campionato (nonché eroe di guerra e reduce dei campi di sterminio nazisti) e l’altro un pezzo grosso del movimento polacco di pallacanestro. Quello che per i più sarebbe stato un muro invalicabile, per Jeremy diventa un agile scalino: per una volta, le raccomandazioni avvengono con merito.

Malgrado la reticenza iniziale, il coach della selezione gli riserva l’ultimo posto a roster, decisione che si rivelerà estremamente vincente. Sochan scala rapidamente le gerarchie della squadra, fino a portare al trionfo la sua Polonia all’Europeo B di categoria nel 2019, venendo premiato come MVP della competizione.

 

Il difficile è stato fatto: ora Jeremy è salito alla ribalta e si è fatto conoscere dagli addetti ai lavori. Non resta che tornare a casa.

 

La parentesi in Germania

A fine 2019, tutto è apparecchiato per il rientro negli Stati Uniti. L’iscrizione a La Lumiere High School è perfezionata e ci sono tutte le carte in regola per completare i classici step per raggiungere una solida carriera NBA. Le cose tuttavia non sono così scontate, d’altronde questa non è la storia di un ragazzo scontato. Dopo soli pochi mesi di permanenza nell’Indiana scoppia la pandemia di Covid-19 e lo sport, come la vita in generale, si ferma. Jeremy tuttavia non si dà per vinto. Pur avendo conquistato con le unghie e con i denti un posticino nel basket USA, decide di rimettere tutto in discussione e ritornare alle origini, in Europa, per continuare il suo sviluppo come uomo e come giocatore. È ancora una volta lo straniero. Questa volta fa tappa in Baviera, Germania, per giocare con l’OrangeAcademy di Weißenhorn, la terza serie tedesca. Ad appena 17 anni Sochan può vantare il curriculum e l’esperienza di giocatori dieci anni più anziani.

Alcuni highlights dell’avventura in Germania. Competitività del campionato discutibile, dominato tecnicamente e fisicamente

 

L’esperienza tedesca sarà fondamentale sia per il Jeremy giocatore che per il suo sviluppo come uomo. Il continuo cambiamento e il venire a contatto con culture e persone così diverse fa maturare in Sochan una curiosità e una mentalità tali da permettergli di stringere legami con chiunque. In Germania sono ben poche le attrattive al di fuori del parquet e lo spettro della malinconia e della nostalgia di casa sono sempre dietro l’angolo, specialmente per un ragazzo di 17 anni. Jeremy, al contrario, diventa l’idolo dello spogliatoio, il compagno divertente, quello con la battuta sempre pronta, capace di strappare un sorriso a chiunque. Maturazione che avviene anche dal punto di vista cestistico. Pur giocando in un contesto tutt’altro che competitivo, Sochan migliora notevolmente la sua comprensione del gioco: come stare in campo leggendo i movimenti dei compagni, quando prendere un tiro o il tempismo sul rimbalzo, tutte qualità che matura nella sua esperienza a Weißenhorn. Difensivamente fa passi da gigante sfruttando i ricordi degli anni inglesi passati a giocare come portiere di calcio, traslando sul parquet i tuffi e gli istinti difensivi maturati sul prato verde. Jeremy è diventato grande.

 

Finalmente Baylor

La parentesi in Germania è il passaggio fondamentale per preparare il tanto agognato approdo in NCAA. La proposta più allettante viene da Baylor, selezionata non solo per il programma sportivo ma anche per la possibilità di intraprendere studi utili in vista di una carriera post basket. In Texas si ripropone il leitmotiv della sua vita: in spogliatoio, infatti, è sempre e comunque lo straniero, il classico giocatore europeo soft nelle giocate, senza attributi. I compagni di allora ancora non sapevano con chi avrebbero avuto a che fare. Il gioco di Sochan diventa partita dopo partita sempre più duro e ruvido: tuffi spettacolari per recuperare palle vaganti, blocchi granitici a spezzare il fiato degli avversari e giocate di rara intensità. Uno da tenere sempre nei radar, una minaccia costante sul parquet, non solo per gli avversari ma per i suoi stessi compagni. Uno dei primi a farne le spese è Matthew Mayer.

Durante l’ennesima e ferocissima lotta a rimbalzo, Sochan – uscito ovviamente vincitore con il pallone tra le mani – rifila una gomitata al compagno causandogli la rottura di un dente e costringendo il malcapitato ad abbandonare la partita. Dente che verrà poi ritrovato casualmente dallo stesso Sochan qualche azione dopo non per terra, bensì saldamente conficcato nel proprio gomito. Non si è accorto di niente, chi è l’europeo soft adesso?

Sochan diventa, con il passare delle partite, sempre più un uomo fondamentale per gli equilibri dentro e fuori da campo. Hanno fatto il giro della nazione le scommesse con i compagni di squadra legate al taglio e al colore dei capelli o il suo essere giullare e anima dello spogliatoio. Una leadership sempre più rumorosa che ha contribuito ad assicurare a Baylor il primo seed nel tabellone del torneo NCAA.

Proprio nella March Madness, Sochan sigla il suo statement game, la partita che stuzzica definitivamente le fantasie degli scout NBA e degli addetti ai lavori, già attenti sul nazionale polacco ed ingolositi dalla sua estrema versatilità. Il secondo turno del torneo vede i Bears contrapposti ad una delle nobilissime del college basket, quella North Carolina all’anno zero di rifondazione dopo l’addio di Roy Williams. La partita è drammatica: Baylor nel primo tempo non indovina una singola scelta e il tabellone a 10 minuti dalla sirena finale recita 25 lunghezze di svantaggio. Tutti nel palazzetto, commentatori, giocatori e spettatori, erano ormai pronti per il grande upset dei Tar Heels. Tutti tranne uno.

 

Sochan prende per mano Baylor e sfodera una prestazione nei minuti finali in cui esplode con un dominio fisico fuori dal comune. Canestri segnati pochi – quelli non sono e probabilmente non saranno mai la specialità della casa – ma una serie di azioni che descrivono a pieno il suo essere giocatore. Non sarà mai il go-to-guy capace di segnare 25 punti in un quarto, ma l’atleta in grado di ribaltare emotivamente il corso di una partita sì. Esaltato dalla difesa pressing a tutto campo, Jeremy diventa un battitore libero, un giaguaro con libertà di buttarsi su qualsiasi palla vagante e sulle linee di passaggio più visionarie. Non risparmia nessuno degli avversari: uno per uno vengono tutti trascinati nel suo abisso fatto di paroline ad hoc e provocazioni in grado di far uscire mentalmente dalla partita anche il più freddo dei giocatori.

Una scena che ricorda parecchio – con qualche effetto speciale in più –  quella vista qualche anno fa su un parquet di Salt Lake City

 

Il tabellino a fine partita recita 15 punti, 11 rimbalzi e 3 assist, numeri buoni ma non di certo scintillanti. Tuttavia mancano a referto l’espulsione forzata ai danni di Brady Manek (evento che gira definitivamente la partita), l’aver oscurato dal campo Armando Bacot ed un livello di intensità tale per cui i giocatori di North Carolina faticano perfino a passarsi la palla. Ciliegina sulla torta sarà la tripla di tabella del -3, fondamentale per raggiungere il supplementare. Baylor riesce nel miracolo di rimettere in piedi una partita nata e cresciuta storta ma non completa l’impresa: alla fine saranno i Tar Heels ad avere la meglio e continuare un percorso che li porterà fino alla finale persa contro Kansas. Per Sochan, però, non c’è tempo per i rimpianti: si è fatto notare grazie anche al premio di Sesto Uomo dell’anno della BIG12. C’è un draft NBA pronto ad attenderlo.

 

Un polacco alla corte di Re Pop

La notte del 23 giugno 2022, Sochan e il suo discutibile doppiopetto color lilla vengono selezionati con l’ottava scelta dai San Antonio Spurs, due mondi completamente agli antipodi. Da una parte la serietà e il metodo, dall’altra l’esuberanza e l’eccesso. Jeremy non ha nessun timore reverenziale e non tarda a farsi conoscere dai suoi colleghi. Pur non giocando la Summer League, notoriamente primo banco di prova per un rookie per assaggiare l’aria NBA, il nuovo numero 10 fa parlare di sé e parecchio, lanciando frecciate a giocatori ben più anziani. Su tutte lo scontro a distanza con Westbrook, deriso per non essere un cecchino al tiro – da che pulpito caro Jeremy – oppure i tweet al veleno contro i presunti flop di LeBron James. Non si fanno sconti a nessuno e viene trascinato nell’abisso anche Kris Dunn, riconosciuto come uno dei giocatori più calmi e pacifici della lega.

 

Lo straniero si è fatto conoscere e non ha paura di niente, neanche delle critiche o delle prese in giro. Emblematico è il rapporto con i tiri liberi, da sempre il più grande spauracchio per i giocatori NBA, restii a cambiare tecnica di tiro – magari tirando dal basso – per non sembrare troppo strani, sacrificando così percentuali migliori. “Sono troppo cool per tirare in quel modo” per citare un professore della materia, Shaquille O’Neal. Ma nella testa di Jeremy il concetto di stranezza non è di casa, anzi. Su suggerimento di Brett Brown, comincia a tirare in allenamento centinaia di liberi con una mano sola, affinando parecchio la tecnica e migliorando le percentuali a tal punto che lo stesso Pop gli suggerisce di adottare questa forma anche in partita. I numeri parlano da soli: tirando a una mano Sochan schizza dal 45% al 69%, cifre non da Ray Allen o Steve Nash ma che per lo meno gli permettono di poter stare in campo con relativa tranquillità.

 

Le prestazioni, dunque, sono quelle tipiche di un rookie, tanti alti e bassi ma un minutaggio tutto sommato costante, con il picco dei 30 punti di gennaio 2023 contro i Suns. Un ruolo comunque ben definito all’interno delle rotazioni, giocando da lungo sottodimensionato: carenza di centimetri compensata da grande senso della posizione e solidità difensiva, cosa che gli permette di reggere l’urto con avversari ben più piazzati. Una prima stagione tutto sommato convincente in cui dimostra di aver pieno diritto di cittadinanza in lega, giocando una pallacanestro offensiva non convenzionale, occupando zone di campo e compiendo scelte in controtendenza con la filosofia moderna del gioco. Si conferma, quindi, anche tecnicamente un giocatore anni ’90 catapultato nella NBA attuale.

Coach Pop, da vecchia volpe quale è, decide di sfruttare queste caratteristiche così peculiari e in estate stravolge completamente l’assetto della sua squadra consegnando palla in mano al suo numero 10. Non più quindi un giocatore collante, capace di inserirsi tra le pieghe delle partita, ma il vero e proprio portatore primario di un quintetto che ha appena accolto tra le sue fila il talento generazionale di Wembanyama. Gli Spurs sono in completa ricostruzione e un laboratorio in continua evoluzione, il gioco vale la candela.

 

L’esperimento

Come sta andando la visionaria idea di Popovich? Al momento si può dire in tutta onestà che l’esperimento non è riuscito, con gli Spurs che languiscono all’ultimo posto della Western Conference con un misero record di 4-20 e una striscia appena terminata di 18 sconfitte di fila. Non che ci fossero velleità particolari in questa stagione ma la speranza, durante i training camp, era quella di portare qualcosa di nuovo, il jolly che sparigliasse le carte in tavola. Sochan sta facendo fatica ad adattarsi come portatore di palla soprattutto per le carenze al tiro, aspetto che le difese avversarie stanno accentuando. I numeri in questo senso sono freddi e impietosi. 16° peggior giocatore della lega per net rating (-11,7), peggior giocatore a condurre da palleggiatore il pick and roll tra quelli con un numero di possessi statisticamente significativo e mediocre nel gestire la transizione (appena 0,98 punti per possesso).

 

La musica cambia completamente se andiamo a prendere in esame metriche non da creatore ma da giocatore off the ball. Le statistiche sui tagli in questo senso sono emblematiche: Sochan in questa particolare classifica è di gran lunga la guardia migliore della NBA, con 1,44 punti generati per possesso e un convincente 68% al tiro. Questo grazie alla grande forza nella parte alta del corpo che gli permette di assorbire anche i contatti più vigorosi. Che Pop per una volta si sia sbagliato?

 

In questa clip, viene riassunto tutto il suo inizio di stagione. Gli avversarsi, trovandosi di fronte un palleggiatore così poco pericoloso, sono ben felici di fargli giocare un pick ‘n roll in cui dovrà essere lui a prendere la conclusione, essendo chiuse tutte le linee di passaggio. Tuttavia Sochan, grazie alla sua forte presenza riesce a seguire la traiettoria del suo tiro, prendere un rimbalzo offensivo dal nulla e garantire un extra possesso agli Spurs.

 

Non mancano comunque i lampi di creazione di gioco con letture non banali e passaggi laser per mettere in ritmo i compagni con penetra e scarica puntuali. Questo è sicuramente l’aspetto più convincente del Jeremy Sochan playmaker, quando ha possibilità di buttarsi in area spesso genera situazioni interessanti per sé e i compagni.

Tuttavia l’aspetto per cui Sochan è un giocatore NBA è sicuramente la grande attitudine difensiva.

 

Nella clip, all’interno della stessa partita, Jeremy si dimostra perfettamente a suo agio a marcare un piccolo come Barrett – andando come un mastino a generare una palla a due dal nulla – e accoppiarsi in transizione con un lungo fisicamente potente come Randle. Risultato? Due giocate di grande energia fondamentali per l’economia di una partita, ma che non compariranno mai in un tabellino. Sochan non è un giocatore di statistiche, è un giocatore il cui impatto si può apprezzare soltanto guardando le partite per capire come sia in grado con le sue giocate di indirizzare emotivamente la contesa.

Vedendo il modo di stare in campo, lo stile – e perché no – il numero che Sochan indossa, il paragone, per quanto molto audace, con un’icona della lega anni ’90 può venire naturale. Il nome di Dennis Rodman non è mai venuto fuori nella nostra storia, però immagino che per tutti sia stato un pensiero costante nel leggere gli aneddoti che questo ragazzo così unico si porta dietro. Ovviamente le origini sono ben diverse dal cinque volte campione NBA, però il modo di stare in campo e l’approccio della partita come un’autentica guerra sono aspetti per i quali Sochan potrebbe essere l’erede naturale dell’ex compagno di Madonna.

Di sicuro non nascerà mai più un nuovo Dennis Rodman, ma è altrettanto certo che non nascerà un altro Jeremy Sochan.

 


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The Homies

Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda