Quattro chiacchiere con Franco Zuculini

Il calcio è sempre stato dominato da due grandi continenti: l’Europa e l’America del Sud. Il calcio europeo è il più seguito al mondo, tanto da essere il punto di riferimento rispetto a tutti gli altri continenti; quello sudamericano ha contribuito a portare una quantità incalcolabile di giocatori talentuosi in Europa. Tra questi c’è n’è uno che ha giocato in cinque nazioni diverse, avendo avuto modo di conoscere approfonditamente due mondi per molti versi opposti. Stiamo parlando dell’italo-argentino Franco Zuculini, che ha da poco terminato la carriera da calciatore e sta cominciando quella da dirigente. In Italia ha indossato le maglie di Genoa, Hellas Verona, Venezia e per ultima quella della Spal. Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con l’ex centrocampista e di farci raccontare la sua storia.

 

Come hai cominciato la tua carriera da calciatore? Quali sono state le tue emozioni all’esordio con il Racing e con l’Argentina?

“Ho iniziato a giocare a calcio a 8 anni, mentre il mio esordio nel campionato argentino è arrivato a 17, con il Racing Club, la mia squadra del cuore. Una settimana prima venne a mancare mia nonna, quindi al momento del debutto ho avuto delle emozioni contrastanti: la vittoria per 1-0 contro l’Arsenal de Sarandí è stata una bella ricompensa per il lutto che ho subito.

Nel 2009 sono stato convocato dall’Argentina per un’amichevole contro Panama, che abbiamo vinto 3-1. Ho realizzato così anche il mio sogno di giocare con la Nazionale e le emozioni sono state ancora più forti. Anche perché il commissario tecnico era Maradona, il mio idolo”.

 

Qual era la tua posizione preferita in campo? Come ti definisci come giocatore?

“Mi definisco un giocatore molto combattivo, sono sempre stato un centrocampista difensivo. Nel corso degli anni sono migliorato dal punto di vista tecnico e ho imparato a giocare anche più avanzato, quindi a volte ho giocato anche da mezzala”.

Che sensazioni si provano a giocare nella stessa squadra di tuo fratello Bruno?

“Abbiamo giocato insieme al Verona, una mezza stagione in Serie B e un’altra mezza in Serie A: è stata un esperienza molto bella. Fuori dal campo non avevamo un grande rapporto, perché vivevamo in due zone diverse della città, ma è stato molto bello condividere il campo e lo spogliatoio con lui. La stagione successiva siamo tornati entrambi in Argentina: lui è andato al River Plate, dove ha vinto la Copa Libertadores, e io al Colón de Santa Fe”.

 

Quali sono state le difficoltà della tua carriera, perché hai smesso di giocare?

“Ho avuto molti problemi fisici che hanno condizionato la mia carriera da calciatore. In totale ho subito quattro rotture del crociato, tutte allo stesso ginocchio. Ho conosciuto alcuni sportivi che dopo due rotture dei legamenti hanno smesso, io ho continuato a giocare fino a 32 anni. Nei miei ultimi anni di professionismo ho avuto un calo di rendimento e ho quindi deciso di ritirarmi. Sono comunque soddisfatto della mia carriera e mi reputo fortunato perché, come ho già detto, avrei potuto smettere di giocare molto prima”.

Ora che ti sei ritirato e non giochi più, cosa stai facendo?

“Sto studiando per diventare un dirigente: sono rimasto molto legato alla città di Ferrara e alla Spal e la società mi ha dato l’opportunità di imparare questo lavoro. È una cosa che avrei sempre voluto fare, anche se non ha nulla in comune con la vita da calciatore”.

Qual è il tuo rapporto con l’Italia e il calcio italiano?

“Ho origini italiane da parte di mio padre, che è friulano, della provincia di Pordenone. Dopo l’Argentina il paese che amo di più è l’Italia, perché mi ha veramente dato tutto. Non è un caso che sia il paese dove ho speso la maggior parte della mia carriera”.

Hai giocato in Argentina, Germania, Italia, Spagna e Uruguay: in relazione alle tue esperienze, quali sono le differenze tra il calcio europeo e quello sudamericano?

“In Europa ho notato un maggiore utilizzo della tecnologia e anche i campi da gioco e le strutture sono migliori. Una situazione figlia di una quantità di risorse superiore da poter investire. Dalla sua, il Sudamerica vanta una maggiore quantità di talento: da noi non esistono telefonini o videogiochi, c’è solo fútbol, fútbol e fútbol. I ragazzini giocano ancora a calcio per strada, perché per loro rappresenta tutto ciò che hanno. Credimi, in Argentina ho visto alcuni ragazzi con un talento incredibile che, se avessero voluto, avrebbero potuto guadagnare 10 milioni a stagione.

 

Ci sono delle differenze anche dentro al campo, perché se in Europa conta tantissimo la tattica e l’ordine, in Sudamerica regna il caos. Gli arbitri fischiano molto di meno, quasi nulla rispetto a quanto fischiano in Europa, dove ci si butta per un contatto minimo”.

Sei stato allenato da Rangnick, Gasperini, Maradona: con chi ti sei trovato meglio?

“Il migliore è stato Fabio Pecchia, veramente bravo. È stato il vice allenatore di Rafa Benitez al Napoli e al Real Madrid, infatti ha una grandissima preparazione. Ha raggiunto la promozione in Serie A con l’Hellas Verona, ha fatto lo stesso con la Cremonese e non ho dubbi che otterrà il medesimo risultato anche quest’anno con il Parma”.

 

E invece chi è stato il compagno di squadra più forte con il quale hai giocato?

“Negli ultimi anni ho avuto la possibilità di giocare con Pepito Rossi e Radja Nainggolan, che sono veramente fortissimi. A Genova ho giocato anche con Luca Toni e ti posso dire che pure Matuzalém era un signor giocatore. Invece a Bologna il migliore era Giaccherini. Purtroppo in nazionale non ho avuto la possibilità di giocare con Messi: è un grande rammarico”.

Cosa ne pensi delle difficoltà che sta riscontrando la Spal in queste ultime stagioni?

“È una situazione difficile, l’unica cosa che possiamo fare è lavorare tutti insieme, la società e la squadra, cercando di ottenere risultati migliori. Ho vissuto delle situazioni analoghe anche in altre squadre, ne verremo fuori”.

 


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Di Francesco Bonsi

Ho 16 anni, lavoro come match-analyst in una squadra di Prima Categoria, e vivo di calcio a 360 gradi. Amo sconfinatamente Roberto De Zerbi e i suoi discepoli.