Le migliori liti calcistiche in tv

Non di rado capita che il fare chiassoso e polemico dei tifosi, in una scala comportamentale che va dall’ironia alla guerra santa, venga replicato dagli addetti ai lavori e dai protagonisti in campo, pronti a bucare lo schermo della televisione e a portare nelle nostre case liti leggendarie.

Alcune di queste zuffe verbali hanno sfondato la quarta parete, resistendo al tempo ed entrando nella vita e addirittura nel linguaggio popolare.

E dato che il calcio è veramente molto simile alla vita, abbiamo analizzato otto liti storiche: se fossero avvenute fuori dal mondo del calcio, che tipo di risse sarebbero?

 

Riunione di condominio

La più frequente e temuta delle liti che accompagnano la nostra quotidianità, l’elogio del caos.

In ambito calcistico si è materializzata il 27 febbraio 1995, data in cui si è scritta una pagina storica della televisione italiana.

Il cast è esattamente una replica di quello che troveresti in una riunione condominio: persone dalle professioni più disparate, di diverse estrazioni sociali, che si trovano ad accapigliarsi su un argomento in cui non sono neanche ferrati.

Nello specifico un regista prestato alla politica, un critico d’arte e un opinionista da sempre protagonista dei salotti calcistici. E in mezzo lui, l’amministratore di condominio, il padrone di casa.

Monumento dell’italianità, una magistrale ed immortale sequoia dell’informazione televisiva calcistica con una chioma fulva a renderla inconfondibile. Aldo Biscardi, che ha plasmato le liti televisive come argilla, ricavandone Il Processo del lunedì, un visionario che proponeva il Moviolone vent’anni prima del VAR.

In quella sera di fine febbraio, il calcio è il contorno di una battaglia ideologica di poco più di tre minuti, condita da una ventina di parolacce.

Gli ingredienti del litigio condominiale ci sono tutti: Pasquale Squitieri veste i panni del populista, contestando lo stipendio dei calciatori paragonato a quello dei poliziotti esattamente come farebbe con il costo della pulizia delle scale. Vittorio Sgarbi, l’arrogante del palazzo, replica dichiarandosi pentito del precedente supporto politico a Squitieri.

Ne nasce un delirio, con Sgarbi che paragona l’emozione data dai calciatori a quella degli artisti, passando dall’accusa di “retorica insopportabile” come Sandro Curzi, ad un’argomentazione per assurdo basata su curiosi insulti ai pittori.

Entra in scena Maurizio Mosca, il confusionario del condominio, Squitieri gli lancia l’insulto di stampo politico: “leghista di me**a”.

Mosca non ci sta, si alza in piedi e con una mimica da danzatore classico si lamenta con l’amministratore, riportando ciò che gli sarebbe stato detto, smussandolo con un “anche simpaticamente”. Per contro, l’Aldone nazionale prova a riportare l’assemblea a più miti consigli. Di me**a, sì, ma ha detto “menefreghista”.

L’assemblea ha deliberato, la lite delle liti è conclusa, si è fatta la storia della tv.

La lite delle liti, raccontata dalla Gialappa’s

 

Regolamento di conti

Classica rissa che non viene generata dalle circostanze: semplicemente è.

Non una parola fuori posto, uno scontro fortuito, un errore di persona. No, uno dei due protagonisti è arrivato appositamente per litigare, l’altro subisce e prova a rintuzzare.

È esattamente quanto accaduto il 16 novembre 2008 negli studi di Stadio Sprint con la lite tra Walter Zenga ed Enrico Varriale.

Lo spettatore percepisce la rissa in ritardo rispetto alla sua genesi, perché nella testa di Zenga è già iniziata. Scende sul ring con gli occhi della tigre, assetati di sangue, vuole vendicare un asserito affronto patito nella puntata della settimana precedente.

La prossemica è chiarissima, l’Uomo Ragno è venuto solo per menare le mani e infatti, non appena gli viene data la parola, scatta come un cavallo al Palio di Siena, aggredendo verbalmente Varriale.

Che però è uomo che sguazza nel torbido delle polemiche e delle liti televisive ed è subito pronto a reagire con vigore, provocando il contendente con del sale su una ferita mai rimarginata: “lei da giocatore faceva poche uscite a vuoto, no? Anche se una ce la ricordiamo tutti, purtroppo, perché ci costò un mondiale”.

Zenga è una furia, era arrivato per litigare e ora trova terreno fertile con accuse di vario genere, dalla vigliaccheria all’essere raccomandato. Per contro Varriale parla di minacce, il clima è caldissimo. Quindi, il colpo di genio dell’allora allenatore del Catania: nonostante le intenzioni fossero altre, invita Varriale a fare domande sulla partita.

Sarebbe lì per quello, il presentatore. Eppure, il vortice della rissa lo ha travolto. È spiazzato, deve riprendere in mano le redini della sua trasmissione. Allora butta lì un abbozzo di tecnicismo: “parliamo di Brienza”.

Zenga si è travestito da Kasparov e la sua mossa ha colpito nel segno: “Brienza? Vede che è informato bene? A parte che è Mascara, come mai si agita?”, frase seguita da una risata quasi diabolica.

Varriale prova a rilanciare la palla dall’altro lato del campo, ma Zenga palesa quelli che erano i suoi programmi sin dall’inizio. “Varriale, io con lei non parlo”.

L’ultimo disperato tentativo del conduttore, che rivanga le già citate minacce, è a sua volta un avviso minaccioso, invitando Zenga a stare attento a quello che dice. La risposta è, semplicemente, leggenda: “Oooh che paura che mi fa Varriale! Sono qua che tremo!.

Il rivale è nel sacco, l’invito a parlare di calcio era una trappola, l’ardore e la voglia di rivalsa battono l’esperienza nella polemica, con la lite che va a scemare grazie all’intervento di Bruno Gentili, che si traveste da amico paciere, quasi un prete laico salito sull’altare per spegnere i bollenti spiriti.

Non solo Zenga: Varriale è un campione della rissa televisiva

 

Testimone interessato

Una rissa in cui la televisione capita per caso, diventando subito osservatore interessato e narratore, una sorta di Grande Fratello del trash calcistico italiano.

Un uomo arrabbiato con le istituzioni, ree di aver danneggiato lui in favore del vicino che per contro ha l’ardire di intervenire nella discussione, generando ulteriore rabbia. È il 6 novembre 1999, al Renato Curi è appena terminato un Perugia-Bari dai contenuti aspri e a prendersi la ribalta è Luciano Gaucci, presidente del Grifone.

I suoi ragazzi hanno perso 2-1 ma l’episodio che ha creato l’inghippo è uno scontro nel quale il barese Innocenti ha colpito con una gomitata il perugino Olive, procurandogli una frattura allo zigomo. La più breve delle liti tv: pochi secondi pregni di contenuti e di significato che divertono due generazioni di appassionati di calcio.

Fuori dallo stadio, in mezzo a un nugolo di giornalisti e cameraman, Gaucci incrocia l’arbitro del match, Emilio Pellegrino, accusandolo di non aver fatto nulla nonostante il suo giocatore avesse riportato una frattura.

Poco distante, però, c’è il pullman del Bari, dal quale si affaccia il presidente Vincenzo Matarrese. Senza motivo apparente, non contento di aver vinto e anche di non aver subito danni dall’episodio che ha scatenato il putiferio, decide in maniera ardita di provocare il presidente avversario con una frase volta a rimarcare superiorità: “Gaucci, noi siamo di Serie A, Gaucci!”.

Big Luciano è una furia, accecato dalla rabbia dell’ingiustizia subita e voglioso di ergersi a martire per chiunque sia mai stato vessato in qualunque campo della vita. Si scaglia fisicamente contro il pari ruolo barese ma non prima di aver lanciato l’arma totale: l’insulto totalizzante.

Poche parole, il cui nitore è minato dalla concitazione e dal passo svelto con cui Gaucci si reca presso il rivale, ma cariche di risentimento e significato: “Vai a fare in c**o, tu e tuo fratello”.

Una sola frase che insulta il rivale, un suo familiare e le istituzioni, dal momento che Antonio Matarrese, fratello di Vincenzo, è stato presidente della FIGC ed è vice-presidente di UEFA e FIFA.

Il vulcanico Gaucci subisce le accuse degli addetti ai lavori e, al tempo stesso, come il coraggioso rissaiolo di quartiere che fronteggia spavaldo le forze dell’ordine, si innalza sopra gli uomini e diventa idolo del popolino.

Dalle parole ai fatti: semplicemente Luciano Gaucci

 

Scontro ideologico

Due diverse scuole filosofiche, due fazioni politiche, finanche due squadre di calcio rivali. Contrapposizioni che dall’alba della civiltà fino ad oggi, nella vita quotidiana o istituzionale, hanno sempre acceso il dibattito e talvolta anche le liti.

Ma nel mondo del calcio di quest’epoca, la grande sfida che infiamma i social e le discussioni da bar è solo una: giochisti contro risultatisti. L’evento che più di ogni altro ha dato il la a questo scontro ideologico è avvenuto il 27 aprile 2019 negli studi di Sky Sport.

I protagonisti sono due uomini di calcio che dividono il grande pubblico: da una parte Massimiliano Allegri, allenatore della squadra risultatista per eccellenza, dall’altra Daniele Adani, ex calciatore e oggi opinionista ma, soprattutto, teorico del calcio qualitativo.

È il classico esempio in cui il teorico tenta, con un giro di parole, di abbindolare l’uomo pratico, come l’incantatore di serpenti che con il suo flauto vuole addormentare il cobra, esponendosi al rischio che questi lo morda. Come le classiche liti di paese tra l’uomo di cultura e il lavoratore manuale, tra chi vuole elogiare le potenzialità dell’intelletto e chi ribatte che è più importante portare a casa la pagnotta.

È appena terminato un Inter-Juventus 1-1, la lunga domanda di Adani è posta con educazione ma vuole stuzzicare Allegri sulla recente eliminazione in Champions League per mano dell’Ajax: “Cosa puoi fare nel rapporto tecnica-qualità e arrivare di più, parlo di Champions League, nell’area avversaria ed essere più dominante?”.

Allegri inizia a dire la sua altrettanto educatamente, convinto del valore del suo lavoro. Ma il veleno è sulla coda: “Giocare bene a calcio è molto semplice. Però, tra giocare bene e vincere ci passa una roba sottile, che sembra sottile ma non lo è”.

Adani prova a intervenire, ma l’uomo pratico è un fiume in piena, capisce che il suo partito sta per passare all’opposizione e contrattacca: “Fare l’allenatore non significa fare gli schemi a tavolino, il problema è che in Italia stanno diventando tutti teorici e questo è un problema”.

È guerra. Adani dice che nella sua posizione anche Allegri dovrebbe essere un teorico e i pratici dovrebbero essere i calciatori, Allegri affonda: “Leggi i libri ma di calcio non sai niente. Stai lì dietro e non sai niente, ora parlo io e stai zitto!”.

L’ex membro della Bobo TV, poco avvezzo alle liti furiose, si agita e butta dentro argomenti casuali, come il basket e LeBron James, Allegri mette in scena la versione rabbiosa del mic drop in stile Barack Obama.

Forse con stile rivedibile, ma Allegri segna una tacca nel grande mondo delle risse ideologiche: mai sminuire chi fatica per portare il pane in tavola.

Uno scontro diventato il pane quotidiano delle teorie calcistiche

 

Il bullo e il debole del gruppo

Le litigate sono il pane quotidiano per i bulli di quartiere. Sono spavaldi quando puntano a terrorizzare gli altri interlocutori e al tempo stesso rimangono schiavi del loro personaggio, non possono far altro che essere minacciosi.

E così la rissa è all’ordine del giorno, basta un niente per accenderli. Figuriamoci quando, dall’altra parte, trovano un avversario pavido, che non replica, un incassatore diplomatico che preferisce essere rimbrottato anziché aizzare ulteriormente il bullo ed aumentare i rischi per se stesso.

Il 25 aprile 2014 si gioca Roma-Milan, un 2-0 per i giallorossi in cui di certo non splende la stella di Mario Balotelli.

L’inviato di Sky Nosotti fa una domanda normalissima sulla prestazione personale di Super Mario che, per tutta risposta, replica laconicamente, testa e voce basse, subito spostando il mirino sugli opinionisti in studio, che hanno osato dirgli che non è un top player.

Apriti cielo: lui, il bullo, accusato senza contraddittorio. Deve rimediare. Nosotti cerca una civile interlocuzione, un po’ imbarazzato dal nervosismo di Balotelli ma tutto crolla quando, dallo studio, prende la parola Giancarlo Marocchi.

Con educazione e anche timore, Marocchi muove un’accusa mascherata da complimento. Sì, per carità, Balotelli è bravo, potente, veloce, forse è frutto di una scelta, magari l’allenatore è contento, ma si muove molto poco in campo.

Laconico Super Mario: “Secondo me non capisci di calcio”. Dallo studio Cattaneo e Boban scendono in difesa di Marocchi, che rimane in silenzio, accusando il colpo ed evitando di rinfocolare la polemica. Gli amici della vittima provano ad affrontare il bullo, gli spiegano che non è stato corretto ma niente, il treno è partito.

Balotelli, un “guappo” che non perdona

 

Un diavolo per capello

È mattina, ti sei svegliato controvoglia. Ti attende una giornata durissima a lavoro, puoi connettere solo con un bel caffè.

Vai ad aprire la dispensa. Vuota, niente caffè. Giornata atroce, ti affacci alla finestra, un raggio di sole ti abbaglia mentre i tuoi occhi sono ancora semichiusi, la tua unica chance è trascinarti fino al primo bar e provare a sopravvivere.

Ma appena esci di casa eccolo, il vicino più fastidioso del mondo. Ti guarda e si lancia nel più grande affronto del mondo: ti parla. Non è perdonabile, devi litigare, è un dovere deontologico. E poco importa se quella del vicino era un’innocua frase di circostanza sulla bella giornata, la provocazione è insita nella parola.

Mai parlare a chi è nervoso. Deve averlo imparato anche Riccardo Ferri quando, la sera del 19 gennaio 2002, a Il Sabato della Domenica Sportiva, ha semplicemente espresso un suo parere sul fatto che il Torino avesse, complessivamente, meritato di vincere a Brescia.

Reduce da una partita faticosa terminata 1-2 con due gol subiti negli ultimi dieci minuti, Carlo Mazzone, tecnico delle Rondinelle, non gliele manda a dire.

L’inviato fa un’osservazione insidiosa, dice che il Brescia si è suicidato ma la vena di Carletto si è chiusa, sbiascica qualche parola quindi punta dritto su Ferri: “Parla come quando giocava: pieno di falli”.

Prima ancora che Ferri possa ribattere, Mazzone lo travolge, accusandolo di essere di parte (probabilmente scambiandolo per il fratello, ex bandiera granata) e di stuzzicare gli allenatori stressati.

Ferri ci resta male ma Marco Civoli prova a stemperare, dicendo che Ferri ha sorriso. Per tutta risposta Mazzone rincara la dose, affermando che non è serata perché ce l’ha anche con Civoli.

Che questa lite sia di insegnamento: mai provocare un uomo stressato.

Mazzone + Gialappa’s = divertimento assicurato

 

Il miglior attacco è la difesa

Sei litigioso di natura, un provocatore, anche un po’ presuntuoso. Gli amici ti chiamano Diavolina perché ti piace dare fuoco alle discussioni.

Ma sei anche infido, quel soprannome non ti piace. Per indole adori le liti ma non vuoi darlo a vedere, meglio passare da vittima che per carnefice. Anche parlando con un tuo vecchio amico.

Il saggio su questa modalità di litigio lo scrive Christian Panucci, all’epoca opinionista Sky. È il 24 aprile 2017 e la sua ex squadra, la Roma, guidata dal suo ex allenatore Luciano Spalletti, ha appena vinto 4-1 sul campo del Pescara.

La pietra dello scandalo è il cambio tra Dzeko e Grenier. Con la Roma avanti di tre gol, il bosniaco, capocannoniere ma a secco di gol nel match, reagisce male alla sostituzione, circostanza su cui Spalletti glissa con un sorriso.

Ma Panucci è litigioso per natura e aizza il fuoco: “Per me hai sbagliato a toglierlo” sottolineando come sostituire un giocatore che sta lottando per la classifica cannonieri è stata una “forzatura poco corretta nei suoi confronti”.

Va bene l’amicizia ma Spalletti tira fuori la sua leggendaria permalosità: quel “poco corretta” non gli va giù e, approfittandone per una stilettata a Totti (“Non posso giocare senza Dzeko perché è l’unico centravanti che ho da tutto l’anno”), azzarda una frase che innesca la bomba: “Che vuol dire scorretto? Sennò ti posso dire che tu hai dei pensieri limitati da allenatore”.

Ecco ciò che Panucci aspettava. Con una mossa degna di Alessandro Borghese, ribalta completamente la situazione: Spalletti lo ha offeso.

A nulla valgono le spiegazioni del tecnico di Certaldo, la missione è compiuta: Panucci imposta il litigio per passare da martire, un colpo al cerchio e uno alla botte. Masterclass.

Amici mai per chi ama le liti come noi

 

Liti per una Signora

Le schermaglie per amore, due uomini che litigano per una signora, un grande cliché. In questo caso parliamo di una Vecchia Signora, la Juventus.

Un ex che prometteva grandi cose e l’ha delusa e un fidanzato nuovo ma vicino ad essere lasciato. Secondo l’ex ha dimostrato di non meritarla e fa niente se lui ha deluso altrettanto. Anzi, si lancia in un appello: con lui starebbe meglio.

È l’11 gennaio 2010, si è appena disputato un match di cartello, Juventus-Milan. I bianconeri hanno incassato un sonoro 3-0 interno e le voci di un esonero dell’allenatore Ciro Ferrara si fanno sempre più fitte.

Anche nel post-partita a Controcampo l’argomento viene toccato. Ferrara è piuttosto deluso, pare oggettivamente nel miglio verde ma si dichiara concentrato solamente sull’uscire fuori dalla situazione delicata.

Ad un certo punto, però, una stoccata che vista oggi potrebbe sembrare gratuita ma che partiva da un pregresso: “Mi sembra di aver visto in studio Maifredi, no? Eventualmente la Juventus può già aver trovato il sostituto, allora”.

Già, Gigi Maifredi. Precursore dei giochisti odierni, a lui si deve il conio dell’espressione calcio champagne, che univa lo spettacolo mostrato dal suo Bologna al fatto che, prima di allenare, fosse il rappresentante di un’importante casa produttrice di bollicine francesi.

Vent’anni prima aveva preso in mano la Juventus, rivelandosi non adeguato ad una società profondamente risultatista.

La stoccata nasce da una dichiarazione di qualche giorno prima in cui Maifredi aveva dichiarato che, sotto la propria guida, la Juventus avrebbe vinto lo scudetto con quella rosa. Ferrara è un amante sul filo del rasoio, figuriamoci se accetta di buon grado il giudizio di un ex ferito. Si scaglia contro di lui e gira il coltello nella piaga: “Dichiarazioni stupide di Maifredi. Ma d’altronde allena… che squadra allena?”.

Maifredi è disoccupato da dieci anni, Ferrara lancia il siluro. Non solo non è adatto alla sua amata ma nessuna lo vuole più. Maifredi tenta di far buon viso a cattivo gioco, celando la ferita dietro un sorriso sornione, Ferrara non gestisce bene la situazione, reiterando più volte inviti a stare zitto in maniera poco educata.

Ma aveva appena litigato con la sua donna, non era il momento migliore. Maifredi si stufa, rilancia con uno “stai zitto, fenomeno” prima di motivare il perché la Juventus, la Signora oggetto del litigio, era troppo per Ferrara.

Per la cronaca, Ferrara sarebbe diventato single solo due partite dopo, esonerato dopo aver perso 2-1 in casa contro la Roma.

“L’amore ha ucciso molto più di qualsiasi guerra”

 


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catenaccio

Di Manuel Fanciulli

Laureato in giurisprudenza e padre di due bambini, scrivo di sport, di coppe e racconto storie hipster. Cerco le risposte alle grandi domande della vita nei viaggi e nei giovedì di Conference League.