Tatami: quando lo sport femminile si oppone al regime

Tatami - Puntero

Ho visto Tatami alle 18.30, lo stesso orario del primo incontro della protagonista Leila Hosseini a Tbilisi, nella cornice del Campionato Mondiale di judo. Mi sono subito sentita tra gli spalti a tifare, e alle volte pregare, per questa atleta lucida e precisa che rappresentando l’Iran finisce in realtà per costruirsi una nuova cittadinanza nel perimetro quadrato del tatami, l’area del combattimento. Curioso, infatti, come ogni incontro non si sostanzi in scontro bensì risulti un ampliamento dei confini personali ed una sempre maggiore presa di consapevolezza di cosa umano non è. Perché sì, disumano è anche fingere un infortunio in quanto intimato dalla guida suprema del tuo Paese quando ti trovi ad un passo dall’oro, sapendo che una risposta dissonante porterà i tuoi cari alla morte e segnerà te, a vita, come traditrice di Stato. La lotta si sposta inevitabilmente e progressivamente su un altro piano, quello psicologico, con invasioni di campo tra sfera privata e pubblica, cristallizzandosi in un thriller che sa di cronaca per la verosimiglianza della narrazione.

Poetico è invece lo sguardo continuo e reciproco, un misto di affetto e preoccupazione, tra l’iraniana e la rivale israeliana, Shani Lavi, che non possono, non devono, trovarsi faccia a faccia in combattimento ma in fondo vorrebbero solo fosse lecito. Non a caso tale dinamica ricalca ed enfatizza la prima singolare collaborazione alla regia tra Guy Nattiv (israeliano) e Zar Amir Ebrahimi (iraniana, anche attrice) un evento dai chiari connotati politici che è già storia. Sincronicità, sicuramente voluta, si crea con il significato del termine judo (letteralmente “via dell’adattabilità”, ad indicarne la gentilezza e l’approccio educativo) e i principi di questa disciplina sportiva: giustizia, cortesia e soprattutto cooperazione.

Indubbiamente palpabile anche il parallelismo tra le soluzioni creative e inaspettate per battere le avversarie, nonostante le continue pressioni e minacce, e la capacità di Leila di leggere una ‘via’ ancora non percorsa, rivoluzionaria, che neanche la sua allenatrice (Maryam) sembra in grado di considerare, se non alla fine. L’esilio e asilo in un nuovo Paese, che è in effetti esperienza reale di tutti gli attori iraniani presenti nel film, non è però una vera vittoria come lascia intendere la parabola della judoka, perché costringe ad una grande mancanza, quella della madre patria. Questo film chiede in effetti una profonda riflessione sulla necessaria trasformazione del presente in una direzione più umana, ‘gentile’, senz’altro democratica e libertaria per l’Iran, denunciando apertamente il totalitarismo teocratico, non più sostenibile, ed includendo nello sguardo, anche se in maniera più marginale, la condizione di disparità della donna che ha eco in diverse culture.

Potente in modo viscerale la scena in cui Leila, soffocante, toglie il velo e si batte in mondovisione con i capelli scoperti (o forse sarebbe più corretto dire ‘meta-mondovisione’ perché amplificata dalla circolazione della pellicola nei cinema dell’intero globo), unico modo per tirare il fiato e liberarsi non tanto dalla presa dell’avversaria ma da quella del regime e così, disubbidendo, tornare a vivere, sebbene non a casa. Altrettanto forte, ma anche evocativo e metaforico, il momento in cui, ancora prima, rompe con delle testate il vetro di uno specchio, non riconoscendosi più nell’immagine che lo Stato vuole rimandare di lei.

Commovente più della sorellanza nell’ambito dell’organizzazione sportiva mondiale è il sostegno a distanza del marito, Nadir, un uomo che non vacilla ed è in grado di riconoscere i limiti del sistema in cui la coppia è inserita, tanto da decidere di abbandonare l’Iran con il figlio per assecondare la scelta della compagna, tutt’altro che egoista, semplicemente sana ed a-sacrificale, il contrario di ciò che da una donna ci si aspetterebbe, ancor più nel contesto del regime. Aiutante e messaggero in questo viaggio dell’eroina è anche il medico, che sembra chiedere alla judoka di prendersi cura prima che del corpo, o per lo meno insieme ad esso, del suo equilibrio mentale, valorizzandola come persona e rimettendo al centro quell’unicum mente-corpo proprio delle arti marziali e del pensiero orientale.

Emotivamente affilato, dunque, questo film ha saputo provocarmi un tumulto interno che si è prolungato oltre il tempo (1 ora e 45 minuti) della proiezione. Sicuramente hanno contribuito a questo risultato: l’essenzialità del bianco e nero, oscillante tra sfumature e contrasti forti; il formato quasi quadrato della pellicola, “tatamico”; i close-up sui personaggi, mimetici e alle volte quasi claustrofobici; la colonna sonora di Dascha Dauenhauer, dal carattere folklorico e decisamente calzante la crescente tensione; la scelta di una sola ambientazione, uno stadio sovietico degli anni ’50-‘60, che accentua la sensazione di essere osservato in stile Grande Fratello.

Insomma, tuffatevi nelle sale per questo film di raro valore ma dotatevi di spazi d’ascolto interni ed esterni perché, scevro di ogni banalità, arriva dritto alle certezze che pensate di avere, ribaltandovi a mo’ di ippon e costringendovi con una presa salda a guardare negli occhi quei privilegi occidentali, in fondo diritti, che altri, altre, sudano e sognano solo perché nati altrove, quasi mai ottenendoli, se non a caro prezzo.

 


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catenaccio

Di Elena Fornasa

Formata in arti visive, neuroestetica, arteterapia e fototerapia. Mi muovo tra immagini e parole costruendo esperienze e tracciando traiettorie di senso.