L’NBA ne ha fatta una giusta

La grande novità di questo inizio di stagione NBA è stata sicuramente l’introduzione dell’In-Season Tournament. Ideato con lo scopo di movimentare le partite di inizio campionato, il torneo che ha visto la finale giocarsi proprio nella notte tra sabato e domenica, ha decretato come primi vincitori i Los Angeles Lakers.

La volontà di aggiungere un qualcosa che durante la stagione rendesse più frizzanti le partite di novembre e dicembre, circolava ormai da diversi anni. Ciò che prima era solo un progetto e un’idea ambiziosa è diventato realtà l’8 luglio 2023, giorno in cui Adam Silver ha svelato direttamente ai microfoni di ESPN l’inizio di questo nuovo torneo. Inizialmente l’annuncio è passato sotto traccia, con molti che dubitavano dell’effettiva utilità e del possibile interesse che avrebbe suscitato nel pubblico. Ma, a conclusione di questa prima edizione, il torneo sembra aver invece conquistato anche i più scettici a suon di partite avvincenti, decise negli ultimi secondi.

 

Le origini

Già da più di dieci anni, negli uffici dell’Olympic Tower giravano voci riguardo una possibile competizione da inserire a complemento della regular season. Tuttavia, come successo già in precedenza con il play-in, Adam Silver ha dovuto aspettare diverse stagioni prima di vedere realizzare il suo progetto.

Gli obiettivi del commissioner sono stati chiari sin da subito: cercare di aumentare ancora di più gli introiti già faraonici garantiti. Oltre a poter vendere a cifre più alte le partite del torneo infatti, la speranza era quella di alzare gli ascolti televisivi in un momento della stagione solitamente poco seguito. Non a caso l’In-Season Tournament è stato giocato nei mesi di novembre e dicembre, periodo in cui la regular season NBA negli Stati Uniti in particolare, deve cedere il passo all’NFL all’apice del suo interesse con l’accesa lotta playoff.

Prima di introdurre il torneo in NBA, la lega ha preferito testare il format con la WNBA, il corrispettivo femminile del massimo campionato americano di basket. Dal 2021, dunque, durante la regular season della WNBA viene giocata parallelamente anche la Commissioner’s Cup. Una competizione alla quale partecipano tutte le 12 squadre della lega, divise inizialmente in due gruppi, la Eastern e la Western Conference. In ognuno dei due gironi ogni squadra gioca 10 partite e la prima classificata si qualifica per la finale a gara secca. La coppa ha avuto sin da subito un riscontro positivo ed è arrivata ormai alla sua terza edizione vinta il 16 agosto da New York Liberty. Sulla scia di questo successo Silver ha deciso di riproporre il formato, anche se leggermente modificato, anche a livello maschile.

Le New York Liberty guidate da Breanna Stewart e Sabrina Ionescu festeggiano la vittoria della Commisioner’s Cup.

 

La struttura

Assieme al torneo è stato annunciato anche il formato della competizione, abbastanza insolito per il panorama americano. Silver si è ispirato, infatti, ai tornei di calcio europei con un iniziale fase a gironi e una successiva fase eliminatoria a gara secca.

Nella prima fase le 30 franchigie NBA sono state divise in sei gironi da cinque squadre ciascuno sulla base del record della stagione precedente. Ogni squadra ha dovuto giocare quattro partite contro le altre partecipanti del proprio girone, due in casa e due in trasferta. Al termine della fase a gruppi le prime classificate più le due migliori seconde sono qualificate alla fase eliminatoria, composta da quarti di finale, semifinale e finale.

Per rendere ancora più competitive le partite, la lega ha deciso di dare premi cospicui ai giocatori dei team approdati alla fase eliminatoria. Partendo dai 50mila dollari degli sconfitti ai quarti, si arriva ai 500mila per ogni componente del roster vincente. Non male, considerando che, dei 438 giocatori stipendiati in NBA, 283 di loro guadagnano meno di 10 milioni a stagione. La vittoria della coppa porterebbe un aumento di almeno il 5% del salario per la maggior parte di loro. Un incentivo da non sottovalutare, soprattutto per atleti meno affermati.

 

Un piccolo antipasto dei playoff

Iniziato il 3 novembre con le prime partite dei gironi, l’In-Season Tournament ha conquistato sin da subito tutti gli appassionati di basket. La differenza di competitività rispetto alle normali partite di regular season è stata evidente. Con ogni squadra costretta a giocare 82 partite a stagione, ormai la singola gara di regular season aveva perso di attrattività e mordente. Il torneo è riuscito a portare una ventata di aria fresca, con giocatori pronti a impegnarsi sui due lati del campo e partite spesso decise negli ultimi minuti. Un’intensità molto simile a quella dimostrata da aprile in poi. Questo perché il margine di errore è stato molto ristretto: essendo gironi da appena 4 partite, ecco che il singolo match ha acquisito grande importanza per il passaggio turno.

Già nella prima notte abbiamo potuto assistere a partite avvincenti, a partire da Golden State-Oklahoma City vinta 141-139 dagli Warriors grazie ad un floater segnato da Curry nel finale. Lo stesso dicasi anche per New York-Milwaukee, Memphis-Portland e Brooklyn-Chicago, tutti incontri decisi negli ultimi minuti.

Anche nelle serate successive le partite ricche di spunti non sono mancate. Degna di essere rivista Cleveland-Indiana con i Cavs usciti sconfitti nonostante i 38 punti di Donovan Mitchell.

Riguardando Houston-Los Angeles Clippers si capisce il motivo per cui Harden è considerato uno dei migliori scorer della nostra generazione. La tripla in step back con fallo subito, con la quale ha battuto la sua ex squadra, è un’azione che, pur eseguita infinite volte dal Barba nella sua carriera, rimane sempre un rebus difficilmente decifrabile per i difensori.

In Sacramento-Golden State abbiamo probabilmente assistito ad uno dei finali più belli delle ultime stagioni, con i Kings che sono riusciti a portare a casa la partita grazie a due canestri folli di Malik Monk e delle scelte scellerate sul finale da parte di Curry e compagni.

Insomma in appena tre settimane di pallacanestro, siamo riusciti a mettere da parte ricordi ed emozioni che le ultime tre annate di regular season non erano riuscite neanche lontanamente a regalarci.

Una compilation di tutte le partite decise punto a punto nella fase a gironi

 

Vinci o vai a casa

Passati i gironi ecco la fase eliminatoria dove il livello di intensità è senza dubbio aumentato. I giocatori hanno spinto ulteriormente sull’acceleratore annusando la possibilità di raggiungere la vittoria finale con relativo premio.

Il fascino dell’eliminazione diretta è stata una piacevole novità per gli appassionati NBA, più avvezzi a serie al meglio delle sette in cui il vero spettacolo sono gli aggiustamenti proposti partita dopo partita. In una gara secca invece l’imprevedibilità è il fattore chiave, non c’è margine di errore ed ogni giocatore deve dare tutto nei 48 minuti. Senza dimenticare un pizzico di follia in puro stile March Madness.

Ai quarti di finale Boston e Indiana hanno regalato una partita che, per gli standard della regular season, passa una volta ogni dieci anni. I Celtics, dati inizialmente come favoriti, hanno perso la sfida contro i Pacers al termine di un incontro giocato ad alti ritmi (102,2 di pace). L’assenza di Porzingis ha sicuramente pesato, con la franchigia del Massachusetts che ha dovuto dare minuti pesanti a Pritchard e Banton, i quali hanno avuto impatto decisamente negativo. Boston ha avuto diversi problemi anche al tiro da fuori (29% da tre) con il trio Tatum-Brown-Holiday che ha concluso con un complessivo 5/20 dalla lunga distanza. Indiana ha allungato definitivamente nel terzo periodo guidata da un Haliburton in formato MVP, che a suon di grandissime prestazioni è riuscito a portare la sua squadra in finale.

 

È ancora il regno di LeBron

Per semifinali e finale le squadre si sono spostate a Las Vegas, location designata per la fase ultima del torneo. A sfidarsi sono state Indiana e Milwaukee da una parte del tabellone, mentre dall’altre le protagoniste sono state Lakers e Pelicans.

Da segnalare la prestazione incredibile di LeBron James che ha chiuso la semifinale con 30 punti e 8 assist, tirando 9/12 dal campo, il tutto in soli 22 minuti. Presenza in campo sotto lo standard, dal momento che i Lakers sono riusciti a chiudere praticamente subito la pratica, arrivando all’intervallo lungo già sul +12 per poi dare lo strappo decisivo nel terzo periodo, vinto 43-17.

Nell’altra semifinale i Pacers hanno continuato a stupire eliminando in rimonta Milwaukee. Bucks che, nonostante una grande prestazione di Antetokounmpo, non sono riusciti ad accedere alla finale, mostrando diversi punti deboli preoccupanti. L’aggiunta di Lillard avrebbe dovuto renderli d’ufficio la favorita per l’anello ma, in realtà, non sta portando i risultati sperati, soprattutto nella metà campo difensiva. La partenza di Holiday si sta facendo sentire proprio sotto questo aspetto e coach Adrian Griffin, alla prima esperienza come capo allenatore, non sta trovando le soluzioni giuste per risolvere questi problemi. Un campanello d’allarme da non sottovalutare per quando i giochi si faranno veramente seri.

Dopo aver dominato il tabellone ad Est, ai Pacers è mancato il proverbiale centesimo per fare il dollaro, con la sconfitta in finale per 123-109 ad opera dei Los Angeles Lakers. La squadra californiana è sempre stata in vantaggio nel corso della partita, allungando sul +11 grazie ad un piccolo parziale ad inizio terzo periodo. I Pacers hanno provato a ripetere la rimonta nell’ultimo quarto, come fatto in semifinale, arrivando anche sul -4 a sei minuti dalla fine ma LeBron e compagni sono stati bravi a ricompattarsi e portare a casa la vittoria grazie ad un parziale finale di 13-0.

Indiana ha sofferto troppo la maggiore fisicità degli angelini, i quali hanno dominato nel pitturato per tutta la partita. Il numero dei rimbalzi presi parla chiaro: ben 55 a 32 per i Lakers, un divario troppo grande da colmare, che ha permesso ai Lakers di portare a casa la vittoria nonostante le 18 palle perse e il 15% dall’arco.

Migliore in campo Anthony Davis, autore di una prestazione mostruosa da 41 punti, 20 rimbalzi, 4 stoppate e 16/24 dal campo. Grandissima prova che, tuttavia, non gli è valsa il premio di MVP della competizione, vinto meritatamente da LeBron James. Il ragazzo di Akron, nonostante manchi meno di un mese allo spegnimento delle 39 candeline, non sembra mostrare alcun segno di cedimento. Il Re ha spinto sull’acceleratore per tutta la manifestazione, desideroso di portarsi a casa la coppa e registrando una media di 26 punti, 8 rimbalzi e 7,6 assist a partita, tirando con il 56% dal campo.

Lebron James continua ad aggiungere premi al suo palmares.

 

Un dominio quello dei Lakers dimostrato proprio nel diverso approccio alle partite dell’In-Season Tournament, rispetto alle classiche di regular season. In questo senso le statistiche parlano chiaro.

Los Angeles nell’In-Season Tournament ha alzato decisamente i giri del motore soprattutto a livello difensivo, costringendo gli avversari a percentuali estremamente basse: emblematico in questo senso il netto miglioramento della difesa sui tiri dal mid-range. Discorso analogo per le proprie conclusioni dalla lunga distanza con un miglioramenti di ben 10 punti percentuali, segno di una miglior circolazione di palla e un attacco molto più fluido e concentrato. Sicuramente è stato merito in buona parte dell’approccio vincente che James ha avuto nell’arco di tutta la competizione. Anche nel suo caso specifico le statistiche non mentono.

Quello che salta agli occhi non sono i valori semplici, come punti, rimbalzi o assist. Sono statistiche rimaste pressoché invariate, frutto della semplice fluttuazioni delle singole partite. Il dato veramente sorprendente è la differenza di net rating che ci rivela come la semplice presenza di LeBron in campo abbia indirizzato pesantemente la direzione di ogni scontro diretto. Sono state svariate infatti le situazioni di gioco in cui i Lakers, in seguito a minuti di sterilità offensiva o appannamento difensivo, sono stati presi per mano dal numero 23 e trascinati alla vittoria con giocate decisive. Sono aspetti tra le pieghe della partita che le fredde statistiche possono difficilmente rivelare.

 

Esperimento decisamente riuscito

Arrivati al termine del torneo possiamo decisamente affermare che l’esperimento In-Season Tournament sia riuscito e che diventerà un’aggiunta fissa per le prossime stagioni NBA. Questa competizione ha permesso agli spettatori di assistere a partite molto più esaltanti rispetto ai normali match di regular season, ha creato hype dove di fatto hype non c’è mai stato (qualcuno si ricorda di qualche evento memorabile a livello NBA a novembre?) e ha fatto parlare di sé in un periodo in cui anche i tifosi più accaniti tendono a seguire poco il campionato.

In futuro il format potrà probabilmente essere migliorato: c’è infatti chi parla già della possibilità di poter dare vantaggi in ottica playoff o play-in alla squadra vincitrice del torneo. Un cambiamento che aggiungerebbe ancora più interesse attorno alla competizione, ma che per ora è solo un’idea di difficile realizzazione.

Da non sottovalutare anche la scelta di giocare la fase finale a Las Vegas. Già da diversi anni l’NBA sta provando a creare una nuova franchigia nella città del peccato, sull’onda di quanto fatto dalla NFL con i Raiders. La lega ha già portato il basket in città prima con il Team Ignite della G-League e poi con la squadra femminile delle Las Vegas Aces. Tutti segnali che ormai un’espansione della lega con protagonista Las Vegas è imminente come già dichiarato da Adam Silver in estate.

Nell’attesa di vedere un nuovo terremoto sulla una cartina NBA ormai silente da più di 15 anni con lo spostamento dei Sonics a OKC, godiamoci questa nuova creazione di Silver. Una ventata di aria fresca che ha fatto contenti tutti, dai tifosi, agli addetti ai lavori, con i giocatori in prima linea pronti a cercare rivalsa già dalla prossima edizione.

Ah un’ultima cosa prima di chiudere. Sì, mi sto rivolgendo proprio a te, caro Adam che sicuramente starai gongolando nel leggere tutto questo miele e incenso per la tua ottima idea. L’anno prossimo sarebbe meglio ripensare completamente da zero i campi dedicati al torneo o magari tornare ai tanto cari parquet tradizionali. Per noi sfortunati spettatori d’oltreoceano, fare le notti guardando partite giocate in palazzetti con accostamenti di colori discutibili e psichedelici, non è stato proprio il massimo e credo che anche gli amici americani siano d’accordo. Incontri giocati sul filo di lana, resi fastidiosi semplicemente perché il più delle volte le divise dei giocatori si confondevano con la grafica del parquet. Su Adam, l’esperimento è riuscito. Avevi la nostra curiosità, ora hai la nostra attenzione (cit.), non serve tirare fuori idee così bislacche per farci seguire queste partite.

 


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Di Nicola Ragaglia

Grande appassionato di calcio, basket e football americano. Tifoso del Livorno, Atlanta Hawks e Atlanta Falcons: in poche parole, detesto vincere.