Cinque previsioni sulla Western Conference

Dopo la Eastern Conference, è il turno delle previsioni per la Western Conference. Qui la lotta per il primato si fa ogni anno più spinosa e le squadre attrezzate per arrivare fino in fondo sono sempre più agguerrite. In questa grande tonnara, ecco le mie cinque previsioni per la stagione.

 

1) Nessuna squadra andrà oltre le 51 vittorie

Mai come quest’anno la Western Conference è incerta: trovare una squadra che la faccia da padrona e “ammazzi” il campionato è veramente difficile. In compenso ci sono tante squadre ben costruite che potranno dare più di qualche grattacapo alle favoritissime Denver e Phoenix. Partendo proprio dalle due franchigie di riferimento, l’interesse a spremere i propri giocatori è veramente minimo. I Nuggets sono i campioni in carica, forti di un gruppo ormai consolidato che non giocherà con la pressione di dover dimostrare qualcosa. Coach Malone, alla sua nona stagione nel Colorado, potrà gestire al meglio il gruppo senza l’ansia di dover raggiungere a tutti i costi un record scintillante. I giochi seri d’altronde cominceranno da aprile in poi.

Discorso simile per i Suns. Phoenix è stata protagonista tangenziale della trade Lillard ma l’effetto che lo scambio avrà sulla squadra non è da sottovalutare. Passare da Ayton a Nurkic, sicuramente toglierà qualche grattacapo in termini di distribuzione dei possessi e presenza a rimbalzo, però bisognerà tenere d’occhio le condizioni di salute del bosniaco, mai sopra le 56 partite giocate nelle ultime quattro stagioni. Oltre all’innesto del centro, sarà da valutare con attenzione l’inserimento di Beal. Il mantra Nba per il quale le super star trovano sempre il modo di giocare insieme è sempre valido. Sulla carta però, nella pratica Frank Vogel avrà tante tessere del puzzle da far combaciare alla perfezione e per farlo servirà del tempo fisiologico.

Alle spalle delle due favorite c’è un gruppone nutritissimo di squadre con le carte in regola per fare una grande stagione. Franchigie che possono terminare al terzo posto come non qualificarsi nemmeno per i playoff. E sarà proprio questa la forza e la spettacolarità dell’Ovest di quest’anno: ogni partita sarà giocata con intensità e agonismo perché ottenere il biglietto per la post season non sarà scontato per nessuno. Troppo numerosa la concorrenza per distrarsi anche solo una settimana.

 

2) I Dallas Mavericks non faranno i Playoff

L’incertezza che regna sovrana a Ovest, farà sicuramente vittime eccellenti: gli indiziati più probabili sono proprio i Dallas Mavericks. I texani al momento sono, secondo i bookmakers, la sesta forza della Western Conference con 44 vittorie previste, sei in più rispetto alla stagione passata. Un miglioramento notevole e parecchio ottimista se si va ad osservare nel dettaglio la situazione di squadra. Dallas non ha fatto nessun movimento di rilievo per tamponare le debolezze dello scorso anno, su tutte la fragilità difensiva (sesta peggior difesa della lega).

Sicuramente l’aggiunta di Grant Williams (giocatore particolarmente apprezzato da chi scrive) rappresenta un ottimo innesto, ma non basta soprattutto perchè c’è da colmare la perdita di Finney-Smith che per intensità ed effort difensivo si è rivelato spesso uno dei migliori. I Mavs difensivamente sono stati una squadra orribile, incapace di difendere con qualità situazioni standard come uscite dai blocchi o pick n’roll, rivelando grandi problemi di comunicazione.

Quattro situazioni di gioco diverse tra loro con un unico grande problema: basta un semplice blocco, non importa se sulla palla o lontano, per far collassare la difesa dei Mavericks

 

Inoltre rimane il grande problema della coesistenza delle due stelle. Doncic e Irving nelle 16 partite giocate insieme hanno dimostrato quanto meno di non pestarsi i piedi (net rating di 4,2 con entrambi in campo), dividendo democraticamente i possessi (34% di usage con 21 conclusioni di media per lo sloveno e 27% con 19 tiri per l’ex Nets). Numeri incoraggianti ma che potrebbero non rispecchiare l’andamento della prossima stagione. L’imprevedibilità di Irving e i mal di pancia sempre più frequenti di un Doncic ormai insofferente per la mediocrità in cui si trova da tempo la franchigia, potrebbero dare non pochi grattacapi a Dallas e far perdere il treno utile per la post season. A fare le spese di questa situazione, quel Jason Kidd tanto criticato la scorsa stagione che si candida di conseguenza come uno dei primi coach a essere silurato.

 

3) Un coach e una squadra in ascesa

Tra le squadre in ascesa per un posto al sole nella Western Conference i Thunder sono una delle franchigie più sottovalutate (undicesima forza a Ovest secondo Las Vegas). Tuttavia il campionato che aspetta OKC parte con i migliori auspici e soprattutto con zero pressione. La squadra è giovane (con 23,9 anni di media è la quarta in lega) ma piena di talento e potenziale.

Coach Daigneault ha a disposizione un gruppo che corrisponde perfettamente alla sua idea di pallacanestro: una squadra capace di difendere con grandissima intensità a tutto campo, aggressiva sulle linee di passaggio e capace di attaccare in transizione per portare punti facili e veloci (terzi per pace la scorsa stagione). L’arrivo di Holmgren non potrà far altro che esasperare in positivo queste tendenze. Se il rookie riuscirà ad evitare infortuni e a rimanere sano per almeno sessanta partite, ecco che OKC si ritroverebbe con il tassello perfetto a completamento di un mosaico ben costruito. Un giocatore con braccia infinite in grado di garantire una credibile protezione del ferro permettendo ai compagni di essere ancora più aggressivi (occhio alla stagione di Jalen Williams).

Premesse che rendono i Thunder come una delle squadra più intriganti e da League Pass del panorama Nba, con l’accesso diretto ai playoff che non sembra un’idea poi così irrealizzabile. Se tutto dovesse andare per il verso giusto, ecco che Daigneault potrebbe avanzare una solida candidatura per il premio di Coach of the Year.

 

4) Wembanyama non sarà il Rookie of the Year

La Preseason di norma, sarebbe quel momento della stagione da ignorare completamente per concentrarsi su altro. Però, nell’era dei social e delle informazioni in tempo reale, è stato impossibile non imbattersi in qualche video, highlights o linea statistica di questo ragazzone francese di 2 metri e 24. Wemby ha messo in mostra un campionario di abilità e skills mai viste prima in un giocatore con quel fisico: partenze incrociate, tiri dal palleggio o spalle a canestro e penetrazioni di forza, sono solo alcune delle qualità di questo diciannovenne. E tutti gli addetti ai lavori sono concordi nel dire che stiamo solo grattando la superficie.

Qualsiasi commento tecnico è superfluo: stiamo assistendo a qualcosa che raramente passa su un campo da basket

 

Tuttavia, limitandoci a questa stagione, l’impatto di Wembanyama sarà considerevole ma non pari a quello di altri rookie come Holgrem o Scoot Henderson (a mio parere il più serio candidato come ROY). Questo perché gli Spurs non sembrano intenzionati a spremere il loro talento, senza rischiarlo in campo al minimo cenno di acciacco. Aggiungiamo all’equazione che fino ad ora si è giocato puro e semplice “preseason basketball”, una pallacanestro estremamente povera di contenuti, senza aggiustamenti e con un’intensità quanto meno sospetta.

Un minimo di ambientamento per il francese sarà naturale in una lega così fisica e piena di testosterone: visto l’entusiasmo che lo circonda, ogni notte scenderà un campo con un cerchio rosso gigante sulla testa e l’obbiettivo sarà fermalo in qualsiasi modo. Con le buone o con le cattive. Sarà dunque una stagione di ambientamento, in cui alternerà prestazioni molto convincenti a partite più in sordina, con una gestione del minutaggio estremamente capillare da parte di uno staff che ha elevato questo aspetto a vera e propria arte.

 

5) Lebron James non verrà inserito in nessun quintetto All-Nba

Lo so, probabilmente con questa ultima previsione l’accusa di lesa maestà è veramente a un passo. LBJ è alla ventunesima stagione in lega e, escluso l’anno da rookie, è sempre stato inserito in uno dei quintetti All-Nba. Sono 19 infatti le convocazioni per il 23 gialloviola, cifra che lo rende di gran lunga il più premiato, con Jabbar, Bryant e Duncan secondi a quattro lunghezze di distanza. Lebron, a quasi 39 anni suonati, deve fare i conti con la carta d’identità e con un fisico ormai non più straripante e alieno come quello dei tempi di Miami e Cleveland.

La stagione che lo attende sarà ancora più accorta e sotto controllo di quella passata: riposi programmati, back to back seguiti dalla panchina e una presenza più conservativa in campo. Volendo rincarare la dose, questa potrebbe essere l’annata in cui scenderà per la seconda volta in carriera sotto i 25 punti di media (l’altra fu la stagione da rookie). Una regular season giocata con le marcie basse per cercare di arrivare il più fresco possibile ai Playoff, quando i giochi si faranno più seri.

James mai come quest’anno può permettersi di osservare da spettatore le sorti dei Lakers, grazie alla costruzione di un roster pieno di scudieri affidabili. Un nome su tutti Austin Reaves. Due anni fa era alla ricerca di un two-way contract come undrafted free agent. Ora si ritrova con uno stipendio garantito da quasi 54 milioni di dollari spalmati su quattro anni e uno status sempre più rilevante in lega, grazie anche a un mondiale giocato da protagonista.

Reaves ha dimostrato l’anno scorso di essere una solidissima opzione offensiva sia come realizzatore sia come portatore di palla, garantendo un’applicazione difensiva ben sopra la media. La sua esplosione definitiva, insieme all’apporto di comprimari come Reddish, Vanderbilt, Hachimura e Wood, potrà garantire ai Lakers un tranquillo approdo ai Playoff senza richiedere gli straordinari a LBJ e AD.

 


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Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda