Cosa sta succedendo ai Dallas Mavericks

Nella notte tra il 28 e il 29 novembre, un tweet di Shams Charania movimenta la serata NBA, iniziata in maniera sonnacchiosa e simile a tutte le altre di inizio stagione – con buona pace dell’In Season Tournament. Come un fulmine a ciel sereno, l’insider di The Athletic, uno dei più pronti e informati del panorama USA, annuncia la cessione da parte di Mark Cuban, vulcanico proprietario dei Dallas Mavericks, di una fetta di maggioranza della franchigia alla quale è al timone da più di due decadi.

All’apparenza sembra un banalissimo scambio di proprietà da appena 3,5 miliardi di dollari. Cifre normali per un contesto come quello NBA dove i valori delle franchigie hanno raggiunto numeri da capogiro per i comuni mortali. Dietro questo passaggio di proprietà però c’è più di una semplice cessione di pacchetti di maggioranza. È una situazione che ha il lato sportivo come ultimo aspetto da tenere in considerazione, tant’è vero che lo stesso Cuban rimarrà a capo delle basketball operations. Già l’anno scorso avevamo avuto qualche piccola anticipazione a riguardo, con alcune dichiarazioni sibilline dello stesso Cuban riguardo a una collaborazione con investitori esterni per rendere più moderno l’American Airlines Center, sullo stile dei casinò di Las Vegas. Ora queste voci sono diventate realtà.

 

Un misterioso acquirente

Il nome Miriam Adelson probabilmente non dirà niente a nessuno qui in Italia e probabilmente nemmeno alla maggior parte dei tifosi NBA nel mondo. La signora però è conosciuta negli ambienti che contano dal momento che, secondo Forbes, si piazza a un comodo quinto posto nella classifica delle donne più ricche al mondo, con un patrimonio di 35 miliardi di dollari, dollaro più, dollaro meno. Una fortuna derivata dal matrimonio con Sheldon Adelson, ex amministratore delegato e presidente della Las Vegas Sands (LVS – una delle compagnie più importanti e potenti nel mondo del gioco d’azzardo), scomparso nel gennaio 2021. La signora Adelson però non è il classico stereotipo della moglie annoiata di un miliardario, anzi.

Laureata in medicina all’università di Tel Aviv, dopo essere stata internista e direttrice della sezione di pronto soccorso al Rokach Hospital, nel 1986 decide di lasciare Israele e tentare l’avventura negli Stati Uniti alla Rockefeller University dove focalizzerà la sua ricerca sulle dipendenze indotte dagli stupefacenti. Qui conoscerà proprio il suo futuro marito, quel Sheldon Adelson già in possesso di quasi metà dell’impero del gioco d’azzardo quotato a Wall Street, con solide partecipazioni a Singapore e Macao. Aspetto, quello del gambling, da tenere a mente perché sarà il collegamento fondamentale con Dallas, il Texas e tutta la nostra storia.

Nel 2018, l’allora presidente Donald Trump, premia Miriam Adelson con la medaglia presidenziale per la libertà, la massima decorazione civile degli Stati Uniti

 

La Adelson, oltre ad essere una delle figure di riferimento a Las Vegas, avendo ereditato in toto e con successo l’impero del marito, ha un peso politico enorme anche in patria. È infatti l’editrice dell’Isreal Hayom, il secondo giornale più letto d’Israele, testata molto vicina al premier Benjamin Netanyahu. Un’amicizia, quella tra il politico e la dottoressa, che ha suscitato non poche critiche viste le posizioni molto nette prese dal giornale a difesa delle controversie affrontate dal primo ministro negli anni. Un legame molto stretto non solo con la politica israeliana ma anche con quella statunitense. La famiglia Adelson infatti fa parte di quella stretta cerchia dei cosiddetti megadonorindividui che foraggiano i partiti americani con donazioni ben sopra gli otto zeri. In questo caso il partito è quello repubblicano e il politico è ovviamente Donald Trump, storico amico di famiglia per il quale sono stati staccati negli anni assegni per un valore complessivo di 180 milioni di dollari a finanziamento delle due campagne elettorali. 

 

Perchè proprio i Mavs?

 

Una figura silenziosa e, come tutte le personalità di questo tipo, sconosciuta ai più. Perché allora uscire allo scoperto e buttarsi nella lega più globalizzata e famosa del mondo? Per capirlo bisogna fare un’altra deviazione, tenendo sempre a mente quanto Miriam Adelson sia dentro le dinamiche politiche a stelle e strisce. Detenendo il controllo di più di metà di Las Vegas, la dottoressa è un’esponente estremamente influente della lobby del gioco d’azzardo. Quando si parla di politica americana la parola lobby spesso salta fuori. Sintetizzando il più possibile un concetto su cui si potrebbero scrivere decine di libri, con questo termine (che in italiano potremmo tradurre con “gruppo di pressione”), si va a definire un insieme di persone, accomunante dallo stesso interesse – il gioco nel nostro caso – capaci di esercitare forti pressioni nella vita politica con donazioni e sovvenzioni monetarie perfettamente regolamentate, per far valere i propri interessi.

L’obbiettivo della Adelson e della lobby è dunque proprio quello di legalizzare il gioco d’azzardo in Texas, secondo Stato più popoloso degli USA e mercato troppo goloso per essere ignorato. Basti pensare che i texani ogni anno spendono nei casinò dei 22 Stati americani in cui il gambling è legale, più di 5 miliardi di dollari. Attualmente, nello Stato della stella solitaria gli unici casinò con licenza sono i tre presenti nelle riserve indiane, aperti con varie limitazioni: sono permessi solo alcuni tipi di bingo e vietati i giochi di carte contro il banco (come il blackjack per esempio). Una reticenza quella delle istituzioni texane, legata al fatto di non voler minare la tranquillità dello Stato con tutte le attività malavitose collaterali che inevitabilmente girano intorno al mondo dei casinò (su tutti il riciclaggio). Aggiungendo all’equazione la fortissima influenza della comunità evangelica, ecco che si spiega come mai i texani per adesso, per poter entrare nel casinò più comodo, sono costretti a guidare fino al vicino Oklahoma.

Il vento però sta cambiando. Su spinta della lobby, è stata presentato un disegno di legge per legalizzare il gioco d’azzardo e permettere la costruzione di resort con casinò all’interno, nelle principali città texane. Una proposta che ha trovato sostegno unilaterale – rarità assoluta per la politica dello stato – grazie alla lungimirante strategia dei lobbisti di finanziare entrambi i partiti. Ora, ottenuto il benestare dei due terzi di Camera e Senato, non resta che la definitiva approvazione del referendum popolare nei prossimi mesi. La figura chiave dell’operazione, colui che è stato decisivo per indurre questo cambio di rotta, è Greg Abbot, governatore repubblicano del Texas, grande sostenitore della causa della Adelson e figura molto vicina a Donald Trump. Il cerchio si chiude.

Miriam Adelson diventa ufficialmente la terza donna proprietaria di una franchigia NBA: dopo Jeanie Buss ai Lakers e Gayle Benson ai Pelicans, ecco il suo turno

 

La Adelson non è la sola esponente legata al mondo dello sport a portare avanti la causa. Il proprietario degli Houston Rockets e del Golden Nugget Casino di Las Vegas, Tilman Fertitta, ha partecipato attivamente sostenendo la campagna di Abbot donando un milione di dollari, così come Jerry Jones, storico patron dei Dallas Cowboys, da sempre sostenitore della legalizzazione di scommesse e gioco d’azzardo.

Ecco spiegata la mossa della famiglia. Lo sport e la politica texana sono due realtà profondamente legate e interconnesse e diventare la socia di maggioranza della squadra della città più importante dello Stato garantirà alla Adelson un aggancio fondamentale per il suo grande progetto con prospettive di guadagno da capogiro. L’idea di fondere insieme i due pilastri dell’entertainement (sport e gioco) è un concetto presente da sempre nel mondo americano – basti pensare ai più grandi incontri di pugilato combattuti quasi sempre a Las Vegas – e la Adelson ha il progetto Texas ben chiaro nella sua mente. Vedremo se questi Mavs saranno la testa di ponte ideale.

 

E Cuban che fa?

 

La mossa di vendere è decisamente sorprendente, dal momento che Cuban è uno dei proprietari più presenti e ingombranti dell’intero panorama NBA. Tuttavia è un cambiamento che influenzerà la parte amministrativa e gestionale della franchigia piuttosto che la sezione sportiva e troveremo sempre il proprietario più istrionico della lega a bordocampo per seguire ogni partita. Come detto, la fetta rimasta all’imprenditore di Pittsburgh gli garantirà controllo assoluto sulle decisioni di campo insieme al GM Nico Harrison, tanto voluto nel 2021 per sostituire Donnie Nelson.

Cuban è tutt’altro che uno sprovveduto e, leggendo la situazione attuale a Dallas, ha capito che l’unico modo per vedere realizzate le sue richieste (su tutte, un radicale ammodernamento del palazzetto), è quello di allearsi con una figura estremamente potente e di peso – e perché no mettersi in tasca una discreta vagonata di dollari. Almeno in apparenza, quindi, non ci saranno cambiamenti radicali per quanto riguarda la direzione tecnica della franchigia con il progetto di costruire intorno a Doncic ben delineato, a maggior ragione dopo un inizio di stagione particolarmente incoraggiante.

Ora la domanda però sorge spontanea: come reagiranno i giocatori a questa notizia? Come si comporterà per esempio Irving sapendo di essere stipendiato da una degli esponenti più illustri di una realtà che combatte da sempre con caparbietà e testardaggine?

Non adagiamoci troppo, una mossa che in apparenza sembra non sortire particolari sviluppi a livello di campo, potrebbe generare un effetto domino parecchio interessante da seguire.

 


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Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda