Il pagellone della Western Conference – Parte 1

 

Dopo aver visto una Eastern Conference con diverse piacevoli novità, alternata a mediocrità generale e solide certezze, è il momento della Western Conference. Qui letture e giudizi sono più difficili, per colpa – o grazie, dipende dai punti di vista – di una situazione estremamente fluida. Se a Est i rapporti di forza sembrano molto più delineati con le franchigie incanalate in tier ben definiti, ad Ovest fare un quadro di quello che sarà a metà aprile è più ostico. Banalmente basta analizzare il record delle squadre: nella Eastern Conference prima e ottava sono separate da 13 partite, nella Western questo gap è tra prima e dodicesima. Per evitare di essere smentiti fin da subito, non perdiamo altro tempo e andiamo con la carrellata di pagelle.

 

Dallas Mavericks — 7

Partiamo subito rispondendo al primo grande interrogativo che aleggiava sui Mavs ad inizio stagione: Doncic e Irving possono giocare insieme? Dopo le 28 partite di questa stagione (e le 16 della passata), la risposta non può che essere affermativa.

 

Le statistiche parlano chiaro: con loro due in campo, l’attacco di Dallas è sui livelli di quello di Indiana (paragone pesante visto la clamorosa stagione offensiva dei Pacers) e la difesa non patisce la presenza di due giocatori non esattamente animati dal sacro fuoco nella propria metà campo. Coach Kidd in attacco giustamente si affida ai suoi due soli concedendo parecchi possessi in isolamento (Doncic e Irving sono rispettivamente terzo e settimo in lega per frequenza di isolamenti), con una strutturazione che cerca di aprire il più possibile il campo e sfruttare i compagni sul perimetro: Dallas non a caso è seconda per tentativi da 3pt a partita.

Se sulla stagione dello sloveno nessuno aveva particolari dubbi, sul rendimento di Irving inizialmente le perplessità erano parecchie. L’ex Cavs e Celtics ha spazzato via qualsiasi tipo di opinione negativa a suon di prestazioni solide e convincenti sul campo e un silenzio stampa insolito (forse mi sono perso dei pezzi – probabile – ma non ricordo quest’anno dichiarazioni “pittoresche” del numero 11). L’esempio lampante è stato il filotto di partite in cui Irving, complice l’infortunio di Doncic, si è caricato la squadra sulle spalle con un ruolino di marcia da MVP (per lui in quella finestra 37 punti con 6 assist e 6 rimbalzi di media).

Dallas funziona, non è la squadra più affascinante da vedere per chi ama la coralità (non sono gli Spurs del 2014, ecco), però l’equilibrio e la leadership dati dalle due stelle stanno guidando il gruppo a una solida stagione. Il record è positivo e in linea con le aspettative – così come la valutazione complessiva – ma questa è la Western Conference e anche il 58% di vittorie non basta per assicurarsi un approdo sicuro alla post season. I Mavs dovranno lottare contro una concorrenza parecchio agguerrita: farlo con due superstar così in forma rende tutto più comodo.

 

Denver Nuggets — 6 ½

Perché faticare e sudare quando in ballo non c’è ancora niente? Questa la filosofia con cui i Nuggets stanno conducendo una regular season tranquilla, a velocità di crociera. Jokic e compagni possono vantare il 13° attacco e l’11ª difesa, nulla di trascendentale, nulla che salti agli occhi, anzi magari per qualche osservatore superficiale potrebbe stonare il fatto che i campioni in carica stiano giocando una regular season così anonima.

Che poi, anonima è pur sempre un’esagerazione. Ci sono squadre che sarebbero disposte a 10 anni di oblio pur di condurre una stagione anonima con il 65% di vittorie, un quarto posto solidissimo a ovest e un quintetto così ben assortito e amalgamato. I Nuggets stanno portando avanti una regular season con la sicurezza dei campioni, vincendo in maniera solida le partite, senza perdersi d’animo in caso di passi falsi e alzando i giri del motore in situazioni estremamente specifiche (non a caso sono state una delle tre squadre in grado di sconfiggere i Celtics al TD Garden). Una squadra che gioca con la consapevolezza data dal titolo appena vinto, senza spremere i propri giocatori migliori: nessuno nella rotazione di Denver gioca più di 33 minuti a partita.

Ha poco senso quindi fare valutazioni approfondite su un gruppo che al momento ha poco da dire. Quando comincerà la post season, lì si che vedremo la vera forza di questi Nuggets. Per adesso limitiamoci a una sufficienza.

 

Golden State Warriors — 4

I Warriors, con un record di 27-26, sono la grande delusione dell’Ovest. Non lasciamoci ingannare dal bilancio lievemente positivo, aggiustato parzialmente dal 13-4 prima della pausa per l’All Star Game: la stagione di Golden State è insufficiente. Una squadra che probabilmente doveva cominciare il suo ciclo di ricostruzione 4 anni fa con la stagione delle 15 vittorie ma che, con il titolo del 2022, si è probabilmente illusa di poter essere una eterna contender con questo gruppo.

Golden State quest’anno è apparsa una squadra spenta, stanca, senza quel brio e quel gioco vorticoso che ne ha caratterizzato i successi. La colpa principale di Kerr è stata probabilmente quella di volersi intestardire con un gioco e dei principi tattici perfetti per gli interpreti degli anni passati ma difficilmente traslabili con il gruppo di quest’anno. I Warriors sono di fronte a un bivio, innanzi al quale capire cosa fare da grandi e prendere una decisione: garantire un ultimo ballo a Curry, aggiungendo un grande free agent gradito al numero 30 o detonare e ricominciare da capo?

Una scelta difficile per una dirigenza che ultimamente non sembra molto in forma quando si tratta di prendere decisioni pesanti (in questo senso l’aggiunta di Chris Paul non ha minimamente portato benefici).

C’è tuttavia un però. Un piccolo barlume di speranza, forse la brace non è del tutto spenta. Le 13 vittorie nelle ultime 17 non sono capitate per caso, sono coincise con lo spostamento di Draymond Green a centro titolare. Con questa strutturazione i Warriors hanno girato la chiave in difesa (con 110,5 sono il terzo miglior rating della lega in questo arco di tempo), rinunciando di netto a quello che nella regular season NBA sembra una presenza necessaria, il rim protector.

Sfruttando il timing e la capacità di leggere gli attacchi avversarsi di Green, sempre al posto giusto al momento giusto, i Warriors hanno blindato l’area e nelle ultime 15 partite e sono la seconda squadra che concede meno tiri dalla restricted area (19,8 meglio dei californiani solo i Miami Heat). Se sarà vera gloria per davvero, lo scopriremo sono con il finale di stagione in arrivo. Per adesso il voto rimane gelidamente negativo.

 

Houston Rockets — 7

Voto sulla fiducia e di incoraggiamento per questi Rockets che, dopo un inizio ampiamente positivo (19-19 il record a metà gennaio) sembrano aver leggermente alzato il piede dal gas. Fiducia dunque a questo gruppo, ricco di giovani individualità molto interessanti già pronte per il grande salto di qualità, sapientemente miscelate in offseason con veterani in grado di tracciare il solco. La buona stagione di Houston è coincisa con l’ottimo rendimento di Sengun. Udoka non ha snaturato troppo lo stile di gioco del centro turco, lasciando praticamente inalterata la percentuale di azioni giocate dal post up (numeri che vanno dal 20% al 18% nelle tre stagioni in lega, una variazione impercettibile). L’unico aspetto che è cambiato – e decisamente in meglio – è la frequenza e gestione del pick n’roll come rollante.

La progressione e il miglioramento di Sengun nel giocare il pick ‘n roll da rollante ha avuto una curva impressionante nell’arco di solo tre stagioni.

 

Normalmente, con un aumento della frequenza è lecito aspettarsi una diminuzione dell’efficienza. Non è il caso di Sengun: le palle perse sono diminuite e le percentuali al tiro lievitate. La presenza di un veterano esperto come VanVleet fa tutta la differenza del mondo: avere una guardia capace di fare sempre la lettura corretta e servire palloni con tempi e modi giusti, ha permesso al turco di avere ricezioni più pulite, dinamiche e con difese non concentrate esclusivamente su di lui. Stiamo sempre parlando di un giocatore di 21 anni e i margini di crescita ci sono ancora (su tutti tiro da 3 punti – 29% su 2 tentativi a partita – e tiri liberi – un risicato 70%).

Il secondo giocatore che sta crescendo molto bene sotto il caldo sole texano è Cam Whitmore. Non ha le luci e le attenzioni del compagno di squadra, tuttavia i Rockets stanno sviluppando un giocatore molto interessante. Il prodotto di Villanova è un grandissimo atleta, un animale da transizione: il 25% dei suoi canestri arriva da situazioni di contropiede, generando 1,08 punti a possesso.

 

Come si vede dalla clip, Whitmore è in grado di generare una transizione anche in situazioni in cui normalmente sarebbe impossibile. Il rientro della difesa dei Pelicans non è il migliore possibile però il rookie riesce a generare un canestro attaccando da solo contro quattro marcatori semplicemente sfruttando l’inerzia e il fisico. Il numero 7, al suo primo anno in lega, è già in grado di rappresentare una duplice minaccia. Il solido 40% da oltre l’arco – che diventa un brillante 48,6% in situazioni di catch and shoot – costringe le difese a un’attenzione particolare e la sua esplosività lo rende un tagliante perfetto per i passaggi di Sengun. Rimane ancora un giocatore abbastanza limitato nelle letture, non in grado di coinvolgere i compagni. Aspetti del gioco di cui a Houston sono tutti ben consapevoli e che già dal prossimo anno vedremo probabilmente migliorati.

I Rockets dunque possono ritenersi soddisfatti di questa stagione, un ottimo punto di partenza per buttare le basi per un futuro a medio termine molto incoraggiante.

 

LA Clippers — 8 ½

Ok l’inizio è stato traumatico (3-7 nelle prime 10) ma da dicembre in poi i Clippers hanno spiccato il volo, alla faccia di tutti i detrattori che hanno pesantemente criticato la scelta di aggiungere un gallo molto scomodo – Harden – in un pollaio già pieno di pennuti ingombranti. Dopo un fisiologico assestamento, coach Lue ha decisamente trovato la quadra organizzando un attacco con pochi eguali in lega in quanto a varietà di soluzioni.

 

Tutto ciò è stato possibile grazie alla versatilità e compatibilità degli angelini. Le tre stelle infatti occupano zone di campo diverse senza pestarsi i piedi e si dividono equamente i possessi (27%, 26% e 20% l’usage rispettivo di Leonard, George e Harden). La base – o meglio il “sistema” per usare le sue stesse parole – è ovviamente Harden. La fase offensiva dei Clippers parte quasi sempre dalle mani del Barba che in questa stagione sta vivendo una seconda giovinezza. Harden attacca di più e con più convinzione il ferro e sembra aver ritrovato più brillantezza sul primo passo e fluidità nel palleggio, tutti aspetti che gli permettono di battere con più facilità l’uomo.

Partendo da lui e dalla sua capacità di mettere in ritmo i compagni, George e Leonard si inseriscono perfettamente nel contesto, sfruttando la grande gravità generata dall’ex Phila, per attaccare zone di campo più aperte (Leonard sta tirando il 47,7% in catch and shoot su 2,8 tentativi a partita, George il 42% su 4,8 tentativi). Tutti sono contenti e tutti sono messi nel contesto per rendere al meglio: Harden gestisce i tempi di un attacco che ha come finalizzatori ultimi le due stelle che in NBA meno hanno bisogno – e meno vogliono – palla in mano.

George è perfettamente integrato con questo sistema in cui – per assurdo – può essere considerato un super role player, per il tipo di possessi che gioca (avercene di role player con questo impatto). Più del 10% del suo gioco si sviluppa in uscita dai blocchi e il tempo medio di possesso per tocco non supera i 3 secondi in queste situazioni. L’ex Pacers è in grado di bilanciare perfettamente situazioni in cui si muove tantissimo senza palla, giocando da finalizzatore puro, ad altre in cui è lui stesso a generare canestri: il 16% del suo attacco è generato da isolamenti con 1,05 punti a possesso.

Un Horns set in cui tutte le tre stelle sono perfettamente inserite: taglio profondo di George per mettere una prima pressione alla difesa, palla che arriva al gomito ad Harden, UCLA cut chiamato per Leonard che prende vantaggio e attacca con qualità l’area dei Warriors lasciata scoperta dal primo movimento.

 

Il vero motore di questi Clippers però rimane senza dubbio Kawhi Leonard. Con il numero 2 in campo i Clippers da dicembre vantano un record di 24-4 e un net rating di 10,1. Leonard in questa stagione sembra infallibile, una perfetta macchina costruita per fare canestro: 45% da 3 punti su più di 5 tentativi a partita e 51% complessivo. Numeri rari da vedere, specialmente se consideriamo che più del 25% del suo gioco deriva da situazioni di isolamento fronte a canestro o post-up, situazioni preferite da una difesa in quanto più facili da marcare. Kawhi in questo momento non è arginabile: i suoi canestri hanno un coefficiente di difficoltà estremo e i diretti marcatori possono fare ben poco.

I Clippers attualmente sembrano una macchina perfetta. Sappiamo tutti delle differenze abissali che ci sono tra regular season e playoff e soprattutto di quanto sia difficile traslare un gioco fatto di isolamenti quando la posta in palio si fa più seria (i Clippers sono primi senza discussioni in questa classifica). Se coach Lue riuscirà a esaltare l’aspetto corale del suo quintetto, allora saranno ben poche le squadre in grado di tenere testa a questo roster nella Western Conference.

 

LA Lakers — 5 ½

Se Atene se la ride e se la gode, lo stesso non possiamo dire di Sparta. I Lakers, se non fosse stato per il momento di gloria vissuto con la vittoria dell’In Season Tournament, sarebbero protagonisti di una delle stagioni più anonime degli ultimi anni. In questo caso però, non è un silenzio e una calma come quella che stiamo percependo in casa Nuggets. No, per niente. È una situazione dettata dalla mediocrità in cui si sta lentamente adagiando la franchigia: fa sorridere parlare di mediocrità con LeBron e Davis in squadra ma tale è lo stato dell’arte.

I Lakers sono medi: 114 di offensive rating e 114 quello difensivo, tutto perfettamente bilanciato. Non hanno picchi o lacune incredibili in nessuna situazione di gioco e anche i giocatori inizialmente chiamati a una stagione di conferma o definitiva esplosione (su tutti Austin Reaves), stanno rendendo nella media. Un gruppo che fonda ancora le sue sicurezze sui due totem ma che non ha assolutamente le carte in regola per ambire a un lungo percorso ai playoff.

 

Memphis Grizzlies — SV

Per Memphis stagione da senza voto. Sarebbe troppo indelicato infierire ancora di più sulla franchigia più sfortunata della lega, come non ha senso andare a fare ricerche di qualsiasi tipo (statistiche o tattiche che siano) per una squadra che sembrava avviata a diverse annate di successo. Memphis era chiamata a una stagione di ben altro livello (45,5 l’over/under a inizio stagione secondo Las Vegas), in grado di lottare agilmente per un posto diretto ai playoff.

Messo in preventivo un inizio di campionato tribolato per la squalifica di 25 partite ai danni di Ja Morant, in Tennessee di certo non si aspettavano la miriade di infortuni che ha falcidiato il roster per tutta la regular season, costringendo a quintetti sempre rivisitati e mai nei piani di coach Jenkins. L’unica nota lieta è la ritrovata stabilità di Jaren Jackson: il talento ex Spartans non sta brillando complice anche la palude tecnica intorno a lui ma, con appena 5 partite saltate, sembra aver ritrovato sicurezze dal punto di vista fisico.

 

Minnesota Timberwolves — 9 ½

Comunque vada sarà un successo. Si perché la stagione di Minnesota è forse la nota più lieta e soprattutto inaspettata di questa regular season. Il grande architetto dietro questa enorme svolta è sicuramente coach Finch. Partendo da un roster rimasto praticamente invariato rispetto all’anno scorso, è riuscito a dare stabilità a un gruppo che ha solo in Edwards un talento cristallino e generazionale (Towns troppo discontinuo per essere considerato tale). Come ogni casa ben costruita, anche qui il lavoro è cominciato dalle fondamenta, riorganizzando da zero una strutturazione difensiva. Attualmente Minnesota è senza discussione alcuna la migliore difesa della lega, primato che permette di sopperire ai problemi generati da qualche passaggio a vuoto in un attacco non sempre brillante. Un difensive rating di 108,2 – ben 7 punti migliore della media di lega, un valore che solo 12 squadre nella storia sono riuscite a superare.

Il quintetto in questo senso è perfettamente assortito. Jaden McDaniels – il più serio candidato al DPOY – ha dimensioni e fisicità da ala grande a cui abbina un atletismo e mobilità laterale da guardia: un mix che permette al numero 3 di accoppiarsi praticamente con qualsiasi stella avversaria, di fatto cancellandola dal campo.

Le statistiche dei giocatori avversari divisi sui tre ruoli, quando marcati da McDaniels.

 

I T-Wolves, quando si tratta di difendere sulla palla, possono contare anche su Edwards: una rarità – soprattutto nella NBA moderna – che una superstar si applichi così tanto difensivamente, soprattutto in questo momento della stagione. Il prodotto di Georgia però non fa troppi calcoli: spesso accetta l’1 contro 1 contro il palleggiatore avversario e quasi sempre ne esce vincitore: non a caso è nel 95° percentile nel difendere possessi in isolamento, concedendo appena 0,58 punti per possesso. Un pacchetto di esterni che viene completato da due veterani come Conley e Anderson, estremamente diversi per caratteristiche e dimensioni ma molto simili per quanto riguarda letture e capacità di interpretare al meglio le situazioni, e da Alexander – Walker altra arma fondamentale per garantire a Finch l’estrema intercambiabilità contro i pick ‘n roll avversari.

Il clinic di Minnesota contro Banchero: soluzioni difensive sempre diverse con tutti i giocatori switchabili e una grande densità lato palla a scoraggiare qualsiasi tipo di attacco al canestro.

 

Una difesa che funziona perfettamente sul perimetro e che non è da meno dentro l’area. Avere Gobert che cancella qualsiasi tipo di dubbio e incertezza dà una grossa mano. Non scopriamo di certo ora l’incredibile utilità del francese, che per posizione del corpo, tempismo sulla palla e capacità di tenere palleggiatore e rollante allo stesso tempo è da anni un élite NBA (40% concesso agli avversari nel pitturato). Tuttavia c’è un aspetto della sua difesa che quest’anno viene ancora più esaltato.

Grazie a compagni così atletici, in grado di portare aiuti molto competenti sul lato debole e la presenza quasi costante di un secondo lungo in quintetto (Towns o Naz Reid per esempio), Gobert può permettersi anche uscite molto forti sul perimetro per intrappolare i palleggiatori avversari oscurando le linee di passaggio con la sua immensa apertura alare. Insomma Minnesota non ha praticamente mai l’area scoperta (i numeri sulla difesa del pitturato non mentono) e gli attacchi avversari devono ricercare inevitabilmente soluzioni alternative. I T-Wolves sono la squadra che concede più tiri dal mid range, la soluzione meno efficiente di tutte.

 

Minnesota è la classica dimostrazione che non servono per forza i super team per competere ad alti livelli e disputare stagioni positive. La presenza di giocatori non talentuosi ma efficaci e tutti sulla stessa lunghezza d’onda è la chiave di questo grande successo. Manca forse un po’ di profondità per ambire a qualcosa di grosso e la paura che tutto possa andare a rotoli è ancora radicata nell’animo dei tifosi (come dargli torto, visto il passato), tuttavia, dopo 55 partite giocate, non possiamo certo parlare di casualità.


 

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Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda