I pallavolisti ostaggio del regime cubano

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È il 1995 quando un onesto calciatore, non certo un fuoriclasse, cambia per sempre la storia dello sport. Stiamo parlando del belga Jean-Marc Bosman il quale, grazie al famoso ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, abbatte una barriera che limita ogni sport: i confini nazionali non sono più un ostacolo, gli atleti ora sono gli unici artefici del proprio destino e possono decidere, contratto permettendo, quali siano le condizioni più vantaggiose per la propria carriera. Lo sportivo è parificato a qualsiasi altro lavoratore. Ma purtroppo non sarà così dappertutto.

 

Un bunker sportivo

Mentre lo sport stava già percorrendo la strada del progresso e dell’inclusione, il regime socialista a Cuba, paese da sempre fucina di talenti nella pallavolo, continua a relegare i propri atleti all’interno dei confini nazionali, tarpando le ali ad alcuni tra i più grandi talenti mondiali solo per una miope visione politica ed impedendo loro di trasferirsi in club esteri. Una costrizione basata su un subdolo ricatto che poneva i pallavolisti innanzi ad un’improba scelta: realizzarsi professionalmente ed economicamente all’estero o conseguire allori con indosso i colori della propria terra. Un’alternativa che tuttavia non si limitava ai soli aspetti agonistici: alle porte chiuse della Nazionale spesso facevano compagnia restrizioni più ampie, al punto che il governo arrivava ad impedire agli “eversivi” di rientrare in patria per visitare i propri cari.

Senza contare una peculiarità regolamentare della pallavolo, che in casi del genere offre uno scenario ancora più limitante: in caso di mancato nullaosta della federazione di provenienza, la FIVB (Fédération Internationale de Volleyball) impone uno stop di due anni per ottenere il transfer necessario per giocare all’estero. Pur nascendo con uno scopo più nobile, lo strumento nelle mani della federazione internazionale ha consentito ai vertici della repubblica cubana di manovrare ancora di più le sorti degli atleti dissidenti, ostacolando il rilascio del transfer e creando ulteriori difficoltà ai futuri club acquirenti, così da rendere le operazioni di mercato meno appetibili.

Per fortuna i club europei hanno spesso saputo guardare oltre e, pur di accaparrarsi i grandi campioni del volley caraibico, hanno accettato di aspettare il tempo necessario. La terra promessa per eccellenza per l’esodo dei talenti del pallone a spicchi è l’Italia, che per anni ha potuto godere del talento cristallino dei fuoriclasse cubani, attirati dal dio denaro ma anche dall’altissimo livello della Superlega.


In principio fu El Diablo

Il primo caso noto è quello di Joël Despaigne, detto El Diablo. Un vero e proprio fenomeno, possente fisicamente e dotato di una forza disarmante. È il primo pallavolista a cercare di fuggire dal giogo di Fidel Castro e cercare casa nel Bel Paese quando, nel 1994, sembra ad un passo l’accordo con la Sisley Treviso. Un approdo naufragato per via del veto del governo cubano, che tuttavia gli concede la chance di misurarsi con un campionato minore come quello greco. Due anni dopo Despaigne ci riprova e stavolta non si accontenta, vuole l’Italia e pur di sbarcare in Superlega accetta lo stop di due anni imposto dalla FIVB, ripartendo dal Catania Sporting nella stagione 1998-99. È l’apripista di un fenomeno ampio: negli anni seguenti tantissimi suoi connazionali seguiranno la stessa strada.

Nel 2001 finisce su tutte le prime pagine dei giornali, non solo quelli sportivi, la fuga di Ángel Dennis, grande protagonista del nostro campionato e primo nel nuovo millennio a tentare di fuggire da Cuba. Un caso che ha grande risonanza in patria perché i connazionali paiono non capire i motivi che lo hanno portato a lasciare il Paese. Con conseguenze disumane per il giocatore, dal momento che il regime gli impedirà di tornare sull’isola per ben 13 anni, fin quando, dopo anni di richieste e insistenza, nel 2014 gli verrà concesso il rientro.

Dennis segna il cammino e, come spesso accade, da una crepa si apre una voragine: in rapida successione altri connazionali seguono l’esempio di Ángel, come il capitano Ihosvany Hernández, Ramón Gato, Jorge Luis Hernández, Yasser Romero e Leonel Marshall. Sono le colonne portanti della Nazionale caraibica, che uscirà completamente sfaldata dai veti e le ritorsioni del regime.

 

Fuga da film

Ancora più bizzarra, nel 2007, la storia di Raidel Poey e Yasser Portuondo, che già da tre anni meditavano la fuga ma erano seguiti a vista dallo staff durante le trasferte. Ma “l’occasione fa l’uomo ladro” e i due sono abilissimi a sfruttare l’unico momento di distrazione dei loro controllori durante un torneo internazionale in Bulgaria. Il piano verso la libertà li porta ad intrufolarsi nella stanza dell’allenatore per recuperare i passaporti, quindi a scappare dall’albergo saltando dalla finestra. Grazie ad un amico serbo trovano un’auto pronta a raccoglierli e portarli, appunto, in Serbia, dove i cubani possono varcare la frontiera senza alcun visto.

La vicenda, un misto tra film d’azione e commedia, risulta ancora più epica alla luce del fatto che la macchina dell’amico serbo deve correre all’impazzata per evitare che la polizia, avvisata dalla federazione cubana, li intercetti. Passano poi dal Montenegro e, al termine di un viaggio della speranza, arrivano finalmente a Brindisi, dove chiedono asilo politico. Con vestiti di fortuna (una canottiera della nazionale cubana ed un cappellino con la scritta Italia) ma con tanta soddisfazione raccontano:

La libertà di parlare, di esprimere il proprio pensiero, di trovarci con i nostri amici. La libertà di camminare per strada senza la paura di essere pedinati o di navigare in Internet per scoprire che cosa accade nel resto del mondo. Per questo siamo scappati da Cuba, per questo abbiamo deciso di rinunciare ai nostri affetti. Perché, per conquistare una libertà che non abbiamo mai avuto, si può e si deve mettere in gioco tutto.

Per fortuna riescono ad allenarsi per tutta la durata biennale dello stop, prima di riprendere la vita da professionisti e accasarsi all’ambiziosa M. Roma Volley, tornando finalmente a giocare.

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Raidel Poey e Yasser Portuondo appena arrivati a Brindisi

 

Saluti dai capitani

Nel 2010 sono i campioni Yoandy Leal Hidalgo e Robertlandy Simón – entrambi ancora in attività – a fuggire. Una storia ancora più delicata, perché Simón è il capitano della Nazionale cubana e il simbolo di una nazione intera, oltre ad essere considerato il centrale più forte di sempre. Una fama che ha posticipato ancora di più il rilascio del permesso per farlo giocare nel nuovo club, la Pallavolo Piacenza. Senza dimenticare i risvolti umani della vicenda, dal momento che il centrale lascia a L’Avana i suoi affetti, compresa una figlia piccola. Anche Wilfredo León, una volta raggiunta l’Italia, racconterà alcuni incredibili episodi accaduti in patria.

C’è stato un tempo in cui ogni volta che avevo bisogno di un po’ d’acqua per lavarmi dovevo portare un secchio dal quarto piano a uno stagno e poi riportarlo indietro. Non una cosa facile, dopo un intenso allenamento di tre ore.

Durante la militanza in patria, a León e ai suoi compagni capita di lavorare otto ore al giorno senza ricevere pasti sufficienti per potersi sostentare, di essere costretti ad addestramenti militari per non aver ottenuto i risultati auspicati, come avvenuto dopo la World League a Sofia. Emblematico fu il comportamento della federazione cubana a seguito di un infortunio capitatogli all’età di 16 anni, per cui necessitava di cure specifiche che Cuba gli negò, imponendogli di continuare a giocare e mettendone così a rischio l’incolumità ed il futuro sportivo. Le pressioni nel Paese caraibico sono tante e non tutti riescono a sopportarle, tanto che proprio León ricorda che nelle giovanili della Nazionale era in squadra con almeno dieci giocatori bravi quanto lui, specificando che otto di loro hanno smesso di giocare due anni dopo per le continue angherie subite.

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Un giovane León con la nazionale cubana

 

Sognare o tradire?

Per campioni come i già citati Leal e León, così come per Osmany Juantorena, la questione si fa ancora più spinosa. Le gabbie costruite loro in patria non potevano che risultare troppo strette, soprattutto in contrapposizione al sogno più grande che un atleta può nutrire: il raggiungimento di un risultato prestigioso con la casacca della Nazionale. Non volendo vedersi preclusa questa chance, i tre hanno deciso di prendere nazionalità diverse da quella di origine e attualmente fanno le fortune di altre selezioni. Leal gioca per il Brasile, León per la Polonia e Juantorena ha giocato per la Nazionale azzurra.

Altri campioni invece hanno Cuba impressa come un marchio nel cuore e non se la sono sentita di vestire casacche diverse. Per fortuna in tempi recenti la federazione cubana ha aperto qualche spiraglio, soprattutto per coloro che sono fuggiti senza mai rinnegare l’amore per le loro origini e forse anche in virtù di un ricambio ai vertici, che ha donato maggiore flessibilità nelle scelte. Dal 2019 sono tornati a vestire la maglia della selezione caraibica Simón, Jesús Herrera, Michael Sánchez (detto El Ruso per aver inizialmente preso la nazionalità russa, pur senza mai difendere i colori della Nazionale) e il cuciniero Marlon Yant.

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Osmany Juantorena in azione con la casacca azzurra


La Super Nazionale mai nata

Nonostante un ricambio generazionale continuo e di altissimo livello per doti fisiche e tradizione pallavolistica, le restrizioni imposte dal regime hanno fatto sì che venissero lasciati per strada medaglie e titoli, precludendo un lucente pezzo di storia alla Nazionale cubana. Esiste una Nazionale che poteva essere e non è stata, una creatura mai nata: proviamo quindi a comporre la selezione che avrebbe potuto giocare le Olimpiadi di Tokyo 2020 (disputatesi poi nel 2021 causa Covid).

Il palleggiatore sarebbe Raydel Hierrezuelo Aguirre, regista con il secondo tocco nel sangue, classe ’87 di grande esperienza e di moderna concezione pallavolistica, dall’alto dei suoi 196 cm. Tra i centrali, impossibile non partire da Robertlandy Simón: alto, potente, debordante a livello fisico e con un palmarès sconfinato. Il muro è il suo punto di forza assoluto ma in generale è un attaccante estremamente pensante: storiche, in tal senso, le combinazioni ottenute con il palleggiatore Luciano De Cecco. A lui si aggiunge Roamy Alonso, compagno di squadra a Piacenza, centrale di 27 anni dotato di un buon muro ma che non ha ancora ottenuto la consacrazione internazionale.

Le fantastiche combinazioni di Robertlandy Simon con il suo amico Luciano De Cecco

 

L’opposto di questa fantastica squadra potrebbe essere Jesús Herrera Jaime, da due stagioni in forza alla Sir Safety Perugia e grande protagonista con il suo mancino letale della Final Four di Supercoppa ma anche del Mondiale per club. In alternativa, la Nazionale cubana di nostra creazione avrebbe potuto optare per l’astro nascente classe 2001 Josè Miguel Gutiérrez: non è un campione affermato né un opposto di ruolo, dal momento che nasce schiacciatore, ma certamente sarebbe una scommessa affascinante, tanto che alcune delle maggiori potenze del nostro campionato vorrebbero puntare delle fiches su di lui.

Ma il ruolo in cui verrebbero calati gli assi per dare il giusto sprint alla Cuba di fantasia che stiamo allestendo è quello degli schiacciatori, tanto da poter ipotizzare l’utilizzo di uno schiacciatore nel ruolo di opposto. Su tutti spicca il fenomenale Wilfredo León, campione di precocità (esordio in Nazionale a 14 anni e 10 mesi, capitano a 17) e nella cui bacheca non si contano neanche più i titoli in qualsiasi kermesse cui abbia preso parte, tanto da essere definito “miglior pallavolista del mondo” dal New York Times nel 2021. Dal 2019 fa le fortune della Nazionale polacca, risultando la chiave che ha dato il la ad un ciclo capace di portare a due bronzi agli Europei nel 2019 e 2021, all’oro continentale nel 2023 e a due medaglie in Nations League (argento nel 2021, oro nel 2023). 

Wilfredo León ci dimostra che le leggi della fisica sono solo teoriche

 

Secondo schiacciatore sarebbe Yoandy Leal Hidalgo, classe 1988 ed anch’egli collezionista di premi ovunque abbia giocato. Forse inserendo questi due mostri sacri nella stessa squadra si tenderebbe a sbilanciarla troppo offensivamente, subendo nei fondamentali di seconda linea. Per questo, come già accennato poco sopra, una possibile soluzione potrebbe essere lo spostamento di uno dei due martelli nel ruolo di opposto, magari León che ha già giocato fuorimano. Ciò permetterebbe l’inserimento di Osmany Juantorena come equilibratore: un giocatore completo, senza apparenti punti deboli e di impatto in tutti i reparti, che ha scelto l’Italia rinforzandone il sestetto e diventando il recordman per scudetti e Coppe Italia vinti (sei titoli per ciascun trofeo, senza scordare il resto). Da non dimenticare, in questo reparto, i nomi di Miguel Ángel López e Marlon Yant, che potrebbero essere più di semplici comprimari. Il libero sarebbe Yonder García, già membro della compagine cubana.

Siamo certi che una squadra del genere alle ultime Olimpiadi avrebbe potuto dire la sua, benché la pallavolo non sia una scienza perfetta e passi necessariamente dall’alchimia tra i giocatori in campo. Di sicuro però con questa squadra Cuba avrebbe vissuto un decennio connotato da vittorie e medaglie, come dimostra quell’argento mondiale nel 2010, unica occasione in cui la Nazionale ha potuto beneficiare della presenza di alcuni dei giocatori migliori, quali Simón, Hierrezuelo e i giovani León e Leal.

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Tra i giocatori premiati come migliori al Mondiale per club in Polonia nel 2017, 4 su 7 sono cubani: Juantorena, Leal, León e Simón

 


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Di Alessio Ciani

Innamorato della pallavolo da quando sono nato. Fissato con numeri e statistiche. Assicuratore per diletto