Paul Breitner, la controcultura nel calcio

Paul Breitner, un nome e un cognome a cui molti appassionati del pallone non saprebbero associare un volto. Eppure il tedesco rientra nella lista dei migliori centrocampisti della storia della Germania. Come in una foto segnaletica, accecato dal bagliore di una vecchia fotocamera, il calciatore è immortalato in un’istantanea scolorita. Guardingo, con gli occhi spiritati, il ritratto decadentista di un intellettuale incompreso che dietro la sua ostentata trascuratezza cela un’indole combattiva. Dal volto corrucciato traspare la sua sfrontataggine, la barba sfatta è un tutt’uno con la folta chioma. I capelli, ricci e disordinati, ne incorniciano il viso, mettendone in risalto i lineamenti spigolosi. Gli occhi cerulei accentuano uno sguardo languido e spiritato. Le labbra, sottili come un foglio di carta, sono tagliate da una bocca stretta e lunga, che conferisce all’atleta un’espressione abbattuta, ma imperturbabile.

 

Calciatore hippie

The New York Times etichetta l’icona del calcio tedesco con un epiteto lusinghiero ma certamente fraintendibile: “Il nuovo eroe del movimento contro-culturale tedesco. Gli scapestrati hippie popolano i concerti di musica rock e, seguendo un moto anticonformista, avallano la lotta al sistema ed elevano il proprio orientamento politico a ideale di giustizia tra le persone. Una calma apparente, la cristallizzazione di un conflitto bellico marchiato dalla Guerra Fredda grazie alla quale, in nome della cortina di ferro, Stati Uniti e Unione Sovietica brindano ad un incerto avvenire. Le famiglie americane costruiscono nelle anguste cantine rifugi antiatomici fai da te. Le botole sono stipate di quintali di cibo, vivande rigidamente inscatolate in barattoli di dubbia affidabilità, dal momento che l’intossicazione da botulino era certamente più probabile della mutazione genetica provocata dalle radiazioni. Cuba è acciambellata da decine di imbarcazioni militari, il Vietnam è sotto attacco e il muro di Berlino inizia a vacillare. Le proteste dei “figli dei fiori”, sedate dall’inaudita violenza delle forze di polizia, scuotono le fondamenta del capitalismo keynesiano e dallo spirito di tali proteste traspare un intento libertario e persino anarchico. Come scrive la rivista These Football Times, Breitner afferma:

La mia immagine è nata a quel tempo, io facevo parte dei sessantottini in Germania. C’è stata una rivoluzione nella mente degli studenti e mi sono sentito parte di loro. E per questo mi interessavano le idee di Mao e Che Guevara.

Una nuova corrente di pensiero, un gelido vento di novità, che soffia dal Cremlino.

Breitner legge sotto il poster di Mao

 

Atleta completo e ribelle

A parere di Arrigo Sacchi, Breitner è un giocatore “a tutto campo e a tutto tempo”. Un precursore, la sua versatilità lo rende un atleta pioneristico del ruolo del libero e gli permette di ricoprire diversi ruoli nella stessa partita: difensore, terzino o centrocampista, per lui non fa nessuna differenza. Ma l’aspetto che lo caratterizza maggiormente non riguarda la tattica, bensì la ribellione di un fuoriclasse, ontologicamente traviato da una “deriva sinistroide”. Il prospetto del Bayern Monaco si presenta al campo di allenamento con il Libretto Rosso di Mao Tse-tung sottobraccio. Si tratta dello zeitgeist dei bolscevichi, frangia della popolazione a cui appartiene l’umile proletariato. I lavoratori, sulla scorta del pensiero marxista, sarebbero destinati a ribaltare l’ordine costituito, soppiantando l’egoriferita imprenditoria sovietica. Tra i banchi di scuola, socialismo e comunismo si confondono. D’altronde sono razze diverse della medesima specie.

Benché un ideale prevaricherebbe l’altro, si assiste all’estremizzazione di una filosofia tanto perfetta quanto respingente. Breitner è ribelle anche nell’aspetto, come si può intendere dai lunghi capelli, tutti arruffati. Una capigliatura che ricorda i frontmen della scena punk statunitense e Jimi Hendrix. Il ragazzo, proselite tra gli altri di Alexander Platz, si muove su di un Maggiolone o in groppa a una Vespa Primavera rossa. Il salotto di casa sua, tappezzato da poster di Mao e di Che Guevara, è cosparso delle ceneri dei suoi sigari cubani:

Gli insegnamenti di Mao sono sempre fondamentali per, me ma una lettura più ampia è importante per sviluppare il mio pensiero.

Un quadro che, nel panorama socio-politico del tempo, pare raccontare un matto da legare o un incosciente che non sa cosa stia facendo, uno che potresti scambiare per un ammiratore della Banda Baader-Meinhof in un periodo così tremendamente agitato. Con i bavaresi diventa grande e con la Nazionale della Germania Ovest trionfa in campo europeo e mondiale. Eppure, ai microfoni della stampa, rivela:

Non mi sento tedesco e senza dubbio non mi sento bavarese. Gli sportivi, nonostante abbiano nello sport stesso la loro principale preoccupazione, non devono essere eunuchi politici.

È un fuoriclasse, un calciatore estroso e talentuoso ma il suo carattere scontroso e indisciplinato non lo aiuta:

La Bundesliga è un grande business: tutto gira intorno ai soldi, non c’è spazio per il socialismo. Bisogna tenersi per sé le proprie opinioni politiche.

Sebbene i suoi scontri con la tifoseria siano rinomati, è nello spogliatoio che Breitner dà il peggio di sé, arrivando addirittura ad estrarre un coltello in direzione dei suoi compagni di squadra. Il suo è un personaggio sfaccettato e controverso, un benpensante che, come il Dottore Socrates, persegue un’etica progressista. Der Afro appartiene a una sinistra borghese, d’altronde “Il denaro stesso è un mezzo per raggiungere un fine”.

Breitner con la Coppa del Mondo nel 1974. Per lui un gol in finale sia nel 1974 che nel 1982

 

Rinnegare il passato

Nondimeno, in barba al rivoluzionarismo socialista, Breitner firma con il Real Madrid, un club franchista il quale, in un Paese soffocato dal regime autocratico del Generalísimo, promuove l’autoritarismo radicale del caudillo. Dopo qualche anno torna in Germania, dove viene accolto dai fischi degli ex sostenitori. Al suo rientro a casa dichiara:

L’intero business dei trasferimenti è contro la legge, contro i diritti umani e la dignità umana.

È allora che il calciatore decide di dare un taglio al suo attivismo politico e, per uno spot di un’azienda di cosmesi germanica, si rade l’iconica barba.

Riserva comunque qualche altro colpo di scena da libero pensatore, come la decisione di non rispondere alla convocazione per il “Mondiale della vergogna” del 1978 in Argentina. Troppo distante dai suoi ideali avallare la scelta della FIFA di non revocare l’organizzazione da parte di un Paese retto da una dittatura militare. Dopo la sconfitta nella finale del Campionato del Mondo 1982 contro l’Italia, il centrocampista, deluso dalla disfatta, annuncia il ritiro:

Non ci sarà mai più un Paul Breitner con l’aquila tedesca sulla maglia della nazionale.

L’immagine dell’uomo sovversivo e politicamente schierato lascia il posto a una visione maggiormente consapevole e, senza dubbio, più edotta:

Ero interessato alle idee di Mao e di Che Guevara, ma non sono mai stato maoista o comunista.

Lo ha detto Theodor Adorno: “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”. Non esisterà più un calciatore come Rot Paul. Né la sua proverbiale attrazione ed il culto per un’ideologia antisistema.

Breitner e Netzer ai tempi del Real Madrid

 


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catenaccio

Di Giovanni Maria Seregni

Scrivere e fare sport sono le uniche due forme interessanti di stare al mondo. Tifare Inter è come professare una religione – vivi nell'incertezza del futuro.