“Le nuotatrici”: un film tra migrazioni, diritto alla vita ed effetto farfalla

Nuoto farfalla - Puntero

Da bambina, con il mondo ovattato e il luccichio dell’acqua addosso, passavo istanti infiniti a fare il morto: era una delle cose che preferivo, decisamente la più simile a volare, sospesa nel liquido salato mi bastava sbattere gli occhi al cielo. Forte di questo ricordo, inevitabilmente nei primi istanti del film Le nuotatrici (2022) mi sono sentita un’altra sorella tra Yusra e Sarah, assorte nella sfida di trattenere il respiro più a lungo sott’acqua. Proprio quel fiato che incamerato nei polmoni, quasi fossero gommoni, ancora non lo sanno, salverà loro la vita.

Ma facciamo un passo indietro. Molto velocemente, infatti, ci si rende conto che le sorelle Mardini sono due talentuose nuotatrici che mirano al professionismo, allenate dal padre Ezzat, ex-atleta, con metodo e rigore sin dalla tenera età. Sveglia alle 6, piscine olimpioniche, vasche, corsa, elastici, pesi, addominali, tape di Micheal Phelps, rewind.

Il mondo in cui sono immerse non è però fluido ed armonico come i loro movimenti in corsia. Il contesto è quello di Damasco (Siria), temporalmente siamo nel 2015. A luccicare non è tanto l’acqua al sole ma le bombe nel cielo crepuscolare, fuochi d’artificio che di morti ne fanno (sul serio), non per gioco.

Potente è la scena in cui queste pericolose stelle cadenti accompagnano la danza in discoteca delle giovani protagoniste, 17 e 20 anni, con tutto il diritto di esorcizzare l’orrore del mondo attraverso rituali di spensieratezza. Così mentre cantano “You shoot me down, but I want fall. I am Titanium”, la voglia di vivere contrasta con la tangibilità della morte, ossimoro capace di generare uno shock termico con annessi brividi; un po’ come prima di entrare in piscina, o in uscita, quando l’aria fredda accarezza la pelle.

A gridare atoni con loro sono i muri del centro urbano, sintomatici di una coscienza giovanile collettiva: “I vostri aerei non bombarderanno i nostri sogni”.

Simbolico è senza dubbio l’uccellino di casa Mardini, Lulù, che ogni tanto viene liberato dalla sua gabbia e ad un certo punto sembra non volerci più tornare, le tre sorelle (anche la piccola Shahed) cercano di afferrarlo e la sequenza si chiude con un frame sulla finestra aperta, quasi premonitrice di un imminente affaccio al distante e all’estraneo.

È, infatti, in corso un esodo migratorio verso l’Europa, stormi di persone fuggono dalla guerra e da condizioni svantaggiose.

La madre, Mervat, vorrebbe da subito le figlie lontane, a scriversi un futuro tra sport ed università; tuttavia, solo dopo qualche tempo, quando non sarà più possibile allenarsi, per inagibilità delle piscine e rischio concreto di perire tra gli ordigni bellici, il padre acconsentirà alla loro dipartita, persuaso anche dalla possibilità di un ricongiungimento familiare vista la minor età di Yusra.

Dunque, le sorelle lasciano la loro casa, uno dei più antichi insediamenti umani al mondo, ormai inadatto alla vita, puntando alla Germania. Insieme a loro parte il cugino Nadir, aspirante DJ e studente di ingegneria meccanica, che nella capitale tedesca si figura la scena Disco.

Nella prima fase del viaggio il trio volerà verso Istanbul, per poi attraversare il mar Egeo ed approdare all’isola di Lesbo, in Grecia, lembo più vicino di suolo Europeo. Proprio durante la traversata marittima caratterizzata da condizioni disumane, la loro presenza risulta preziosa. Il gommone è malfunzionante e l’equipaggio troppo numeroso per le sue dimensioni. Nadir si dirige verso il motore. Sarah si butta in acqua, Yusra la segue; entrambe nuotano ore in stile libero, non a caso traghettando verso la libertà l’intero gruppo multietnico di profughi.

Poetico e privo di orpelli è l’approdo all’agognata terra ferma, un inno ai verbi esistere e resistere. Quasi terapeutico invece il momento, di poco successivo, in cui in gruppo pugnalano, squarciano, calciano il gommone per rispedirlo in mare ed evitarne il riutilizzo. Oltre la battigia trovano un’altra distesa sconfinata da valicare, non profondamente blu, bensì di un rifrangente arancione: migliaia di giubbotti salvagente abbandonati da chi li ha preceduti. La camera si allontana, allargando il campo visivo verso l’alto, un’enorme vibrante pennellata impressiona la retina.

Il resto del viaggio sarà in auto, a piedi e in bus, oltre fili spinati che segnano confini, tramite ulteriori mazzette cospicue a trafficanti senza scrupoli. In questa epopea non mancheranno violenze, privazioni e paura ma con ostinazione perseguiranno l’obiettivo, portando a termine il viaggio quasi fosse una gara, in effetti, la più importante, motivate anche dai nuovi legami che hanno saputo instaurare, infischiandosene di differenze culturali e limiti geo-politici.

A Berlino, meta, rifugio, campo, non casa, si compie un altro rituale in cui la danza aiuta a scacciare la tensione e rivoli scintillano sulle gote. Consapevoli di essere rinate in quegli abissi uterini del mar Egeo dove molti sono caduti, come crisalidi baciate dal sole del primo mattino, ora, spiccano il volo in direzioni individuali.

Se Yusra sa che l’acqua è il suo elemento e il suo sogno sono le Olimpiadi, Sarah trova senso nell’aiutare chi sceglie di lasciare la patria, come loro, perché desideroso di prosperare, ossia di vivere e non solo sopravvivere.

A Rio 2016, Yusra gareggia effettivamente per la Squadra dei Profughi, voluta dal CIO (International Olympic Committee), grazie agli allenamenti con Sven Spannekrebs; lo fa nei 100 metri farfalla, stile di significativa coincidenza dal sapore metaforico. Nuovamente sceglierà di nuotare per la Squadra dei profughi ai Giochi di Tokyo 2021, portandone anche la bandiera. È attualmente ambasciatrice UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) e il suo nome si trova nel Giardino dei Giusti del mondo a Milano.

Sarah torna a Lesbo e diventa volontaria ERCI (Emergency Response Centre International), per migliorare le condizioni del viaggio migratorio, in qualità di nuotatrice di ricerca e soccorso. Una missione umanitaria encomiabile, tuttavia politicamente mal interpretata dalla Grecia, per cui dal 2018 si trova sotto processo con diversi capi d’accusa (farseschi) tra i quali traffico illecito di esseri umani, frode e appartenenza ad un’organizzazione criminale; il rischio è quello di scontare almeno 20 anni di carcere per atti solidali, un paradosso che si profila deterrente inquietante.

Questo sdoppiamento, rottura della simbiosi, sottolinea anche i binari paralleli su cui sapientemente si giostra la pellicola, mantenendosi tuttavia un’unità armonica: personale, biografia delle nuotatrici densa di intimità e confidenze, e corale, spaccato dei gruppi migratori e del viaggio collettivo verso una nuova vita.

È senz’altro una storia incredibile, che dimostra come la realtà possa stupire più della fantasia. Non di meno è un racconto di formazione, di un primo approccio all’adultità e al proprio disegno nel mondo. Ha in effetti assunto prima la forma di un romanzo biografico sportivo scritto a Quattromani, Yusra Mardini e Josie Le Blond, dal titolo Butterfly (2016).

È poi chiaramente e, oserei dire, soprattutto una narrazione in grado di dare speranza, rendere giustizia e ripensare, anche per i paesi accoglienti, il valore dei migranti come persone qualificate e qualificanti il nuovo suolo. Un grande tema contemporaneo, quello del peso degli apolidi che approdano anche nel nostro Paese, controverso e complesso, il cui nutrimento vitale non è tanto quello fisico ma psichico, fatto di dignità, diritti ed obiettivi da poter intraprendere che ri-significhino l’esistenza. Sally El Hosaini, regista egiziana di origini britanniche, ha saputo approcciarlo con garbo, intessendo una critica delicata alla macchina migratoria e alle retrostanti attinenti politiche, gettando luce sull’emergenza ancora in atto, supportata alla sceneggiatura dal noto drammaturgo Jack Thorne.

Eppure, mi sento di poter sostenere che sia presente una ulteriore e innegabile lettura, quella che la configura come una testimonianza di emancipazione femminile, dove lo sport, in questo caso il nuoto, permette non solo di evitare di indossare l’hijab (il velo) bensì di costruire con determinazione e resilienza un ruolo attivo ed indipendente della e per la donna nella società, con cui molte, compresa la sottoscritta, possono risuonare.

Ad accordarsi ai molteplici e sfaccettati livelli interpretativi del lungometraggio è l’epica colonna sonora del compositore Steven Prince: una sinusoide emotiva stimolante l’immedesimazione, con qualche incursione di brani occidentali (come Titanium di Sia) e tracce arabeggianti a rimarcare la ricchezza della commistione culturale presente. Tra i brani mediorientali degni di nota Cha’am dal carattere tradizionale di Lena Chamamyam (originaria di Damasco) e Mamnoun, più contemporanea, di Bu Kolthoum che intona, in un ritmato R&B nella lingua madre, una frase nodale: “Sei una farfalla la cui traccia dura per una generazione”.

Chissà se quest’estate, alle Olimpiadi di Parigi, avremo il piacere di vedere Yusra ‘la farfalla’ nuotare e se sarà per la Squadra dei Profughi oppure per la nazionale della Germania, di cui ha acquisito la cittadinanza; senz’altro dentro di lei nuota ancora per la Siria, libera e pacifica (e, indipendentemente dalla bandiera, nuoterà sempre per gli oltre 30 milioni di profughi e rifugiati sparsi nel mondo).

Allora, Yallah, nell’attesa perché non guardare questo film distribuito in Italia da Netflix? Assicuro 2 ore e 15 minuti col fiato sospeso che non possono non portare a riflettere, ognuno a proprio modo, su cosa significhi essere umani perché possiamo trovarci tutti, in momenti e circostanze diverse della nostra vita, nei panni di chi accoglie, di chi parte ma anche di chi accompagna. Yallah, lasciamoci travolgere dall’effetto farfalla (o meglio, farfalle).

 


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Di Elena Fornasa

Formata in arti visive, neuroestetica, arteterapia e fototerapia. Mi muovo tra immagini e parole costruendo esperienze e tracciando traiettorie di senso.