Gigi Riva: Il primo sardo di sangue non sardo

Gigi, alla fine quel giorno è arrivato. Tutti, senza distinzione tra chi ti ha visto giocare e chi ha potuto solo vedere qualche spezzone su YouTube, abbiamo creduto che tu fossi immortale. Adesso ci sentiamo più spogli, smarriti, soli. E quel 22 gennaio non sarà solo il giorno in cui hai lasciato la vita terrena ma anche il giorno in cui immortale lo sei diventato per davvero. Vivremo il nostro dolore come solo noi sappiamo fare e come tu hai fatto ogni volta che hai dovuto affrontare un lutto familiare. In silenzio, rispettosi l’uno del dolore dell’altro, usando il minor numero possibile di parole, per lo più sussurrate. Pensierosi, a scrutare un orizzonte lontano per lunghi interminabili momenti come quei silenzi durante l’unico incontro con uno dei tuoi idoli di gioventù: Fabrizio De André.

 

Un legame forte, indissolubile

Perché se ti sei sentito parte integrante di questo popolo non è soltanto perché hai indossato per 315 volte questa maglia, hai segnato 164 reti, vinto per tre volte la classifica cannonieri, vinto uno scudetto indimenticabile, più unico che raro. Non è perché sei ancora il miglior marcatore della nazionale italiana con 35 reti in 42 presenze, non è perché hai donato agli azzurri due gambe e forse per questo, perso un paio di scudetti e chissà magari una coppa europea. Da Leggiuno, un paesino affacciato sul lago Maggiore, sei finito controvoglia in una terra, al tempo, lontana dal mondo. Lontanissimo da casa, però, hai scoperto un popolo con valori, sentimenti, desideri, voglia di emergere che ti calzavano a pennello. Ti sei ammantato di quella maglia con i quattro mori come fosse una seconda pelle, indossandola ininterrottamente sino alla conclusione della tua carriera.

La rovesciata iconica contro il Vicenza a sfidare le regole della fisica, emblema del tuo essere unico in campo.

 

A Cagliari non ci vado

Ti sei innamorato poco a poco della Sardegna, non è stato un colpo di fulmine. Quella che hai conosciuto non era l’isola che oggi sappiamo. Era terra di banditi, pescatori, pastori, terra di confine, terra ai margini. Negli anni Sessanta, prima del tuo arrivo, per tutti era una punizione finire qui. E tu come potevi pensarla diversamente? Col tempo hai capito ogni giorno di più che anche se nato a migliaia di chilometri di distanza qui ti trovavi proprio bene. Hai toccato con mano la semplicità degli abitanti, la loro riservatezza, la compostezza e apprezzato l’umiltà di un popolo che aveva poco o niente.

Una regione veramente isolata dal resto, abitata da un popolo orgoglioso e volenteroso. Per questo sei stato probabilmente il primo uomo a soffrire del mai scientificamente dimostrato mal di Sardegna. Per questo, insomma, hai capito che eri a casa tua, dopo aver trovato la serenità cercata per una vita.

Il tributo degli Sconvolts riservato a “Gigirriva” con una sua frase celebre durante Cagliari-Torino.

 

“Stavo andando a casa mia”

Il legame indissolubile che si è creato con la nostra terra e con noi che la abitiamo è profondo. È rimasto nel tempo anche dopo aver terminato la carriera da calciatore. La carriera da dirigente per la Nazionale ti ha fatto allontanare per brevi periodi ma il tuo solo obiettivo era di tornare a casa tua il prima possibile.

Spiegare a chi non è sardo cosa tu sia stato in tutti questi anni per il popolo sardo è semplice e al tempo stesso complesso. Tu per noi sei Gigirriva tutto attaccato. Uno scioglilingua che impariamo da piccoli e non ce lo scordiamo mai.

Per i continentali sei Rombo di Tuono, azzeccata ispirazione di Gianni Brera, lombardo come te e che per te stravedeva. Oggigiorno anche i più piccoli tifosi del Cagliari crescono sentendo raccontare le gesta del calciatore inarrestabile simbolo di potenza, forza, esplosività, carisma, ma soprattutto imparano a conoscere il tuo lato umano. L’amore incondizionato, il rispetto, la passione e la protezione oltre che la riconoscenza verso questa terra dimenticata da tutti. Tu ci hai fatto capire come dovevamo amare quest’isola, come difenderla e proteggerla.

Non sempre siamo stati all’altezza dei tuoi insegnamenti, talvolta l’uomo di poche parole che sei stato ha dovuto schierarsi. In prima linea, per prendere posizione quando i sardi abbozzavano un’alzata di spalle di fronte a scelte ingiuste e pericolose. Contro i rifiuti tossici, contro le basi militari, contro lo sfruttamento del suolo perché vedevi troppo spesso la tua terra sedotta e abbandonata, sfruttata e non rispettata da parte dei “continentali”.

 

Il mito che diventa immortale

Non ci sarà mai più uno come te, simbolo di un calcio che non esiste più. Nessuno potrà coniugare i risultati sportivi alla fedeltà totale verso un’intera nazione, come noi sardi ci sentiamo ed alla quale tu sentivi di appartenere.

È stato un onore in tutti questi anni poterti incontrare per caso passeggiando per le vie del centro. Io persona schiva come te, traboccante di pudore al punto da non averti mai voluto disturbare pur sapendo che se ti avessi fermato mi avresti sorriso imbarazzato ma contento.

Ciao Gigi, proteggici ancora come hai sempre fatto, ovunque tu sia ora. Grazie per le emozioni che hai dato per esempio a mio padre, il quale con i suoi racconti di gioventù vissuti in prima persona mi ha trasmesso l’amore per te, incondizionato come si riserva solo ad un dio pagano.

 


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catenaccio

Di Fabrizio Cirronis

Scrivo per passione, amo lo sport e le storie di sport, ma non solo; mi piace raccontare con un tocco di ironia. Baskettaro da sempre, figlio degli anni 70, cresciuto negli anni 80, evoluto negli anni 90.