Maldini e i tifosi del Milan non si sono mai amati

Maldini - Puntero

“Paolo Maldini è il Milan”. Nel calcio in generale, a maggior ragione in quello attuale, raramente capita di poter proferire una frase capace di mettere d’accordo tutti, eppure quando associamo il nome di Paolo Maldini all’Associazione Calcio Milan questo raro fenomeno è possibile. Paolo Maldini infatti rappresenta nell’immaginario collettivo la società rossonera, come d’altronde fu capace di fare suo padre Cesare prima di lui.

La leggenda di Paolo, figlio di Cesare, si è cementificata nella storia del calcio italiano e mondiale tant’è che oggi si guarda all’ex capitano come ad uno dei grandi della Storia del Gioco oltre i colori e gli schieramenti. Sembra l’introduzione di un racconto eroico ai confini dell’epica dove un Capitano senza paura e senza macchia attraversa la storia in un climax ascendente di trionfo e gloria irresistibili. Ma come nelle migliori storie, la vendetta dell’antagonista si consuma quando più fa effetto e tutto il mondo ha visto al termine di quel Milan-Roma la presa di posizione della curva che, mentre uno stadio intero e con esso tutto il mondo omaggia il campione alla fine della corsa, se la prende con l’uomo per regolare conti figli di antichi livori.

 

Un bauscia tra i casciavit

Paolo Maldini non è il più classico degli eredi della tradizione milanista. Come tutti i fenomeni umani, anche il calcio non avviene nel vuoto pneumatico e si porta dietro una nutrita schiera di significanti e significati che formano un’identità sociale precisa. Le squadre di calcio in Italia hanno attraversato i primi 90 anni del ventesimo secolo dividendo le città anche per classi. Milano non fa eccezione e se l’Inter è la squadra dei bauscia, dell’imprenditoria medio-borghese erede delle innovazioni sociali nate nell’illuminismo, il Milan è la squadra dei casciavit, dei proletari, la squadra di chi quelle innovazioni le ha subite e ha visto cambiare il proprio status con la logica della lotta di classe.

Il campo di San Siro non ha fatto eccezione a queste dinamiche e il Milan arriva infatti al tramonto degli anni ’90 in pieno berlusconismo ma con Franco Baresi, epitome del casciavit, come Capitano e ultimo erede di una tradizione che dopo Cesare Maldini ha visto quella fascia stretta al braccio di Rivera, Benetti, Bigon e Maldera. Questa tradizione si rompe con la nomina di Paolo, figlio di Cesare e della Milano bene, della Milano Bauscia si potrebbe dire. L’estrazione sociale di Paolo è già di per sé una discontinuità con la tradizione ma Maldini è destinato fin da subito a segnare una profonda scissione tra il più alto dei simboli e il tifo.

Gli inizi della storia da capitano di Cuore di Drago non sono dei più semplici e probabilmente segnano la genesi di quella frattura che esploderà mediaticamente nell’ultima a San Siro di Maldini un decennio dopo.

Maldini - Puntero

Un giovanissimo Paolo Maldini all’esordio con il Milan

 

Genesi di un rapporto complicato

L’annata è quella del Capello-bis, i risultati sono deludenti e una tifoseria esigente come quella del Milan abituata in quel periodo a trionfare in Italia e in Europa non intende fare sconti alla squadra. La contestazione è durissima e il 10 Maggio 1998 in occasione di Milan-Parma esplode. Il pullman del Milan prova a battere una strada poco usata per l’arrivo allo stadio sperando di evitare i tifosi, che però si fanno trovare davanti a quell’ingresso secondario in nutrito numero e armati di derrate alimentari da lancio.

Un dirigente prova a mediare per consentire al pullman di entrare nello stadio ma è solo l’arrivo dei tifosi emiliani a permettere al pullman di sottrarsi al blocco. Quando la partita inizia il popolo rossonero fa sentire la propria voce ed espone eloquenti messaggi diretti a dirigenti e calciatori. Due in particolare sembrano profetici: “Baresi una bandiera… voi vergogna vera“ e “Maldini non è il mio capitano”. Il cuore del tifo ad un certo punto volta le spalle al campo in un gesto che non ha bisogno di spiegazioni. Tra lanci di oggetti e poco spettacolo in campo, la partita finisce e si porta via una stagione maledetta.

Maldini non vuole scusarsi, non ci sta all’idea che il tifo organizzato sia un’entità alla quale rendere conto. Evidentemente pensa che il tifoso debba fare il tifoso e che nemmeno in una stagione complicata la Curva diventi giudice o giuria. Questo è il momento nel quale si materializza il conflitto tra Paolo e la Curva.

Non è un segreto che moltissimi giocatori, per convenienza o per convinzione, intrattengono rapporti almeno amichevoli con i rappresentati del tifo organizzato. Alcuni di loro partecipano alle feste e alle iniziative dei gruppi organizzati e questo non fa che legittimare il ruolo e il potere delle curve verso le società, specialmente quando le cose vanno male sul campo. Non è un mistero nemmeno il fatto che questo potere, legittimo o meno che sia, si porta dietro un carico notevole di interessi economici che muovono merci, persone e capitali in quello che a tutti gli effetti è un enclave economico del mondo del calcio. 

Maldini però ha detto a chiare lettere cosa pensa del ruolo del tifoso in occasione del pareggio casalingo col Werder Brema pochi mesi prima dell’episodio finale di San Siro:

Sono molto arrabbiato, come i miei compagni. Dopo tutto quello che abbiamo dato, fatto e vinto, meritiamo un trattamento diverso. Questo atteggiamento è iniziato nel derby di ritorno dell’anno scorso. Con un aiuto da parte della nostra curva, non avremmo perso quella partita. I motivi? Ci sono motivazioni economiche, giochi di potere. Ma se sono queste le ragioni per andare allo stadio, non so più che cosa pensare. Comunque non è solo la curva a non sostenerci: anche i tifosi degli altri settori se ne stanno zitti. Io credo che quando si canta ‘Abbiamo il Milan nel cuore’, poi bisogna dimostrarlo. Ormai noi giochiamo in trasferta o in campo neutro: mai davvero in casa. Non mi sembra logico, e la squadra non ci sta più. I fischi a Dida e Gilardino? Non li comprendo. I fischi ci sono sempre stati, ma qui si sta andando oltre. A San Siro si sentono applausi ironici per Dida quando blocca una palla facile. Ma quello è il portiere della finale di Manchester, è un campione d’Europa come Gilardino. San Siro è sempre stato magico: adesso stiamo perdendo questa magia.

Non ci gira intorno Paolo. Non arriva a dire che non ci sia il diritto a contestare ma è cristallina la visione del mondo del figlio di Cesare: la squadra e il sostegno ad essa vengono incorruttibilmente prima di ogni cosa. Le critiche ci stanno ma esiste un limite invalicabile oltre il quale si oltraggia quella che per lui è una gloriosa istituzione. La dialettica è indubbiamente quella dello scontro. Spiritualmente affini, Paolo e la curva sono avversari.

Maldini - Puntero

Prima preseason da capitano per Maldini nel 1996

 

Istanbul, il crollo di tutto

Il malconcio ponte che attraversava il profondo fossato posto tra i due schieramenti crolla definitivamente dopo lo psicodramma di Istanbul. Al ritorno della squadra da Bosforo va in scena un confronto duro nel corso del quale volano accuse e parole forti. Sostanzialmente i tifosi imputano ai senatori, Maldini su tutti in quanto capitano, di non aver saputo tenere alta la concentrazione rendendosi di fatto responsabili del tracollo avvenuto nella ripresa. Fanno anche notare, secondo quello che è un topos tipico del racconto ultras, che ci vuole rispetto per chi ha speso migliaia di euro per seguire la squadra. Ancora una volta, Maldini non si tira indietro e, a quanto raccontano le cronache dell’epoca, definisce i tifosi “poveri pezzenti”.

Secondo il capitano nessuno ha costretto nessuno a spendere quelle cifre e a presenziare allo stadio e dunque rinfacciarlo ad una squadra che certamente non ha perso quella finale con dolo è visto come un vile ricatto morale. Maldini, inoltre, ha una considerazione enorme di se stesso e di riflesso della squadra che tifa e rappresenta. Di questo episodio ebbe a dire, dopo essere uscito dal campo zittendo i tifosi contestatori con un gesto eloquentissimo:

Avevamo giocato una finale stupenda, nettamente meglio del Liverpool. All’aeroporto siamo stati contestati: dovete chiederci scusa. Io giocavo da una vita e dovevo chiedere scusa ad un ragazzo di 20 anni? E poi scusa di cosa? Di aver perso una partita giocata in modo straordinario? Per inciso, quella sera il Liverpool ci surclassò a livello di tifo.

Questo è un rifiuto, radicale, di una tradizione che la nostra società ha ampiamente normalizzato e che vediamo transustanziata nelle passerelle/patibolo che i giocatori sembrano obbligati a fare a fine stagione se le aspettative non sono state rispettate. Maldini afferma il proprio status e sovverte il patto non scritto, il rapporto di forza. Si potrebbe dire che questa visione è classista, che questo modo di fare pone in posizione di superiorità persone appartenenti ad una classe sociale notevolmente avvantaggiata e che di conseguenza subordina la massa popolare sul quale il modello malato di business del calcio si basa e dalla quale trae i propri nutrienti economici.

Tuttavia, il limite tra analisi e retorica in questo groviglio indistricabile di logiche, interessi e agende, dove senza dubbio molti non si spartiscono alcuna torta e altri si accaparrano larghe fette, è labilissimo e la questione non merita banalizzazioni degne del famoso teatrino tra Sgarbi e Squitieri. Nella polvere di una fragorosa sconfitta si consuma la radicalizzazione di uno scontro a quel punto quasi decennale e matura il sentimento di rivalsa che porterà all’episodio più celebre.

Maldini - Puntero

La delusione di Maldini a Istanbul, match aperto da un suo gol e chiuso con la più grande delusione calcistica della sua carriera

 

Epilogo amaro

Chissà cosa pensava Maldini in quel caldo pomeriggio di maggio. Chissà quali emozioni prova un giocatore del suo status e con le sue decorazioni mentre compie i riti di una vita per l’ultima volta. Forse quel giorno anche i lacci degli scarpini sembrano diversi al tatto, forse più ruvidi o forse meno consistenti e quella maglia numero 3 che in un quarto di secolo ha cambiato innumerevoli layout, magari quel giorno sembrava per la prima volta aliena. O forse nulla di tutto questo, forse è stato un momento come un altro da vivere da protagonista.

Tutto era pronto per festeggiare il simbolo di 25 anni di Milan e la vittoria esterna della Roma non sembrava in alcun modo poter scalfire il clima di festa di un popolo riunito attorno al totem. A fine partita Paolo figlio di Cesare comincia, in un momento di tangibile commozione, il giro di campo che simbolicamente gli fa salutare il popolo del Diavolo per l’ultima volta da giocatore ed è qui, con un coup de théâtre da manuale, che la Curva Sud stende gli striscioni per regolare i conti con il capitano, simbolicamente così vicino ma personalmente così lontano da loro.

Al centro del settore viene srotolato un telo raffigurante la 6 di Baresi con a latere due messaggi per Cuore di Drago: “Grazie capitano: sul campo un campione infinito ma hai mancato di rispetto a chi ti ha arricchito” e ‘’Per i tuoi 25 anni di gloriosa carriera sentiti ringraziamenti da chi hai definito mercenari e pezzenti“. Il tutto contornato dal coro “C’è solo un capitano” in onore di Franco Baresi.

Il doloroso addio al calcio di un simbolo

 


Puntero è gratis e lo sarà sempre. Vive grazie al sostegno dei suoi lettori. Se vuoi supportare un progetto editoriale libero e indipendente, puoi fare una piccola donazione sulla piattaforma Gofundme cliccando sulla foto qui sotto. Grazie!

 

Sostieni Puntero