Basket, vita e quel che c’è in mezzo: intervista a Matteo Soragna

È una delle voci principali della Nba e del basket in generale in Italia, argento olimpico, bronzo Europeo e campione d’Italia nel 2005 a Treviso. Matteo Soragna si racconta come giocatore e come persona dentro e fuori dal campo.

 

Gli inizi

Perchè proprio la pallacanestro? Quando è nato l’amore per la palla a spicchi?

“Più o meno a 11 anni. Durante l’ora di ginnastica, prese parte alla lezione una insegnante di mini basket per il classico reclutamento nelle scuole. Da quel primo approccio, il basket mi stregò subito e da li non ho più smesso. Come tutti i bambini avevo provato con il calcio, feci anche un paio di allenamenti con la pallavolo – ai tempi la Gabbiano Mantova era ancora in Serie A – ma quando ci fu da prendere la decisione definitiva non ebbi dubbi. Il basket mi divertiva di più di tutto il resto.”

Le cose poi si sono fatte più serie con il passaggio tra i pro. Prima Cremona, tappa pressoché automatica vivendo a Mantova e poi subito l’esordio in Serie A a Pistoia a poco più di 20 anni. Sembrava tutto avviato per una brillante carriera nella massima categoria ma poi la doccia fredda della Serie B con il prestito a Barcellona Pozzo di Gotto. Pensavi di essere arrivato, di avercela fatta, invece ti è toccata tanta gavetta.

“Non mi è crollato il mondo addosso, sono sempre stato molto lucido da questo punto di vista. Avevo già giocato in Serie B con Cremona, poi Vujosevic, l’allora allenatore di Pistoia, mi chiamò in Toscana per fare la Serie A. Nella prima metà di campionato non vidi mai il campo, ma proprio mai. Nella seconda parte di stagione cominciò a farmi partire in quintetto per marcare l’avversario più pericoloso. Giocavo poco, sei minuti al massimo per poi non rientrare più. Avevo un ruolo definito ma marginale, però la cosa mi stava bene lo stesso. Ero in Serie A e mi allenavo con un coach molto duro, di scuola slava, e proprio quel periodo di lavori così intensi e individuali fu una base necessaria per continuare il mio percorso. Finita quella stagione, con l’arrivo di un nuovo staff, lo spazio per me fu sempre minore e quindi, pur avendo il contratto con Pistoia, andai in prestito in B. Sul momento ero arrabbiato e deluso, ma è stata la molla fondamentale per la mia carriera. Sono sceso in B con la rabbia di voler dimostrare che potevo stare al piano di sopra. Mi ha dato un obbiettivo in più.”

Non hai mai dubitato di te stesso quindi?

“No, decisamente no. Mi ha semplicemente dato una nuova motivazione. Mi giravano talmente le scatole di non essere in serie A, con qualcuno al posto mio, che l’obbiettivo era riconquistare subito la categoria.”

 

Una carriera, tante soddisfazioni

Il vero motore della tua carriera, dunque. Non sei mai stato quello che saltava più in alto di tutti o quello con il primo passo più esplosivo, però come curriculum puoi vantare 14 stagioni in serie A e un palmares veramente invidiabile. A dispetto di un talento medio, rapportato al contesto della categoria, la tua forza mentale è stata proprio la benzina che ti ha fatto raggiungere questi traguardi.

“Assolutamente. Sono contento di aver raggiunto il massimo livello possibile in Europa tra club e Nazionale. E mi riempie ancora più di orgoglio averlo fatto partendo dal basso. A 20 anni non ero pronto per la serie A e giustamente quel coach non mi volle. Partire dal basso mi ha fatto progressivamente diventare pronto perché è successo tutto molto per gradi: ho dovuto vincere la Serie B per andare in A2 e vincere anche lì per raggiungere la Serie A. Ho avuto modo nel tempo di costruirmi come giocatore dentro e fuori dal campo, maturare la mia personalità e migliorare al massimo il mio modo di approcciare la disciplina. Il percorso che ho fatto è stato quello che mi è servito per arrivare dove sono arrivato. Nessun rimpianto.”

Tenendo sempre come filo conduttore il tuo percorso di carriera, Atene 2004. Lo consideri uno spartiacque? Hai vinto l’argento a 28 anni, l’età della piena maturità per un atleta. Da lì in poi ti sei sentito diverso nell’approcciare le partite e nel vivere lo spogliatoio?

“È un percorso che va abbastanza a tappe. Il primo vero spartiacque è stato diventare un giocatore di A. Quando abbiamo vinto la A2, sono rimasto nella stessa squadra con lo stesso ruolo della stagione precedente, un ruolo da protagonista con tanti minuti in campo. Quello è stato il momento in cui ho avuto la netta percezione di non essere una comparsa. Da lì l’esordio in nazionale come seconda tappa. La maglia azzurra cambia tutto a livello di sicurezze, di impatto e percezione che hanno di te. In questo senso, prima ancora di Atene è giusto fare un passo indietro con il bronzo agli Europei. Quel risultato ha dato a tutti la consapevolezza e la maturità di potersela giocare con i più forti. Era un gruppo in ricostruzione, orfano dei grandi senatori, Myers, Meneghin, Fučka, gli eroi di EuroBasket ’99. Quel risultato è stato il trampolino di lancio per far spiccare il volo a tutto il gruppo nel 2004.”

 

La vita dopo il professionismo

Una maturità che hai dimostrato e dimostri anche e soprattutto fuori dal campo, ennesima dimostrazione di come lo sport vissuto in maniera sana sia una disciplina nobilissima. C’è un tuo TED Talk a questo proposito, breve ma estremamente profondo in cui fai un bellissimo intervento usando la pallacanestro come metafora di vita. Stiamo vivendo – senza accorgercene – con un grande conto alla rovescia sulla testa e il tempo sta per scadere. Un senso di urgenza a cui troppo spesso non badiamo ma che in realtà dovrebbe farci amare di più il nostro pianeta. È un discorso potentissimo e non è banale che un personaggio pubblico come te si esponga in questo senso.

“È una sensibilità che ho maturato fin da piccolo. Ho sempre cercato di essere il più virtuoso possibile dal punto di vista ambientale. Ti racconto un banale aneddoto realmente accaduto. In autogrill un mio compagno – senza fare nomi – buttò una carta per terra e lo obbligai a scendere dalla macchina per raccoglierla e gettarla nel cestino. Un gesto che preso singolarmente può sembrare piccolo e insignificante ma che va sommato a tutto il resto, cercando di guardare sempre il quadro generale. Ho cercato di essere il più corretto possibile nella mia vita. È una base scontata che tutti dovrebbero avere, ma purtroppo non è così. In quel TED, io dico delle cose che dovrebbero essere semplici e scontate ma purtroppo non lo sono. Il “purtroppo” è il grande problema che stiamo vivendo.”

Nel TED parli anche di allenamento. Di come ti allenavi “tanto e duro” da giovane perché te lo dicevano, da ragazzo perché ti sentivi in colpa e da adulto perché era giusto. Un percorso evocativo di come dovrebbe essere l’approccio allo sport nelle varie fasi della vita. Pensiero semplice nella sua formulazione ma non per questo banale o scontato.

“Ed è proprio come è andata la mia vita. È stata la mia routine mentale di giocatore, fermo restando che mi è sempre piaciuto tantissimo la palestra e fare fatica. Mi piaceva lavorare tanto e allenarmi bene.”

 

A proposito di allenamento, ora com’è il tuo rapporto con il basket come giocatore? Ti manca il parquet e la competizione con gli avversari?

“Il parquet mi manca sempre perché nulla è paragonabile a quello che senti quando giochi. Non si può paragonare il commento di una partita, per quanto importante sia, con il gioco in prima persona. Certo mi mancano lo spogliatoio e la quotidianità degli allenamenti, mi mancano le trasferte, aspetto della vita da atleta che ho sempre adorato, ma quando il corpo dice di smetterla, è meglio farsi da parte.”

Non ti sei scostato del tutto però dal gioco, perché sei coinvolto in un progetto estremamente affascinante come quello del Baskin, il basket inclusivo. Una disciplina relativamente nuova che ha l’obbiettivo di  far giocare insieme, sullo stesso campo, persone con e senza disabilità, senza distinzioni di genere o di età. Uno sport, con un sistema di regole abbastanza complesso (si gioca con quattro canestri, oltre ai due classici, uno è posto su ognuno dei lati lunghi del campo), ma che vuole porre tutti sullo stesso piano.

“Prima di tre anni fa non ne sapevo nulla e il primo approccio è stato casuale. Andando a vedere una partita di pallavolo di mia figlia, nella palestra accanto c’era una squadra che si stava allenando e aspettando l’inizio della partita mi sono messo a seguirli. Incuriosito, ho chiesto informazioni al presidente che ha cominciato a spiegarmi in generale il mondo del baskin, invitandomi ai loro allenamenti. Dalle prime sedute con la squadra mi sono innamorato dell’ambiente e non me ne sono più andato. È un mondo meraviglioso, che ripaga ogni singolo minuto che gli si dedica. È un modo diverso di vivere lo spogliatoio ma non per questo meno intenso o profondo, anzi. Il baskin è principalmente contatto umano, uno sport talmente bello che ti fa sentire egoista: lo faccio proprio perché mi fa stare bene. Entrare piano piano in contatto con ragazzi affetti da spettro autistico, vedere come si aprono, che si confidano e che ti vengono a cercare, sono aspetti che fanno stare bene nell’animo. Già da giocatore cercavo il più possibile di calarmi in queste realtà, ho sempre ritenuto giusto poter dare qualcosa a chi ha bisogno e il baskin in questo senso è perfetto. La felicità delle famiglie che vedono i propri ragazzi interagire in un modo e in un ambiente che per loro sarebbe altrimenti precluso, è una cosa che non ha prezzo.”

Quali sono i tuoi prossimi progetti a tema Baskin?

“Tra due settimane sarò a Tortona. Il Derthona ha un progetto a tutto tondo veramente ambizioso e tra le altre cose vuole inaugurare la sezione baskin. Sarà molto interessante vedere come una squadra professionistica gestirà questa nuova avventura.”

 

La vita dall’altra parte: il Soragna commentatore

Parlando invece del tuo lavoro attuale, quanto ti diverti a fare le telecronache a Sky? Il passaggio dall’altra parte della barricata, a maggior ragione per un atleta con una mentalità come la tua, può essere complicato, però dalle tue telecronache non si percepisce questa difficoltà. Anzi traspare una passione e un coinvolgimento enorme.

“Alla fine rimango sempre nel mio mondo. Mi piace guardare le partite, mi diverto. Il gruppo di Sky poi è una grande famiglia di professionisti eccezionali. Mi trovo bene davvero con tutti ed è tutto più semplice con un contesto così. All’inizio devo dire che è stato tutto abbastanza casuale. Circa nove anni fa ebbi già dei contatti con la rete per provare come commentatore, poi, collaborando con La Giornata Tipo, andai alla presentazione degli Europei del 2015 in sede. Lì, parlando con Paola Ellisse, mi fu proposto di fare un po’ di interventi in studio e qualche telecronaca durante la manifestazione. Ho provato: io mi sono divertito, a Sky sono piaciuto e da lì è cominciata la mia nuova vita da commentatore.”

Non abbiamo ancora parlato di NBA. Una domanda te la devo fare per forza se no i miei quattro lettori mi linciano. Potenziamo un po’ gli attributi del Soragna giocatore come in Nba2k e buttiamolo in lega. Dove pensi si potrebbe esprimere al meglio?

“A Miami sicuramente. Gli Heat giocano una pallacanestro di grande condivisione, con un gioco corale che riesce a esaltare i singoli avendo sempre come riferimento il gruppo. Poi con gli allenamenti di Spoelstra andrei veramente a nozze. Miami sicuramente è la prima opzione. Anche Denver: giocare di fianco a Jokic è troppo facile.”

In chiusura, una curiosità flash: raccontaci la storia dietro al 7, numero che ti ha sempre seguito lungo tutta la tua carriera.

“Molto semplice: quando ho cominciato a giocare, a Treviso indossava il numero 7 un certo Toni Kukoc. Anche io quindi dovevo indossare il 7. Poi per una serie di culate incredibili, in tutte le squadre in cui ho giocato, ho sempre trovato il 7 libero – tranne a Pistoia, dove era già assegnato a un americano e io, giovincello, mi sono attaccato. Ricordo ancora con piacere la scelta del numero a Treviso. Ai tempi si era appena ritirato Riccardo Pittis, icona e storico 7 della Benetton. Prima cosa che feci, una volta firmato con la squadra, fu chiamarlo e chiedergli il permesso di ereditare la sua maglia. Discorso analogo per la Nazionale con il ritiro di Fučka. Una serie di botte di fortuna, con l’onore massimo del numero ritirato da Biella, il posto dove sono diventato un giocatore di Serie A e da Nazionale.”

 


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The Homies

Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda