Lettera aperta di un tifoso interista a Francesco Acerbi

Sei arrivato all’Inter ormai più di un anno fa. La maggior parte dei tifosi era contraria al tuo arrivo. Sei stato fin da subito visto come un nemico per via del tuo tanto discusso passato. Eri colui che non aveva mai nascosto la propria simpatia per i rivali di sempre, il Milan, che aveva spalancato le porte dello Scudetto proprio ai cugini nel 2021/22. Eri colui che si era lasciato scappare una risata dopo quell’errore. Io, nel mio piccolo, mi sono sempre schierato a favore del tuo acquisto da parte della mia Inter.

Tutti coloro che si avvicinano a questo magnifico sport, lo fanno appassionandosi ai colori di una determinata squadra. Del fatto che tu avessi scelto quelli del Diavolo, beh, non me n’è mai fregato nulla. Da un certo punto in avanti, nel mondo del professionismo, subentra il tifo per se stessi. Dunque il tuo passato per me non era un problema e penso che sarebbe stato anche piuttosto stupido ritenere che lo fosse. Addirittura nutrivo maggiore fiducia in te che in un tuo ex compagno di squadra come Marušić, che non ci pensò due volte a puntarti il dito contro e ad alzare la voce nell’occasione di quello sbaglio contro i rossoneri, probabilmente temendo un gesto intenzionale.

Il sorriso dopo l’errore decisivo con il Milan, oggetto di giudizi per Acerbi

 

Sorvolai anche sulle ragioni che ti stavano portando a lasciare la Lazio, tua precedente squadra. A Roma avevi rotto con l’ambiente e con la tifoseria. “Non si saranno capiti” ho sempre voluto pensare. Ma dove nasceva questa mia incondizionata fiducia nei tuoi confronti? Domanda lecita, visto che non hai mai giocato per una squadra per cui simpatizzassi, né sei mai stato un giocatore chiave per la Nazionale.

Ad avvicinarmi a te era stata fin da subito la tua esperienza di vita. Dico la verità, della tua storia, calcistica e non, prima del Milan so poco. In base alle tue parole hai sempre condotto una vita sregolata. Abitudini poco sane che hanno compromesso anche la tua prima vera grande occasione in una big del campionato italiano, la tua squadra del cuore per giunta. La tua avventura nella Milano rossonera durò appena sei mesi, prima che ti venisse data l’opportunità di redimerti in prestito al Chievo Verona, in cui di certo non impressionasti.

A questo punto arrivò la vera svolta nella tua vita e carriera. Nel luglio del 2013 ti trasferisti al Sassuolo, l’ennesima occasione nella massima serie italiana per un ragazzo che non ne sembrava voler sapere di sfruttare il talento che Dio gli aveva donato. Durante le visite mediche con la nuova squadra emerse qualcosa di inatteso. Furono fatti immediatamente tutti gli accertamenti del caso e la diagnosi fu un fulmine a ciel sereno: un tumore aveva invaso il tuo corpo. Stavolta l’avversario da fermare non si trovava in campo, ma dentro di te. Venisti subito sottoposto ad un intervento chirurgico d’urgenza. Iniziò un calvario caratterizzato dalla violentissima chemioterapia. Il recupero avvenne in tempi record: il 15 settembre riuscisti ad esordire in Serie A con la tua nuova maglia, nella sconfitta del tuo Sassuolo nella trasferta di Verona contro l’Hellas per 2-0. Il risultato era del tutto marginale in questa storia. Ciò che contava era la tua vittoria personale contro quel male terribile. In quel momento per me, che solo 9 anni prima avevo perso mio padre per quello stesso male, divenisti un idolo e un simbolo di speranza. Probabilmente lo stesso idolo che mio padre trovò nel ciclista Lance Armstrong, riuscito a guarire anch’egli da un tumore. La vicenda relativa al doping emerse solo qualche anno dopo la sua scomparsa. Meglio” pensai, almeno era morto avendo in testa un esempio di speranza.

Riprendo la tua storia. Fino al dicembre di quell’anno il tuo campionato procedette senza intoppi, fino a quando un nuovo fulmine a ciel sereno sconvolse nuovamente la tua vita. Risultasti positivo ad un controllo all’antidoping. Si parlava persino di due anni di squalifica. Per me quella notizia fu come vedere i fantasmi del Vietnam. Esattamente come mio padre, mi ero creato un falso idolo portatore di false speranze. Dopo qualche giorno uscì un nuovo comunicato: non ti eri dopato, potevo continuare a vederti con gli stessi occhi, ma era tornato di nuovo quel brutto male. Cominciò quindi una nuova battaglia contro quell’avversario che già una volta avevi sconfitto brillantemente. Ci riuscisti un’altra volta. Stavolta definitivamente. Da quel momento la tua carriera e la tua vita presero una nuova piega.

Quel periodo ti aiutò ad allontanarti da certe brutte abitudini che avevano caratterizzato la tua vita fino a quel momento. Cominciasti ad avvicinarti alla fede. Come spesso detto, da quel momento cominciasti a pregare almeno due volte al giorno. Persino oggi, prima di ogni partita, è ormai diventata abitudine per gli appassionati vederti con le braccia alzate al cielo. Sei solito recitare una preghiera lunga una pagina, scritta da te. La malattia ti ha donato nuovi valori da seguire e ti ha fatto crescere immensamente come uomo. La nuova vita ha dato una svolta pure alla tua carriera. A suon di buone prestazioni cominciasti a riscontrare sempre più consensi tra gli addetti ai lavori.

Le buone prestazioni offerte al Sassuolo ti aprirono le porte della Lazio, che investì una cifra importante per renderti il leader della sua difesa. A cavallo delle due esperienze ti mettesti in evidenza per un “quasi record”: ben 149 partite di fila in campionato. Solo un certo Javier Zanetti ha fatto di meglio nella storia, toccando quota 162. Un momento che poteva rappresentare la fine, non solo della tua carriera calcistica, era diventato un punto di partenza per essere una persona e un atleta migliore. Insomma, i presupposti per una storia memorabile c’erano tutti.

Alla Lazio però cominciarono dei problemi con la tifoseria che ad un certo punto divennero per te insostenibili. Venisti costretto ad andartene dalla squadra che ti aveva consacrato ad alti livelli. Il caso volle che in quegli ultimi frenetici giorni di mercato l’Inter stesse cercando un difensore centrale a prezzo di saldo per completare la rosa di Simone Inzaghi. Proprio il tecnico piacentino, che ti prese sotto la sua ala nella Capitale, si spese in prima persona per portarti a Milano. Alla fine l”ebbe vinta e l’ultimo giorno di calciomercato dell’estate 2022 sbarcasti a Milano, in mezzo ad un astio generalizzato nei tuoi confronti.

Tu, come un vero professionista, mettesti fin da subito a tacere le voci sul tuo conto grazie al campo. Nel tuo esordio dal primo minuto con la maglia dell’Inter in Repubblica Ceca contro il Viktoria Plzeň, mettesti subito in mostra rare doti tecniche e di leadership. La prestazione non passò inosservata e nel giro di pochi mesi riuscisti a rubare il posto da titolare ad una colonna della squadra come Stefan De Vrij. Finisti quel campionato in crescendo, come tutta la squadra.

Il culmine lo raggiungesti nell’ultima partita di quella stagione, la finale di Champions League 2022/23 di Istanbul contro il Manchester City. In quell’occasione riuscisti nell’impresa di annullare l’attaccante più forte al mondo, Erling Haaland. Il norvegese, marcato a uomo da te, non si rese mai pericoloso in tutto l’arco della partita. Nonostante la sconfitta della squadra per 1-0, nel tuo piccolo avevi vinto. Avevi dimostrato che la tua maturità e la tua professionalità erano più forti dei mugugni della gente. Eri passato dal tumore ad una finale di Champions in cui eri risultato uno dei migliori in campo. Quella tua piccola vittoria la sentivo anche mia. Ti avevo sempre difeso a spada tratta e sul campo avevi dimostrato che avevo ragione, oltre ad essere diventato un simbolo di speranza per tutti coloro che lottano ogni giorno contro l’avversario più difficile.

Acerbi durante la straordinaria prestazione di Istanbul su Haaland

 

Nel corso di questa stagione le cose stavano andando altrettanto bene per te. Manca ancora la matematica, ma presto vincerai uno scudetto da assoluto protagonista con l’Inter. Non un titolo banale, quello della seconda stella. Saresti finito nella storia e il tuo nome sarebbe stato ricordato per sempre. Perché ho usato il condizionale in questa ultima frase? Beh, perché dopo aver costruito tutto quanto con sudore e fatica, hai deciso di disfare tutto. E hai deciso di farlo in poco meno di un giorno. Più di dieci anni di percorso annullati in meno di 24 ore, un peccato. Ma cosa è successo?

Si stava giocando Inter-Napoli. In quel momento i nerazzurri conducevano per 1-0, grazie alla rete di Matteo Darmian. Intorno al minuto 60, il difensore degli azzurri ed ex della partita Juan Jesus, dopo un confronto con te, si avvicina all’arbitro. Nel farlo, il brasiliano indicava il logo keep racism out sulla maglietta. La Serie A infatti, proprio in quel turno, aveva promosso lo slogan per combattere contro il razzismo. In base a quanto emerso, proprio in quella giornata, avresti avuto la faccia tosta di rivolgerti a Juan Jesus con un epiteto razzista.

In quel momento, dallo stadio, non mi sono reso conto della gravità dell’accaduto. Tornando a casa, in metropolitana, ho visto i primi video. Fin da subito ho cominciato a provare una delusione indescrivibile nei tuoi confronti. Si è trattata di una pugnalata alle spalle. Non prendiamoci in giro, fin da subito la realtà dei fatti è stata chiara a tutti. È impensabile che Juan Jesus possa essersi inventato una cosa di quella gravità semplicemente per poterne trarre un vantaggio durante la partita. Lo stesso brasiliano è stato un signore nel post-partita a perdonarti in mondovisione per quanto avevi fatto. Da te, al contrario, nessun messaggio in merito e nessuna scusa nei confronti del collega. E non mi venite a raccontare la favoletta che queste cose si fanno in privato e che i calciatori non sono obbligati a renderle pubbliche. Siamo nell’era del mondo digitale ed un fatto come quello, avvenuto davanti a milioni di telespettatori, non può restare nell’ombra. Le generazioni future devono essere educate e lo sport è sempre stato un caposaldo in quest’ottica. Se il buon esempio non arriva dai piani alti, allora a chi dobbiamo affidarci? La comunicazione è ormai fondamentale in ogni ambito, figuriamoci nel calcio.

Hai deciso di parlare di ritorno dal ritiro della Nazionale, dal quale sei stato cacciato dopo gli sviluppi della vicenda. Non solo non ti sei scusato non hai provato a giustificare la tua posizione, ma addirittura ti sei permesso di dire che non hai mai detto nulla di razzista, di fatto facendo passare colui che ti aveva teso la mano per salvarti dalla gogna mediatica a cui stavi andando incontro, cioè Juan Jesus, come uno stolto. Il brasiliano ovviamente si è risentito e ha ribadito sui propri social come non si sia inventato nulla di quanto detto poche ore prima. L’insulto da parte tua è arrivato, eccome.

Adesso la faccenda è oggetto di indagine da parte delle autorità competenti, ma tutto lascia pensare che l’unico colpevole sei tu. Forse non verranno trovate le prove televisive necessarie per condannarti. Forse tutto si risolverà “all’italiana”, con un bel nulla di fatto. Ciò che è certo è che io con la maglia della mia squadra non voglio più vederti. Come ripaghi chi ti ha dato fiducia smisurata? Lo fai infangando i valori del club per cui giochi e che ti ha aiutato in un momento complicato della tua carriera, quando nessuna squadra ti voleva. È inammissibile che un tesserato dell’Internazionale, che si chiama così perché “noi siamo fratelli del mondo”, conti tra i propri tesserati un razzista.

E non importa se, come hai detto ed è emerso, al termine che hai usato non dai la giusta importanza e dunque ti senti di non aver insultato Juan Jesus. Quello sbagliato sei tu. Nel 2024 è inammissibile che un giocatore di questo livello e con queste responsabilità non sappia dare il giusto peso alle parole. E pensare che credevo ad una tua maturazione. Pensavo che potessi diventare un idolo ed un esempio per molte persone che lottano ogni giorno. Invece ti sei dimostrato per quello che sei: una persona che nella propria vita è sempre stata in grado di costruire storie e momenti bellissimi per poi rovinare tutto. Che delusione, Ace.

 


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