Calcio, politica e Pallonate in Faccia

Abbiamo avuto il piacere di parlare con Valerio Moggia, giornalista sportivo e ideatore di Pallonate in Faccia, progetto che coniuga calcio, politica e storia. Nel corso di questa intervista si è cercato di andare a fondo della questione, al fine di approfondirne diversi aspetti e presentarli ai nostri lettori.

 

La nascita di Pallonate in Faccia

In apertura ci sembra corretto presentare il lavoro svolto da Valerio, il quale umilmente si definisce “una persona che prova a sopravvivere scrivendo di calcio”. All’inizio l’idea era quella di occuparsi di cronaca politica, o come inviato dall’estero. Ma si sa, le cose a volte capitano senza essere davvero progettate. Così, quasi per caso, si è passati al racconto calcistico online: «Non credo di essere più bravo della media nel parlare di sport. Pian piano ho iniziato a indagare i legami fra calcio e politica, costruendo un nuovo modo di narrare lo sport che amo. Ho messo assieme le mie più grandi passioni e forse in questo me la cavo meglio di altri.»

Il sito di Pallonate in Faccia (con relativa pagina Facebook) nasce nel 2017 come blog di storytelling storico sul calcio. Spesso però – ci dice Valerio – per colmare la carenza di fonti riguardo certe storie, si finiva per studiare il contesto storico e politico in cui sono emersi club, giocatori ed allenatori. È stato poi naturale proseguire con un’analisi più precisa dell’aspetto sociale della storia del calcio. Di conseguenza nasce l’idea del podcast (2021), il quale offre più spazio per spiegare ed approfondire i concetti di fondo. Inoltre tale soluzione consente di stabilire un contatto più diretto con chi fruisce del lavoro dell’autore.

 

Come continua il progetto?

Ci ricolleghiamo alla chiusura del precedente paragrafo, sottolineando “l’autore”, al singolare: Valerio Moggia è l’unica persona che porta avanti Pallonate in Faccia. La proposta editoriale prevede in media sei contenuti al mese fra articoli ed episodi del podcast, ai quali vanno aggiunti svariati interventi sulle pagine social. Alla domanda su quali siano le difficoltà maggiori, risponde sicuro: «È spesso un lavoro da equilibrista. Non è sempre semplice, volendo fare tutto da solo e mantenendo ogni aspetto gratuito. È anche un lavoro che richiede una continua “ricontrattazione” con gli utenti in merito al linguaggio che si utilizza, a come si affrontano certi argomenti, alle fonti utilizzate, e via dicendo.»

«A volte questo crea anche alcuni scontri: in generale, parlare in maniera critica di questioni che riguardano i club italiani significa ricevere contestazioni da alcuni tifosi di quelle squadre. La mia linea è sempre quella di cercare il confronto con chi critica, specialmente se lo fa in maniera sensata. Rispondere a chi ti rivolge critiche stupide non fa che abbassare il livello del dibattito, non solo sui social. Esiste dunque una linea oltre la quale rispondere non ha senso, e quella linea è oggetto di continua ridefinizione.»

Ma quanto è importante conoscere il passato per poter raccontare e descrivere l’attualità? «D’istinto direi moltissimo. Però il passato non può diventare una gabbia entro la quale ricondurre ogni discorso sul presente. Il calcio, da questo punto di vista, mi pare possa chiarire bene il senso di quello che sostengo. Il gioco si è evoluto così tanto nel corso degli anni – a livello tattico, tecnico, di intensità, di numero di partite, di competitività, eccetera – che ogni paragone tra chi giocava 30 anni fa e chi gioca oggi ha lo stesso valore di chiedersi per chi voterebbe oggi Giulio Cesare. Anche il rapporto tra passato e presente si basa su un sottile equilibrio. Diciamo che conoscere il passato è come conoscere la strada che abbiamo fatto per arrivare in un determinato luogo. Poi, però, capire effettivamente cosa stiamo facendo in questo luogo è tutto un altro paio di maniche.»

 

Schierarsi

Terminato questo excursus, abbiamo voluto confrontarci con Valerio su alcuni temi che tratta quotidianamente all’interno dei suoi spazi social. Per prima cosa abbiamo domandato quanto sia importante prendere una posizione, anche nel mondo del calcio.

«Per me non esiste differenza nello schierarsi politicamente fuori o dentro il calcio: se uno è capace di guardare la società in cui si muove sotto una luce politica, lo fa sempre. Non disimpariamo certo a leggere se, invece di avere un romanzo sotto gli occhi, ci troviamo il menù del ristorante. Per cui mi piace ricordare che la politica è la gestione della polis, cioè dello stato: è la somma delle idee che abbiamo sulla società. Dubito che una persona adulta non abbia alcuna idea su come dovrebbero funzionare le cose nel mondo.»

«Magari sono idee banali, contraddittorie, poco informate, forse addirittura dannose, ma ne abbiamo tutti e tutte. Quindi, più che di “importanza” dello schierarsi, parlerei di “inevitabilità”. Poi, ovviamente, un personaggio pubblico come può essere un calciatore famoso deve essere consapevole che schierarsi o meno (anche il silenzio, specialmente su temi di stretta attualità molto discussi, è una posizione politica) ha un’influenza molto significativa sul mondo che lo circonda.»

 

Margine di manovra

Dopo aver appurato che è impossibile non avere idee politiche, affrontiamo il nocciolo della questione: quanto ci si può esprimere secondo coscienza? Per disquisire sulla questione siamo partiti dal caso più drammaticamente attuale, vale a dire la guerra in Medio Oriente, ed abbiamo portato come esempio quello di Anwar El Ghazi, licenziato dal Mainz per aver espresso la propria solidarietà con i civili palestinesi.

«Dipende ovviamente dal contesto specifico: dove viviamo, chi siamo, contro cosa o a favore di cosa prendiamo posizione. Porto tre esempi oltre quello di El Ghazi. Luca Pellegrini si esprime contro i femminicidi e riceve soprattutto applausi. Sardar Azmoun – che condanna le violenze sulle donne in Iran – prende già una posizione più complicata, ma anche lui nella pratica non subisce alcuna conseguenza spiacevole. Invece, Amir Nasr-Azadani, altro calciatore iraniano ma non di fama internazionale, un anno fa è stato arrestato con un’accusa forzata perché partecipò a una manifestazione contro il governo e per i diritti delle donne, ed è stato condannato a 26 anni di prigione.»

«È chiaro che le prese di posizione più coraggiose abbiano sempre delle conseguenze negative, altrimenti non parleremmo di ‘coraggio’. Penso che una persona, calciatore o meno, debba fare quello che sente di poter fare; e nessuno dovrebbe giudicarla troppo negativamente se, per paura di perdere il lavoro, ha scelto di fare un passo indietro. Un caso diverso penso sia quello di Jordan Henderson.» – L’ex Liverpool, dopo essersi mostrato come un alleato della comunità LGBTQ+, ha scelto di andare a giocare in Arabia Saudita. – «Qui le critiche mi sembrano più che legittime.»

Ma in passato ci si schierava maggiormente nel calcio? «Non sono tanto sicuro che in passato i calciatori si schierassero più di oggi. I calciatori che si sono schierati contro il Mondiale in Qatar sono stati molti di più di quelli che lo fecero per Argentina 1978. Eppure, questi ultimi, facevano parte della generazione più politicizzata della storia contemporanea dell’Occidente. Sicuramente c’è stato un periodo in cui è stato molto raro vedere i calciatori prendere posizioni politiche esplicite. Penso a chi ha giocato tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Duemila, che poi è stata anche l’epoca di una profonda depoliticizzazione della società nel suo insieme.»

«Invece oggi – continua Valerio Moggia – vedo che i calciatori nati tra anni Novanta e Duemila parlano di razzismo, omofobia (lentamente il discorso emerge), sessismo, ecologia, diritti umani. E nelle strade i loro coetanei partecipano alle manifestazioni di Friday for Future o alle proteste di Ultima Generazione, a eventi antimilitaristi e antirazzisti, a manifestazioni per i diritti delle donne e contro i femminicidi. A queste iniziative vedo adolescenti molto più numerosi e magari consapevoli di come eravamo io e i miei amici e amiche alla loro età. Non vorrei peccare d’eccessivo ottimismo, ma credo che si stia andando verso una maggiore presa di coscienza del proprio ruolo sociale da parte degli sportivi.»

 

Ultras e politica

A Valerio Moggia abbiamo poi chiesto se le posizioni politiche dei gruppi ultras influiscano sulle squadre. «Sulla squadra, intesa come il gruppo di giocatori e staff, penso poco o nulla, se non in rari casi, come per il Rayo Vallecano. Lì molto spesso i giocatori sostengono le prese di posizione dei tifosi, come fa Óscar Trejo. In Germania si vedono ogni tanto cose simili, ma in quel caso i tifosi ‘sono la società’ grazie alla regola del 50%+1. Dunque non mi vengono in mente molti episodi recenti di giocatori che dimostrano comunità o conflitti di vedute politiche con i propri sostenitori.»

«Sull’ambiente, in senso più generale, l’influenza è decisamente maggiore. Il Celtic più che alle prestazioni fuori dalla Scozia deve tantissima della sua fama internazionale alla Green Brigade, alla sua rivendicata identità irlandese e antifascista, e alla vicinanza alla causa palestinese. Personalmente credo l’orientamento politico della tifoseria possa essere rilevante per un club solo per motivi d’immagine, in positivo e in negativo. Per esempio, atteggiamenti di estrema destra che si palesano in cori razzisti possono causare multe o danneggiare il brand di una società, che potrebbe agire per allontanare questi tifosi e depoliticizzare la curva.»

La Green Brigade a favore della Palestina

«Lo ha fatto il RB Lipsia, che ha favorito la nascita di gruppi di tifosi abbastanza di sinistra o perlomeno non di destra, cosa non comune nell’ex-Germania Est. Il tutto mentre Dietrich Mateschitz, patron della Red Bull, era noto per sostenere la destra populista austriaca. Ovviamente sto riconducendo tutto a livello di marketing, ma oggi il calcio di alto livello gira molto attorno a questo. Come dicevo, il brand Celtic deve molto alla sua fama di ‘club di sinistra’, ugualmente vale per St. Pauli o Rayo. A volte dietro al marketing ci sono anche concreti valori politici, a volte no.»

 

Da Weah a Kaladze

Tanti sono gli ex calciatori – o comunque i personaggi provenienti dal mondo dello sport – entrati in politica. Le ‘seconde carriere’ di George Weah e K’akhaber K’aladze sono forse le più note: il primo è stato Presidente della Liberia, il secondo è stato Ministro dell’Energia e delle Risorse Naturali in Georgia dal 2012 al 2017 e poi sindaco di Tbilisi, la capitale. I due ex milanisti non sono però gli unici. Romário nel 2010 si è candidato col Partito Socialista Brasiliano e dal febbraio 2021 è vicepresidente del Senato brasiliano, mentre Cuauhtémoc Blanco è governatore dello stato messicano di Morelos.

Non altrettanta fortuna ha avuto Hakan Şükür: nel 2011 il turco è diventato deputato parlamentare. Ora vive in ‘esilio’ negli Stati Uniti, per non essere incarcerato con i dissidenti politici. L’accusa? Aver appoggiato il tentato colpo di stato turco del 2016. In Italia la direzione generale non è poi così diversa. Damiano Tommasi è sindaco di Verona, ma hanno intrapreso (con risultati più o meno fallimentari) la strada della politica anche Giovanni Galli, il compianto Paolo Rossi, Alessandro Altobelli, Ciccio Graziani e molti altri. Abbiamo voluto sentire l’opinione del nostro ospite a riguardo.

L’opinione di Valerio Moggia

Quanto conta l’esperienza sportiva nella scelta di candidarsi in politica da parte di calciatori? E come vengono accolti dalla cittadinanza? «Credo sia qualcosa che dice molto più sulla cultura della politica che su quella del calcio. Il fatto che non pochi ex-calciatori in giro per il mondo abbiano deciso e decidano di mettersi in politica – spesso senza una particolare formazione né un interesse pregresso in questo ambito, e dopo aver dedicato praticamente tutta la loro vita adulta solo ad allenamenti e partite – mi fa pensare che la principale attrattiva di questa carriera sia legata al potere che conferisce e al potenziale appeal che comporta sull’elettorato, che può ricordare quello avuto sul pubblico durante gli anni in campo.»

«Ci si dovrebbe domandare perché la politica attiri così di frequente soggetti interessati più al potere che al portare cambiamenti sociali positivi. Oppure soggetti che spesso sopravvalutano le proprie capacità, cimentandosi in ambiti così lontani dalle proprie conoscenze e competenze. Dopodiché va ricordato che spesso sono gli stessi partiti a volere simili candidati, perché consapevoli che la fama porta voti, anche se non porta idee.»

«Ci sarebbe da fare un discorso più ampio su come la politica sia sempre più focalizzata sul vincere le elezioni e non su quello da fare dopo, ma penso vada affidato a persone più esperte di me. Comunque non mancano calciatori che si sono messi in politica a coronamento di un percorso più lungo e coerente. Mi riferisco, per esempio, a uno degli ex calciatori da voi citati. Damiano Tommasi è diventato sindaco di Verona, ma si interessava di politica già quando giocava, e dopo il ritiro è stato a capo del sindacato dei calciatori

 

 


Ascolta Catenaccio, il podcast di Puntero. Puoi trovarlo su Spotify, oppure ti basta cliccare qui sotto.

 

catenaccio

Di Matteo Giribaldi

Genovese, classe 2000 come la Tana dei Club Dogo, la cui vita oscilla tra Doria e dolore. Amo il calcio, soddisfare la mia curiosità e i miei amici. Penso di essere nel posto giusto.