La Brexit ha cambiato il calcio scozzese

Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Non sono d’accordo. Il calcio è molto, molto di più“. Questo era il pensiero dello scozzese Bill Shankly, il nostro punto di partenza per un viaggio alla scoperta del pallone d’oltremanica fra Inghilterra e Scozia.

 

L’esordio

30 novembre 1872, Hamilton Crescent Cricket Ground, la notizia di apertura del periodico nazionale The Glasgow Herald riporta il risultato dell’Union Football Match, quello che diventerà il classico tra le selezioni di Inghilterra e Scozia. I Paesi vivevano un rapporto simbiotico, coabitazione di due entità interdipendenti e interconnesse.

Non è una partita di calcio ma una rivalità secolarizzata, la quale si ripercuote sul sostrato culturale dell’Isola. Nel XIX secolo, con l’avvento della seconda Rivoluzione Industriale e l’avanzamento tecnologico, nasceva il gioco della palla con i piedi, pratica che avrebbe appassionato nobili e intellettuali del Regno Unito.

 

Il vittorianesimo

Gli altolocati inglesi volevano mantenere un’immagine immacolata della nazione, preservandone il decoro. Durante l’Età Vittoriana l’imperialismo britannico avrebbe contribuito a diffondere la eco dell’autarchia statuale che irretiva i sudditi, soffocando sedizioni popolari.

Sotto l’egida della Regina Vittoria, il cittadino del regno era affetto da un nazionalismo radicale, sollevato da un governo patriottico che, volano dell’economia transfrontaliera, appoggiava il progresso industriale. Soffocato questo moto rivoluzionario, raggirato dalla politica illuminata della sovrana, il football si è diffuso nei campus delle università britanniche.

 

Un classico

Tornando alla premessa iniziale, il nome della partita rimane equivocabile. Le regole del gioco cambiano da ateneo ad ateneo, a Charterhouse non era consentito toccare la palla con le mani, a Harrow si giocava – stranamente per l’epoca – in undici contro undici, mentre a Rugby, laddove si sarebbe sviluppata l’omonima disciplina, si teneva il pallone tra le braccia.

La data di nascita del calcio è fissata il 26 ottobre 1863, quando nella Freemason’s Tavern di Great Queen Street le squadre della capitale, confluite nella Football Association, hanno votato il regolamento della Prima Divisione inglese.

Il Presidente dai baffi puntuti Arthur Pember brindava al radioso avvenire: “Al successo del football, indipendente dalla classe sociale e dal credo religioso“. L’8 dicembre 1870 il giornale londinese Bell’s Life gettava il guanto di sfida. Come rilanciato dal The Scotsman, i calciatori inglesi sono invitati a partecipare a un incontro di pallone.

Un duello che sovverte lo statuto tradizionale, regole non scritte di un confronto il quale allietava il palato del pubblico, che guarda divertito venti persone darsele di santa ragione. La Scottish Society voleva disapplicare queste disposizioni e non cedere alle pressioni della monarca.

 

Il calcio in Scozia

Le rappresentative di West of Scotland FC, Edinburgh Academical FC, Merchistonian FC, Glasgow Academical FC e St. Salvator FC chiedevano di cambiare location: “Al fine di testare realmente ciò che la Scozia può fare contro una squadra inglese, noi, in qualità di rappresentanti degli interessi calcistici di Inghilterra e Scozia, con la presente sfidiamo qualsiasi squadra selezionata da tutta l’Inghilterra, a giocare con noi una partita, venti contro venti, con le regole del rugby, sia a Edimburgo che a Glasgow“.

L’evento non si sarebbe piegato all’ortodossia del football del Trinity College, seguendo invece le Rugby Rules. Dopo le rimostranze iniziali, il 27 marzo 1871, sul North of the Border, al Raeburn Place di Glasgow era in programma la prima partita internazionale della storia, il debutto contro uno striminzito gruppo di stranieri.

Una lotta ideologica, sfociata in un sempiterno conflitto culturale che, trascinatosi ai giorni nostri, rimane un grande classico. Liberi da vincoli e prescrizioni, si instaurava un regime di giocosa anarchia. Gli avversari avrebbero battuto gli invasori, contribuendo alla crescita del movimento sportivo del Paese e la creazione della Scottish Football Union.

 

I calciatori

D’altra parte, a distanza di venti mesi dal match, nel pieno della tradizione dell’evento, le nazionali si sono affrontate, su un campo di cricket, in una partita di calcio. Considerando che il campionato scozzese sarebbe cominciato dal 1873, il capitano Robert Gardner non aveva potuto attingere dalla rosa dei Wanderers e dei Royal Engineers, al tempo finaliste di FA Cup.

Il 30 novembre 1872, nel giorno patronale di St. Andrew, l’estremo difensore nel Queen’s Park decideva di convocare solamente i suoi compagni di squadra. Resta un mistero la non partecipazione di Arthur Kinnaird, tra i più talentuosi calciatori del tempo.

 

La partita

Mentre l’Inghilterra poteva contare su Charles William Alcock, icona dello sport d’oltremanica, tra le file avversarie figurava il nome di W. H. Gladstone, figlio del più celebre primo ministro del Regno Unito. La selezione inglese conta su atleti autoctoni del territorio, mentre gli avversari, di derivazione scozzese, sono perlopiù londinesi.

Gli atleti, immortalati con la sigaretta in bocca prima del fischio d’inizio, vestivano una tuta e una divisa a maniche lunghe. Il terreno di gioco, zuppo e pesante, era delimitato da linee incerte e affatto chiare.

Le porte sono senza reti e la traversa è delimitata da un nastro di carta che collega i due pali. Il fotografo avrebbe lasciato postazione prima della fine dei novanta minuti per la pioggia.

Gli attaccanti scozzesi sfondavano la retroguardia avversaria con incursioni centrali e solitarie, facendo valere, con metodi poco ortodossi, l’ampia disparità fisica.

Questa è stata la prima volta in cui una squadra della Football Association ha fronteggiato un undici in Scozia“, questo è un trafiletto del The Guardian l’indomani della sfida.

Il prato all’inglese dell’impianto di cricket era stato annacquato dagli incessanti piovaschi dell’uggiosa isola e la gara sarebbe terminata con un pareggio a reti inviolate. L’incontro, annidato nella rivalità secolare tra i due popoli invisi, continua tutt’ora fino a mutare in usanza.

Del resto, il rapporto conflittuale non ha radici puramente culturali, ma sedimenti di un odio reciproco che si alimenta da secoli.

 

La rivalità

D’altronde, alla fine del XIX secolo la Scottish Football Association imponeva il divieto di chiamare in nazionale giocatori che fossero impegnati nel campionato inglese. Non meno di dieci anni fa gli scozzesi hanno votato per l’indipendenza dal Regno Unito, la stessa decisione presa dalla Repubblica d’Irlanda che, nel 1922, si era distacca dal cugina Gran Bretagna.

I reietti irlandesi osteggiavano il Governo di Sua Maestà e, nel 1653, sarebbero passati sotto la dominazione del Lord Protettore del Commonwealth Oliver Cromwell. In osservanza del principio di sussidiarietà, il Scottish National Party (SNP) si batteva per l’introduzione della home rule.

 

La legge del luogo

L’instaurazione di una legislazione autonoma, devoluzione sorretta da una normativa imperniata nel secessionismo radicale dello Stato costituente. Sulla scorta della battaglia di Giacomo IV di Scozia, lo Scottish Independence Referendum Bill, ai sensi dell’articolo 50 TUE, modificato dal Trattato di Lisbona del 2007, avrebbe permesso di tagliare i legami con il passato.

Nel rispetto del Libro Bianco dello Scotland’s Future, le forze nazionaliste, socialiste e verdi, con il beneplacito del primo ministro David Cameron, votavano per l’attuazione dell’indipendentismo. Capite bene che, sebbene il progetto fosse stato un buco nell’acqua, iniziavano a essere molti i campanelli d’allarme. Con la Brexit, peraltro, le cose sono peggiorate.

La Scozia, merito delle esenzioni sui dazi doganali al traffico di prodotti ittici provenienti dal Mare del Nord, ha dovuto rinunciare ai vantaggi del mercato unico.

 

The Scottish Rebellion

In questi anni importazioni ed esportazioni sono diminuite e il traffico marittimo si è spostato su attracchi diversi da quelli britannici, come i porti di Cherbourg, Roscoff, Dunkirk e Rosslare. Il rischio di deriva politica rimane fondato e, laddove il localismo autonomista fa accrescere i poteri del parlamento di Cardiff, l’Irlanda del Nord rinsalda i rapporti con Dublino, inasprendo l’odio nei confronti del reame britannico.

D’altra parte, l’ultima volta che gli inglesi hanno fatto arrabbiare i cugini irlandesi le conseguenze sono state, per usare un eufemismo, molto spiacevoli. La spocchiosa alterigia dei britanni si annida nella deriva del continente, che alimenta il sentimento antieuropeista di un Paese il quale, facendo buon viso a cattivo gioco, fugge dalle proprie responsabilità.

 

Scozia e referendum

L’addio recide il nodo gordiano di una politica precaria, forma di un sovranismo stantio che, come un nostalgico, vive dei ricordi di una civiltà ormai caduta. Il recesso della Gran Bretagna si ripercuote sul calcio, che patisce gli effetti dell’economia sulla moneta. Del resto, come dichiarato da Emily Gray, direttore di Ipsos Scotland, l’indipendentismo è inasprito da ruggine reciproca.

Eppure, la prima proposta referendaria passava dall’autorizzazione di Holyrood e Westminster che, attraverso il Section 30 Order, firmavano l’Edinburgh Agreement. In ottemperanza dell’UK General Election Manifesto del 2019, il Parlamento aveva approvato l’indizione di un nuovo voto.

Boris Johnson, interrogato dal Segretario di Stato Alister Jack, avrebbe rigettato la domanda, sostenendo che quella del 2014 avesse rappresentato una “once in a generation opportunity“. In ossequio alla sezione 29 del 1998 Scotland Act, conformemente al parere della House of Commons Library e giurisprudenza della Supreme Court, la devoluzione del potere legislativo deve essere limitata ai seguenti casi: “Le questioni riservate sono indicate nella Schedule 5, la cui parte 1 riserva a Westminster diversi aspetti della Costituzione“.

Il Presidente Lord Reed rivela le falle del sistema, condizionato da un’inefficienza attuativa che impedisce al legislatore di emanare norme in materie di attinenza britannica.

Sebbene la normativa inglese autorizzi “beyond doubt” la legalità d’intervento a opera del legislatore nazionale, il diritto di azione è limitato entro il termine del 1° gennaio 2015: “Il 1998 Act fornisce anche una serie di principi per assistere i tribunali nell’affrontare le questioni di competenza. Tali questioni sono note anche come questioni di devoluzione. Il fatto che una disposizione si riferisca a una materia riservata deve essere determinato con riferimento allo scopo della disposizione, tenendo conto del suo effetto in tutte le circostanze“.

 

Una questione politica

L’ex segretaria del SNP e Primo Ministro Nicola Sturgeon, nel marzo 2022, ha convocato il Lord Advocate, Alto Ufficiale di Stato, al fine di fissare, in deroga alla riserva di legge, un nuovo referendum. Il giugno scorso la nazionalista, nell’ambito dell’operazione Branchform, è arrestata per distrazione di 600mila sterline, defluiti nel proprio conto corrente dalle casse del partito.

Humza Yousaf, nonostante l’opposizione della deputata Ash Regan, prometteva di seguire il piano politico di nippy sweetie che, ai sensi del The Referendum Act 2020, allarga le maglie del suffragio: “Chiunque abbia almeno 16 anni e risieda legalmente in Scozia, indipendentemente dalla sua nazionalità, e sia iscritto nelle liste elettorali del governo locale scozzese, avrà diritto di voto.“.

Nel pezzo dell’Institute for Government gli esperti spiegano: “Il governo scozzese intendeva indire un referendum il 19 ottobre 2023. Eppure, la sentenza della Corte Suprema lo ha bloccato. Il piano dell’SNP prevede che la Scozia indipendente rientri nell’UE. Poiché il Regno Unito ha già lasciato l’UE, una Scozia indipendente dovrebbe presentare domanda di adesione ai sensi dell’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea, dopo aver completato la separazione dal resto del Regno Unito. Il reinserimento richiederebbe i negoziati di adesione e il consenso di tutti i 27 Stati membri dell’UE“.

 

E in Italia?

Il premier Rishi Sunak si è opposto al referendum indyref2, che risultava, loro malgrado, inattuabile. In osservanza del Comunicato Ufficiale n. 184/A datato 1° giugno 2023, in ottemperanza dell’art. 27, co. 5 bis del decreto legislativo n. 286 del 1998, il CONI ha deliberato il divieto di tesseramento per due calciatori originari di Paesi non aderenti all’UE ovvero all’Area Comune Europea (AEE).

La disposizione incamerata nel Regolamento della Lega Serie A aderisce all’atteggiamento paternalista degli Stati Membri, che impongono un margine di slot allo scopo di preservare lo spirito identitario a scapito del principio di eguaglianza e non discriminazione. Il sistema arricchisce il portafogli degli investitori, che attentano alla competitività delle divisioni straniere, incapaci di offrire pari indotti.

 

Il campionato dei grandi

Oltremanica giocano un altro sport e nemmeno Scozia e Irlanda tengono il passo di Premier League e Championship. Il nostro legislatore è tenuto a equiparare le categorie di calciatori britannici ed elvetici ai cittadini comunitari che, conformemente alla norma federale, fuoriescono dall’ambito di applicazione della già citata norma.

Un rattoppo legislativo, un intervento emendatorio che argina questo fenomeno al fine di consentire l’iscrizione dei contratti di detti atleti. Seppure la nazionale dei Tre Leoni sia diventata la selezione più preziosa al mondo, Gareth Southgate non ha rinunciato a oriundi quali Jack Grealish e Declan Rice.

La scelta di quest’ultimo di non rappresentare i ragazzi in verde è stata, eppure, fonte di protesta da parte dei tifosi irlandesi, che si sono sentiti traditi dal loro capitano. Decisione che appura la prevaricazione dell’Isola sugli avversari.

Anche Evan Ferguson, recentemente accostato all’Inghilterra, ha lasciato spazio ai dubbi: “Mia madre è inglese, quindi è qui che entra in gioco il legame. Ma ho visto alcune persone chiedersi: “Lo farà? Lo farà?” Ma per ora posso dirvi che è un no, non mi sarebbe permesso tornare“.

Nell’aprile 2021 la tifoseria del Chelsea ha rumoreggiato alla notizia della Superlega, proposta mal accolta dalla curva di Stamford Bridge, che ha protestato contro le lobby del calcio in nome di uno sport a portata di tutti. Nondimeno, sedici mesi più tardi le spese della Premier League, comprese quelle dell’arci-criticati Blues, avrebbero valicato picchi vertiginosi: 2,24 miliardi di euro d’investimento contro i 749,2 milioni di euro della nostra Serie A.

Il saldo negativo di 35 miliardi di euro è ancora più preoccupante se si pensa che il neopromosso Nottingham Forest avrebbe chiuso con un passivo di 155 milioni di euro. Dal 2016, anno del voto della Brexit, quattro club britannici hanno raggiunto per sei volte la finale di UEFA Champions League e quattro squadre, in cinque occasioni, hanno fatto altrettanto in Europa League.

 

Scozia ed Europa

I Glasgow Rangers hanno ottenuto un discreto successo, dettato dall’insolita politica di trasferimento della dirigenza, che si rivolge a mercati esotici, per cui economici. L’Ufficio dell’Interno inglese, è scritto su un articolo di BBC, malleva la Scozia dall’onere di accogliere le richieste di permesso di soggiorno, frenate dai tempi biblici della burocrazia nazionale:

Ogni giocatore non britannico che viene ingaggiato sarà prima valutato in base a un sistema del Ministero degli Interni che assegna dei punti in base a fattori quali le presenze internazionali, il successo del club di appartenenza e l’entità dello stipendio. Ma la maggior parte dei giocatori che arriveranno in Premiership non lo faranno, quindi il caso di un’esenzione del Governing Body deve essere sottoposto a una commissione di sei persone, generalmente composta da ex allenatori, dirigenti e giocatori, nonché da amministratori e consulenti indipendenti“.

 

Gusto orientale

Il Celtic ha comprato Kyogo Furuhashi, Daizen Maeda, Reo Hatate e Yosuke Ideguchi dalla J-League, mentre gli Hearts hanno firmato Cammy Devlin, Nathaniel Atkinson e Kye Rowles dalla A-League. L’incremento del numero di giocatori australiani nel Paese deriva dall’introduzione di un exceptions panel che ha sgravato il lavoratore dall’onere di rispettare i quindici requisiti della domanda di ammissione.

Un’esenzione che consentiva di sbarcare nei porti d’oltremanica e, attirata l’attenzione di squadre di Premier League, fare il salto in una piazza importante. “Partendo regolarmente nella Scottish Premiership, un giocatore guadagna fino a otto dei 15 punti necessari per ottenere il permesso di giocare in Inghilterra. Il resto dei punti può essere guadagnato finendo in alto in classifica o giocando nel calcio continentale di club o internazionale“, riporta questo pezzo del The Sydney Morning Herald.

In osservanza della normativa federale e la legislazione giuslavorista, in Inghilterra è fatto divieto di tesserare calciatori stranieri che non abbiano conseguito la maggiore età. Come si legge su questo inciso del The New York Times, i club inglesi, benché scoraggiati all’acquisto, disponendo di notevoli liquidità, investono ugualmente: “Le più importanti squadre in Gran Bretagna non devono affrontare ostacoli di questo tipo. Ciò significa che qualsiasi giocatore che abbia anche militato in una squadra di club di successo in uno dei migliori campionati europei è quasi certo di ricevere un lasciapassare – o, per usare un termine tecnico, una Governing Body Endorsement. È in queste acque ricche che i club della Premier League tendono a pescare molto“.

 

Monopolio all’inglese

Non devono quindi sorprendere le cifre faraoniche spese per i nazionali Lewis Hall e Cole Palmer dato che, come suggerito da Fabrizio Romano in un’intervista alla Bobo TV, “per questioni di liste, lì in Inghilterraè molto difficile trovare un nazionale che possa giocare in una grande squadra”.

La Premier League, secondo la legge del contrappasso, ha scontato lo scotto di vantare enorme potere contrattuale.

Inoltre la Germania e l’Italia hanno preso giocatori scozzesi perché vedono in loro la tecnica e l’atletismo necessari per sfondare in quei campionati. Questo, a sua volta, significherà che un numero maggiore di giovani scozzesi dovrà decidere se rimanere a casa o trasferirsi“, appunta l’articolo di Footy Analyst.

 

Erasmus scozzese

A differenza di Aaron Hickey, nella scorsa stagione Lewis Ferguson ha fatto le fortune del Bologna di Thiago Motta, per cui ha messo a referto sette reti. Le società sportive non intendono pagare sovrapprezzo e strappano talenti scozzesi a valori decisamente più alti, com’è il caso di Josh Thomas Doig, passato al Sassuolo dopo essere stato vicino al Marsiglia di Gennaro Gattuso.

È quello che è successo al talentuoso Billy Gilmour che, dopo avere indossato la maglia della Nazionale, ha giocato per numerose squadre, senza trovare il giusto collocamento tattico. Anche Dire Mebude e Josh Adams, seguendo l’esempio di Andy Roberton e Kieran Tierny, avrebbero lasciato terra natia per misurarsi con la migliore divisione d’Europa.

A quell’età la pressione è tanta e, come si evince da questo scritto dell’Edinburgh News, sono in molti a essere schiacciati dal peso dell’aspettativa: “Il caveat di questa argomentazione è che i dirigenti sono sottoposti a forti pressioni per ottenere risultati e lo sviluppo dei giovani non è sempre una priorità assoluta“.

 

Il Brexitball

Brexitball, così è chiamato lo studio di ricerca condotto da Analytics FC e Fragomen, dalla cui analisi si inerisce che il numero di atleti non inglesi sarebbe tornato ai livelli precedenti al referendum. È indubbio, tuttavia, che la Scottish Premiership stia attraversando un’inevitabile flessione.

Nell’ambito del quadro normativo britannico sull’immigrazione post-Brexit, ogni Federazione calcistica nazionale è responsabile del proprio sistema di Governing Body Endorsement (GBE). A loro è data la facoltà di stabilire i requisiti di ingresso in base a ciò che ritengono più adatto al loro sport e che viene poi approvato dal Ministero degli Interni“, si scrive su The Athletic.

 

La ciclicità della storia

Parlando di storia e degli strabilianti risultati del calcio locale, era il 25 maggio 1967 quando, all’Estádio Nacional do Jamor di Lisbona, il Celtic sconfiggeva la Grande Inter di Helenio Herrera. La vittoria della Coppa dei Campioni, per la prima volta nella storia del calcio, coincideva con il treble.

Increduli dell’impresa, i glaswerian avrebbero brucato addirittura l’erba del campo. In tempi più recenti, invece, a seguito del big tax case e una passività di 160 milioni di euro, i Rangers non sono riusciti a iscriversi alla massima Lega del Paese.

Nel 2016, dopo un’intrepida risalita, risorti dalle proprie ceneri, i Gers vincevano il campionato e, sei anni dopo, centravano la finale di UEFA Europa League.

 

What a shame

D’altra parte, lo Stato è consumato dall’azione di un governo prepotente e perbenista. Il burbero Charles imbarazza la Corona e, come nonno Simpson, non passa momento che non umili la casata Windsor. Il Vallo di Adriano segna il confine tra Britannia e Caledonia. La barricata romana era simbolo della resilienza degli scozzesi i quali, per amor di patria, si ribellano agli invasori.

L’autonomismo è incatenato a un imperialismo retrogrado, degenerazione dell’oclocrazia di una donna sciatta e un biondino arrogante. “Prima o poi, tutti siedono a un banchetto di conseguenze“, scriveva il poeta e drammaturgo Robert Louis Stevenson. Il reame di Sua Maestà viene seppellito sotto la croce di Scozia, pietra tombale dell’inglorioso despotismo inglese.

 


Ascolta Catenaccio, il podcast di Puntero. Puoi trovarlo su Spotify, oppure ti basta cliccare qui sotto.

 

Di Giovanni Maria Seregni

Scrivere e fare sport sono le uniche due forme interessanti di stare al mondo. Tifare Inter è come professare una religione – vivi nell'incertezza del futuro.