Il pagellone della Western Conference – Parte 2

Chiudiamo questa lunga settimana in cui abbiamo preso in rassegna tutte le squadre NBA, con la seconda e ultima parte dedicata alla Western Conference.

 

New Orleans Pelicans — 8

Dopo un inizio normale e nella media (record di 9-9 a fine novembre), i Pelicans hanno alzato i giri del motore e sono diventati una delle squadre più temibili a Ovest con un solidissimo 33-22 che attualmente vale il quinto posto. La qualità principale di questo gruppo è sicuramente la profondità: sono ben 13 infatti i giocatori che, con un numero significativo di partite giocate, vanno in doppia cifra come minuti di utilizzo. Questo permette rotazioni molto più larghe e la possibilità per coach Green di preservare le proprie stelle.

Chi sta beneficiando maggiormente di questa gestione è sicuramente Zion Williamson. L’ex Duke infatti ha ridotto sensibilmente il suo minutaggio (al momento sono 30 di media), a favore di una brillantezza forse mai vista dal suo approdo in NBA. Zion non è mai stato così in forma e lucido nel gestire l’attacco di una squadra che lo sta mettendo nelle condizioni migliori possibili per rendere al meglio. Il numero 1, a differenza delle passate stagioni in cui spesso era ingabbiato in attacchi statici con le difese parecchio concentrate su di lui, quest’anno si trova ad agire molto più “nel flusso”, con ricezioni dinamiche e aree più aperte. Impressioni di campo che sono confermate anche dalle statistiche.

Attualmente per punti generati da situazioni di penetrazione Zion è davvero in buona compagnia.

 

Zion è una minaccia e un pensiero costante per le difese avversarie. La sua straordinaria coordinazione gli permette di palleggiare come una guardia e generare pochissime palle perse, con una gestione molto competente del pick ‘n roll (da portatore di palla, situazione giocata il 18% delle volte con 1 punto per possesso generato – non male davvero). Una gestione che spesso apre le porte del ferro: una volta presa velocità e guadagnato mezzo passo sul diretto marcatore, sono ben pochi a poter contrastare quella combinazione di fisico e agilità (secondo solo a Giannis per conclusioni prese e realizzate nella restricted area).

I Pelicans in sintesi funzionano, sono una squadra che ha trovato un grande equilibrio in attacco (cosa non semplice vista la non immediata compatibilità Williamson-Ingram) e un’ottima solidità difensiva. Su questo lato del campo, il giocatore che si è rivelato essere decisivo è senza dubbio Herb Jones. Il prodotto di Alabama è il prototipo del difensore versatile, capace di marcare chiunque, che va tanto di moda in questo periodo in NBA. Jones è come Mr. Wolf di Pulp Fiction, risolve problemi.

Non importa se il portatore di palla avversario sia Tyrese Maxey, Paul George o addirittura Towns, i Pelicans sanno di avere un asso nella manica in grado di poter accoppiarsi con chiunque. Tutto questo è possibile grazie a uno straordinario controllo del corpo che gli permette di contenere gli avversari commettendo in proporzione pochissimi falli (sono appena 3,5 i fischi contro di lui ogni 36 minuti, un’inezia se si tiene in considerazione la mole del suo lavoro difensivo).

I Pelicans sono una piacevole conferma, non scontata visto l’ottimo livello raggiunto già l’anno scorso. Tuttavia devono fare i conti con una concorrenza spietata nella Western Conference: rischiano di essere una bellissima realtà destinata tuttavia ad arenarsi al primo turno di playoff. Forse in estate potrebbe essere arrivato il momento di sacrificare questa grande – a tratti eccessiva – profondità per aggiungere il pezzo decisivo per diventare almeno una seria pretender (difficile raggiungere lo status di contender) al titolo NBA.

 

Oklahoma City Thunder — 9

Uno scintillante nove per questi Thunder che stanno bruciando le tappe di un percorso di crescita che in pochi si aspettavano essere così rapido ed esponenziale. Sicuramente l’aggiunta di Holmgren e l’anno di esperienza in più maturato da Shai, Jalen Williams e compagni facevano presupporre un aumento del numero di vittorie (40 lo scorso anno), ma così siamo andati oltre ogni più rosea aspettativa. OKC è competitiva e attrezzata su entrambi i lati del campo (quarto miglior attacco e quarta miglior difesa).

Partiamo dalla metà campo offensiva, dove tutto parte da Shai. Il canadese è fantastico con palla in mano nel mettere grande pressione alle difese avversarie. La sua combinazione di forza e tecnica gli permettono di battere quasi sempre il marcatore, generando un vantaggio costante per sé e per i compagni, con la possibilità di tirare in testa praticamente a chiunque. L’accoppiamento con Holmgren è perfetto, con il rookie in grado di generare spacing con il suo 39% da 3 punti e allo stesso tempo di garantire un bersaglio sicuro all’interno del dunker spot.

Non solo Shai, ogni giocatore dei Thunder è perfettamente coinvolto nell’attacco: una serie vorticosa di penetra e scarica in cui tutti sono partecipi fino al termine dell’azione.

 

In un contesto del genere, con un attacco così fisico e intenso, chi sta beneficiando della situazione è Jalen Williams. J-Dub, ovviamente non ha i tocchi e la centralità offensivi di Shai, tuttavia si sta ricavando un ruolo fondamentale negli equilibri di squadra come dimostra il suo 23% di usage. Il numero 8 è diventato un’autentica sentenza dalla lunga distanza, con un clamoroso 45% su più di 3 tentativi a partita, una cifra che stupisce ancora di più se pesata con il 35% della scorsa stagione. Una pericolosità dall’arco che apre infinite soluzioni offensive. Sfruttando la particolare cura che le difese devono adottare nei close out, Williams riesce a penetrare e trovare linee pulite verso il canestro, rispecchiando a pieno le volontà tattiche di coach Daigneault, facendo sempre la scelta giusta.

Spesso giocatori con queste caratteristiche non sono dei fini lettori del gioco, bravissimi a creare per sé stessi ma carenti nel gioco di squadra. Williams invece aggiunge al pacchetto anche un’ottima capacità interpretare quanto la difesa concede, come dimostrano i quasi 5 assist a partita a fronte delle poche palle perse. In sintesi è il perfetto terzo violino, poco rumoroso ma sempre affidabile e efficace, capace all’occorrenza di togliere le castagne dal fuoco nei momenti di appannamento dei primi due (da isolamento, 1,09 punti generati per possesso).

 

Il vero elefante nella stanza rimane il quinto elemento della rotazione, quel Josh Giddey che tanto ha fatto parlare per le sue avventure fuori dal campo. L’australiano non è un buon tiratore, non è un atleta straordinario e molto spesso risulta fuori contesto nella strutturazione dei Thunder. Il suo unico pregio, l’aspetto che per il momento gli garantisce la titolarità in quintetto è la visione di gioco: Giddey è di gran lunga il miglior passatore in squadra. Siamo sicuri però che sia effettivamente quello di cui i Thunder hanno bisogno? Nella squadra di Shai, potrebbe aver molto più senso dare minuti a Isaiah Joe e al suo 42% dalla lunga distanza. Lo dimostra anche l’abisso che c’è tra i rating dei due quintetti.

Per adesso i Thunder funzionano: sono giovani, divertenti da vedere e tutti leggono la stessa pagina del libro. Vedremo se saranno necessari aggiustamenti netti, e magari dolorosi, per assicurarsi un lungo cammino ai playoff.

 

Phoenix Suns — 7

Montagne russe, questa è la descrizione migliore della stagione nella Valley of the Sun. Una squadra che ha fatto parecchia fatica a ingranare (14-15 il record al 25 dicembre), complici soprattutto gli infortuni. Il quintetto titolare nella mente di coach Vogel (che oltre ai big three vede in campo Nurkic e Grayson Allen) è sceso in campo solo 19 partite, ragione principale dell’inizio molto incerto di Phoenix. I Suns hanno cominciato il campionato con parecchi dubbi e poche certezze e il record di 14-15 sotto Natale è stata la cartina di tornasole perfetta per una squadra che ha fatto molta fatica a trovare identità e continuità.

Nelle ultime 25 partite la musica è cambiata, con il gruppo che sta cominciando ad alzare i giri del motore in vista della post season: Phoenix non è una squadra che basa i suoi successi su una difesa blindata come altre squadre di cui abbiamo già parlato. Con una potenza di fuoco del genere basta semplicemente trovare la via del canestro. Facile a dirsi, difficile a farsi. Comunque i numeri sono confortanti, con un offensive rating in costante crescita e miglioramento (dal 25 sono ben 120 i punti generati per 100 possessi). Beal e Durant stanno conducendo una stagione “normale”, con l’ex Washington in particolare alla costante ricerca del ritmo e della brillantezza delle passate stagioni.

Il prodotto di Kentucky non sta ovviamente mantenendo l’efficienza irreale degli scorsi playoffs (ricordate i canestri impossibili nella serie contro Denver), tuttavia sia sta confermando per l’ennesima stagione come una delle macchine da canestri più letali dell’intera NBA. Booker nei tiri dal palleggio è secondo per tentativi solo a Doncic con 11 tentativi a partita, realizzati tuttavia con percentuali molto migliori rispetto allo sloveno: 45% generale con il 35% limitato alle conclusioni da 3 punti – un’ottima cifra considerando il coefficiente di difficoltà. L’aspetto in cui il numero 1 fa veramente la differenza però è la gestione del pick ‘n roll. Da palleggiatore Booker è nel 91° percentile della lega con 1,08 punti generati a possesso, mostrando in generale una maturità raggiunta nella lettura di tempi, spazi e opzioni concesse dalle difese.

I migliori realizzatori dal mid range della NBA

 

In questa particolare situazione, la guardia di Phoenix è bravissima a inserirsi nella terra di mezzo rappresentata dal mid range, una zona di campo che le difese NBA in questo periodo storico tendono a lasciare più scoperta a favore di una maggiore aggressività in area e sul periodo. Booker con la sua grande capacità di generare canestri, va a nozze con questa decisione.

Sui Suns ha poco senso dare un giudizio approfondito, d’altronde la sensazione è che non abbiamo ancora visto niente. Il voto è più sulla fiducia che per quanto fatto vedere in campo. Il loro vero potenziale per mille motivi non è ancora stato espresso. Siamo tutti molto curiosi di capire se ai playoffs ci sarà lo scatto decisivo per ambire a qualcosa di grosso.

Portland Trailblazers — 5

Stagione difficile quella di Portland, non che in Oregon a inizio campionato ci si aspettasse qualcosa di meglio di quanto fatto vedere fino ad ora. La dirigenza va premiata sicuramente per essersi finalmente tolta dal grosso impasse dal quale non sembrava trovare via d’uscita. L’addio di Lillard è stato sì doloroso per tutto quello che ha rappresentato per la franchigia, ma è stato anche – e soprattutto – un male necessario per ripartire e ricominciare il ciclo naturale di rebuilding che prima o poi tutti i team NBA devono subire. I Blazers devono avere pazienza e non bruciare le tappe. Storicamente non sono una franchigia in grado di attirare grandi free agents (anche se ormai sappiamo come la geopolitica in lega sia molto aleatoria rispetto a qualche anno fa) e l’obiettivo principale deve essere il draft e lo sviluppo dei giovani.

In questa ottica, dopo un inizio di stagione più che incerto, Scoot Henderson sta trovando la sua zona di comfort. Il rookie, probabilmente per la troppa pressione legata al suo approdo in lega, non aveva di certo impressionato, con una selezione di tiro più che discutibile e un’efficienza quanto meno sospetta, a tal punto che molti dopo appena una ventina di partite gli avevano già affibbiato l’etichetta di bidone. Il vento è decisamente cambiato: con lui in campo l’attacco dei Blazers viaggia con un rating di 118 nelle ultime 15 partite e i numeri sono in netta crescita. Non potrà sicuramente ambire al premio di Rookie of the Year come molti pronosticavano, tuttavia sta mettendo mattone dopo mattone le basi per una solidissima carriera NBA.

Henderson è parecchio coinvolto nell’attacco di Portland anche senza palla in mano. Qui una situazione molto giocata in cui porta un blocco valido per l’attacco dell’area di Grant.

 

Il voto per i Blazers non può essere sufficiente perché il record è abbastanza lapidario (15-39) e non ci sono stati exploit clamorosi (anzi i dubbi su Billups allenatore sono più che fondati). Tuttavia siamo all’anno zero e la prospettiva di un netto miglioramento negli anni a venire non sembra una chimera. Bisognerà fare bene i compiti a casa, senza la fretta di tornare ai livelli di cinque anni fa immediatamente.

 

Sacramento Kings — 6

Il voto per i Kings non può non essere sufficiente (e ci credo, con una stagione al 57% come lamentarsi, specialmente considerando i protagonisti in questione), tuttavia è un giudizio che non va oltre il 6. Sì perché rispetto alla stagione scorsa non c’è stato un miglioramento, neanche minimo. I Kings ormai  sono una solida realtà nella Western Conference, un gruppo giovane e molto competitivo, però il rischio di diventare una squadra della media borghesia e stop è molto alto. Per carità, fino a tre stagioni fa chiunque nella capitale californiana avrebbe messo la firma per una situazione del genere. Tuttavia i tifosi per natura sono degli ingordi patologici e fatta la bocca buona a un certo tipo di rendimento, ci si aspetta ogni anno un passettino in avanti.

Sacramento come detto sta conducendo una stagione da squadra media, per quelli che sono i parametri dell’Ovest, ovviamente. Vince le partite contro le squadre con cui è favorita e viceversa perde quelle con roster più attrezzati (fatto salvo per la doppietta contro i Nuggets). Un roster che al momento non ha dei picchi particolari, anzi fatica terribilmente a trovare continuità di rendimento, in un calendario che non li ha visti vincere solo almeno 4 partite consecutive delle ultime 40.

In un contesto parecchio appiattito, Sabonis sta conducendo una stagione irreale, da serio candidato MVP. Non c’è troppa pubblicità sul suo rendimento e la convocazione per l’All Star Game non è arrivata (i soliti americani), ma i numeri sono storici. Primo in NBA per triple doppie a referto, primo per rimbalzi a partita, sesto per assist e top 5 nella corsa al premio di miglior giocatore.

Tutto a Sacramento ruota intorno al numero 10, a partire dall’attacco. Non facciamoci ingannare dal 22% di usage (di solito giocatori con questa gravità viaggiano intorno al 30%), per i Kings Sabonis è l’elemento fondamentale di una fase offensiva che sta rendendo più o meno come la stagione incredibile dell’anno scorso. Peccato che la NBA oramai sia una macchina che procede a velocità folli, rendendo i numeri dell’anno scorso normali per quello in corso.

I Kings non rappresentano più una novità a Ovest e fare un pronostico è estremamente difficile in una Western Conference così soggetta a rimescolamenti. L’ultima parte di stagione sarà decisiva per capire davvero gli obiettivi di un roster per adesso a metà del guado.

 

 

San Antonio Spurs — 5 ½

Dagli Spurs ci si aspettava una stagione del genere. Sono i finiti i tempi dei sorrisi e delle vittorie, ora, al grido di perdere e perderemo, i texani si avviano alla loro quinta stagione consecutiva con record al di sotto del 50%. Tuttavia, rispetto alle annate passate, gli Spurs hanno dalla loro un’arma in più per il futuro. 2,24 mt di altezza, 2,43 mt di apertura alare ed è francese. Wembanyama dopo un inizio al rallentatore sta piano piano capendo le dinamiche NBA ed è pronto a dominare. Per citare l’ultima delle sue prestazioni degne di nota, a Toronto è riuscito a registrare una tripla doppia con le stoppate (dai tempi di David Robinson che un rookie non chiudeva una linea statistica del genere).

Wemby è migliorato sensibilmente, soprattutto nella gestione del suo fisico. In appena mezza stagione nella NBA sembra aver capito come approcciare gli avversari più esperti di lui, usando molto meglio il corpo e le lunghe leve: i falli per partita – con un numero di minuti praticamente rimasto invariato – sono scesi dai 2,5 delle prime 20 partite agli 1,7 delle ultime 20. Diminuzione dei fischi contro di lui che non è coincisa con un approccio più soft, anzi.

Il francese è un deterrente costante per gli attacchi avversari e qualsiasi situazione difensiva che lo coinvolga molto spesso non si conclude con un canestro avversario: il defensive rating degli Spurs con lui in campo si attesta sui 112 punti subiti per 100 possessi, per aumentare a 120 nei possessi in cui è seduto in panchina. Questo grazie alla quantità di campo che riesce a coprire: avere un lungo che contemporaneamente riesce a coprire il penetratore e contestare una conclusione sullo scarico è un lusso che poche difese possono vantare.

In Texas c’è un enorme cartello con scritto work in progress e Pop, come un vero scienziato, sta facendo esperimenti – più o meno pazzi – per cercare di costruire il core migliore possibile intorno a questo freak generazionale. Parzialmente accantonata l’idea di Sochan playmaker, San Antonio sta cercando di capire il reale valore di Vassell e Keldon Johnson. Trattandosi degli Spurs la fiducia è praticamente obbligatoria, occhio però ai passi falsi.

Utah Jazz — 6

I Jazz hanno avuto il loro momento di gloria tra dicembre e gennaio con un record di 15-4 in questa finestra. Sembrava poter essere la spinta per avanzare una solida candidatura per un posto al play-in, ma tutto si è rapidamente sgonfiato e Utah è ritornata in zone di classifica più pronosticabili a inizio stagione. Voto appena sufficiente per una squadra che poco di interessante ha fatto vedere in questo inizio di stagione. Markkanen, con i suoi 23 punti di media e il 40% da 3, sta dimostrando come Salt Lake City sia un po’ riduttivo come contesto e le voci di trade che coinvolgerebbero il finlandese sono tutt’altro che sporadiche. I Jazz non sembrano aver trovato un equilibrio a un roster molto sbilanciato nel backcourt.

 

Con i tre lunghi in campo i numeri sono impietosi, soprattutto difensivamente, e il mediocre rendimento a rimbalzo rende tutto ancora meno sostenibile. In estate ci aspettiamo grandi movimenti nello stato dei mormoni perché, stando così le cose, il rischio di regredire da situazione anonima a contesto disperato è molto alto.

Menzione per il rookie Keyonte George. Coach Hardy sta alternando con lui il classico bastone e la proverbiale carota, un trattamento che sembra far bene a un ragazzo su cui c’era più di qualche dubbio, soprattutto legato a un fisico non esattamente NBA ready. I numeri probabilmente non sono da primo quintetto rookies, tuttavia una minima base di sviluppo sembra essere convincente. Utah è il contesto ideale per crescere con calma, senza pressioni e lontano dai riflettori.

 


 

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Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda.