Un uomo, un camion e Gigi Riva

Si chiamava Rafaele, con una effe sola. Non era certo quello, il suo nome d’elezione, ma l’impiegato dell’anagrafe, quel giorno, non aveva orecchie da prestare alle consonanti doppie. Rafaele era mio nonno, ma credo di non averlo mai chiamato per nome, sbagliato o giusto che fosse. Per me era sempre stato semplicemente nonno Lele, una storpiatura da bambino che è rimasta per sempre.

Siliqua è una parola che, nell’arcobaleno infinito della lingua sarda, può voler dire sia “baccello” che “spicchio”. Sulla strada provinciale che da Iglesias taglia l’isola verso oriente, prima di buttarsi a capofitto verso Cagliari con una brusca virata verso sud, però, esiste anche un paese che si chiama in questo strano modo. È da lì che nonno Lele partì, come molti altri figli di quella terra tanto bella quanto cruda e selvaggia, per cercare fortuna in continente. Era il 1964.

Nonno Lele portò in Toscana una cosa sola: la sua abilità nel guidare i mezzi pesanti. Lo faceva anche in Sardegna, arrangiandosi qua e là sulle strade tortuose e polverose dell’isola. Non portò con sé neanche Lidia, sua moglie. Ai tempi si faceva così: era l’uomo a partire, esplorando una terra nuova e le sue possibilità, per valutare se avesse un senso dare un colpo di rasoio alle radici e trasferirsi tutti insieme di là, oltre il Mar Tirreno.

Che vita nonno, su e giù per le strade d’Italia. Prima le bisarche, una dozzina di automobili sul rimorchio. Poi, una volta stabilitosi per bene sul territorio pisano, la Saint Gobain. Una grande azienda, ancora attiva alle porte meridionali della città, che produceva e produce vetro. Non gli ho mai chiesto se gli piacesse, cosa significasse per lui stare sempre in giro su quei bestioni che divoravano l’autostrada, ma due cose se le portava dietro sempre, anche una volta raggiunta l’età della pensione. Conosceva a memoria lo stradario e l’Atlante d’Italia: era in grado di dirmi esattamente da quali strade si passasse per andare, che so, da Ivrea a Belluno, quali paesi si incontrassero, di che provincia facessero parte, quale sigla avessero sulle targhe. E poi l’autoradio era sempre, costantemente, sintonizzata su Isoradio: doveva sapere a tutti i costi se per andare a Salerno o a Savona ci fosse traffico anche se, una volta appesa la patente C al chiodo, il viaggio più lungo che facesse era per andare a fare la spesa in paese.

Lidia lo raggiunse per la prima volta un giorno di settembre del ’66, con in braccio mia madre, al mondo da pochi mesi. Partivano tutti per restare. Quando arrivava l’estate, però, il richiamo della terra d’origine diventava insopportabile. La 128 verde di nonno Lele veniva stipata all’inverosimile e portava tutti e tre – sarebbero diventati quattro nel ’69, con l’arrivo di mio zio – fino all’imbarco col traghetto per Golfo Aranci. In macchina, direzione porto di Civitavecchia, l’autoradio non diffondeva le note di Battisti o Celentano, e anche Isoradio perdeva importanza. I nonni mettevano su una musicassetta e il nastro cantava in sardo. Le musiche popolari di Sardegna allietavano il viaggio fino all’imbarco: era come vedere casa ancora prima di arrivarci.

Deve essere stato particolarmente emozionante, per nonno Lele, approdare sulle sponde di Sardegna nell’estate del ’70. Non poteva essere altrimenti. La squadra della sua città, il Cagliari, aveva appena compiuto l’impresa delle imprese, vincendo uno Scudetto che rimane, a più di 50 anni di distanza, forse la più grande storia di sport d’Italia. Lo aveva fatto buttando giù tutti gli ostacoli incontrati sulla sua strada, mettendosi alle spalle le due milanesi e la Juventus, schiaffeggiando l’ordine costituito del pallone tricolore e attirandosi le simpatie di tutto lo Stivale, oltre che l’amore di tutti gli isolani, su cui già poteva contare da molto prima.

L’uomo simbolo di quella banda di pirati che aveva messo a ferro e fuoco il campionato veniva da Leggiuno, un paesino adagiato sulle sponde del Lago Maggiore. Gigi Riva. 21 gol, una serie di cannonate col sinistro che misero a repentaglio la tenuta delle reti avversarie e la tenuta ossea delle mani dei portieri, all’epoca ancora non inguantate. L’anno prima il contatore aveva segnato 20 reti, che però non erano bastate. Quell’anno la Sardegna intera poteva fare festa.

Io, ovviamente, Riva non l’ho mai visto giocare in tempo reale. Come tutti gli appassionati mi sono nutrito dei suoi video, prima in bianco e nero e poi a colori. Ho visto brillare quell’azzurro quasi blu dell’estate messicana del ’70, le braccia al cielo dopo il gol dell’Azteca alla Germania. Un uomo che in quella stagione baciata dagli dèi sembrava poter scrivere ogni storia possibile ma che poi dovette arrendersi a un dio vero, che era nato a Três Corações e dai proseliti si faceva chiamare Pelé.

Gigi Riva l’ho sentito però, ancora prima di vederlo, uscire dalla bocca di Rafaele. Nonno non era uno di tantissime parole, aveva un umorismo schivo che mi faceva ridere e che faceva ridere pure lui, di una risata roca e sincera. Non capitava spesso che raccontasse di sé, così come di altre cose. E infatti, non mi ha mai raccontato neanche di Riva: non nel senso classico del concetto di racconto, se non altro.

Non mi ha mai preso sulle ginocchia per raccontarmi cosa avesse fatto quel ragazzo del lago, in quegli anni sardi. Non mi hai mai esternato cosa sentiva nel vederlo giocare, non ho mai saputo se ha avuto modo di ammirarlo dal vivo all’Amsicora o in qualche altra occasione. Eppure io, in quella piccola casa vicino all’argine del Serchio, in un paese ad un mare di distanza dalla Sardegna e lontano centinaia di chilometri dalla provincia di Varese, Gigi Riva lo sentivo.

C’era un momento in particolare, in cui ne avvertivo la presenza. Capitava che cenassi a casa dei nonni, si mangiava presto e, una volta sparecchiata la tavola, si prendevano le carte e si giocava a scala 40. Mentre cercavo di infilare qualche tris e, soprattutto, di tenere tutte e tredici le carte dritte nelle mie mani di bambino, a volte la tv ci regalava qualche partita di Coppa Uefa su Rai1. Io restavo zitto, la concentrazione divisa tra le carte e la partita, nonna accendeva una sigaretta e polemizzava per la fortuna sfacciata di Rafaele. Nonno ascoltava Bruno Pizzul, guardava la partita e immancabilmente, sia che Ronaldo scartasse tre uomini con un tocco o che Vieri gonfiasse la rete col mancino, lui diceva che “Gigi Riva lo avrebbe fatto più bello”.

Spuntava sempre, quel nome. Gigi Riva era un mantra, una pietra di paragone impossibile da raggiungere, un confronto ingeneroso con chiunque gli venisse accostato. L’ho capito solo più tardi cosa volesse dire quel nome, per nonno e per una terra intera.

Un nome che diventa una parola sola, quando esce dalla bocca di un sardo, e diventa Giggirriva. Una poesia lunga dieci lettere, il più corto degli haiku possibili, ma che dentro quelle poche sillabe racchiudeva – e racchiude – un’epica tutta sua.

Gigi Riva in quella stagione ha infiammato l’Amsicora, la città di Cagliari e tutta l’isola. Ma la sua arte – perché di arte si parla – ha solcato il mare, e lo ha fatto in due maniere. Un ragazzo nato lontano dalla Sardegna, cresciuto sulle spiagge lacustri di Arolo e Reno, e che sull’isola manco voleva andarci, è diventato sardo tanto quanto chi quella terra la abita. Se oggi chiedessimo ai passanti per strada, in qualsiasi paese d’Italia, quali siano i primi nomi che vengono in mente se si pronuncia la parola “Sardegna”, Gigi Riva sarebbe sicuramente nella top tre delle risposte.

Ma non è l’unico miracolo operato da Gigi Riva. Rombo di Tuono – grazie, Gianni Brera – ha acceso la fiamma dell’orgoglio in tutti i sardi, ed erano davvero tanti, che il lavoro, la vita, le necessità avevano costretto ad allontanarsi dalle braccia di mamma Sardegna per affermarsi o per trovare una strada che sull’isola non avrebbero trovato. Gigi Riva è stato un balsamo nel petto di tutta questa gente, li ha riavvicinati a una terra che non riuscivano a vedere di là dall’orizzonte, li ha inorgogliti e resi fieri di arrivare da lì. Dalla terra che, ormai, era la terra di Gigi Riva.

È un chiasmo unico nella storia del pallone. Il ragazzo che arriva da lontano fino alla Sardegna e lascia un segno indelebile di chi dalla Sardegna si era spostato lontano. Una storia talmente intima, rinchiusa nel cuore di ogni persona che l’ha sentita dentro, che non può far altro che diventare universale.

C’è un poeta inglese, John Donne, che quasi 500 anni fa ebbe a scrivere che “nessun uomo è un’isola”. C’è però un amico, oltre che un bravissimo giornalista – Francesco Caremani – che in questi giorni di lutto e di commozione per la scomparsa di uno dei simboli del nostro pallone ha scritto la cosa che mi ha emozionato di più: “Nessun uomo è un’isola. Lui lo è stato”.

Ed è vero. Giggirriva è stato un’isola, nel senso più geografico del termine. È stato la Sardegna, e lo è stato soprattutto per chi, in Sardegna, poteva tornarci solo d’estate, a bordo di una 128 verde.

 


 

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Di Nicola Luperini

Scrivo di tutto il calcio possibile, con una spruzzata di tennis e basket. Innamorato di Sebastian Driussi e dei negozi che vendono roba usata. Mi trovi anche su Twitter (@NicoLuperini).