Nba, il pagellone della Eastern Conference – Parte 2

Abbiamo passato sotto la lente otto squadre della NBA fino ad ora e, a parte qualche caso isolato, il voto medio non è di certo esaltante. Tuttavia questa seconda parte promette molto bene, grazie ai team che più di tutti hanno sorpreso con rendimenti al di sopra delle aspettative.

 

Indiana Pacers — 7

Indiana, dopo un inizio di stagione estremamente convincente (record di 23-15 e finale dell’In Season Tournament) ha avuto un fisiologico assestamento. D’altronde il modo di giocare dei Pacers è difficile da sostenere nel lungo periodo. I gialloblù sono la seconda squadra per pace della NBA (primi tra quelli che contano visto che il gradino più alto del podio è occupato da Washington), con un Offensive Rating irreale (120,7) grazie alla leadership di Haliburton.

Coach Carlisle ha investito di pieni poteri il suo numero 0 e Tyrese non ha deluso le aspettative, anzi. Con un rapporto assist-palle perse di 4,88 (dato incredibile, tra i più alti della storia), Haliburton guida un attacco che ha come principale obiettivo quello di non far schierare le difese avversarie. Non parliamo più di seven second or less, possiamo anche abbassare i secondi a five o four.

I Pacers sono secondi per penetrazioni a canestro (56,1 a partita) e primi per conclusioni generate da giocate in transizione; niente di così sorprendente, basta vedere una sola partita e lo spartito tattico è evidente. Un attacco che tuttavia non è supportato da una difesa competente: i Pacers sembrano quasi infastiditi dal giocare nella propria metà campo, un noioso intermezzo prima di sfogarsi in attacco.

Le percentuali concesse agli avversarsi: sia nel pitturato che dal mid-range, Indiana è parecchio generosa con le squadre che affronta.

 

Il progetto comunque sembra avere un linea ben definita, con un gruppo perfettamente costruito intorno a una chiara filosofia. In quest’ottica l’aggiunta di Siakam rappresenta un ottimo fit. L’ex giocatore dei Raptors questa estate andrà rinnovato (e anche con cifre pesanti – non una prospettiva così allettante) ma rappresenta il classico quattro estremamente fisico e con capacità di playmaking, perfetto per integrarsi con Haliburton.

I Pacers hanno decisamente bruciato le tappe (in pochi si aspettavano questo gruppo così pronto già quest’anno) ma difficilmente faranno strada ai Playoff con una difesa così debole. Tuttavia il solco è stato tracciato e saranno da valutare con estrema attenzione negli anni a venire.

 

Miami Heat — 6

Onestamente sugli Heat c’è poco da dire. Non che nelle regular season passate ci sia stato tanto materiale da approfondire. Miami come ogni anno sta conducendo una prima parte di stagione senza troppo rumore, anzi completamente in sordina. Gli Heat storicamente non hanno la fretta o la pressione di raggiungere le prime quattro posizioni e strappare il fattore campo quantomeno al primo turno e questa mancanza di urgenza si riflette con il ritmo in campo (quart’ultimi per pace).

Vorrei portare all’attenzione statistiche ricercate, in grado di descrivere la stagione. Miami non eccelle in niente e non ha delle lacune così evidenti da essere segnalate, gli Heat stanno semplicemente aspettando aprile. Non vi rubo altro tempo, andiamo avanti. Ah dimenticavo, come al solito hanno trovato giocatori perfetti da integrare nel loro sistema: stagione molto convincente di Jaime Jaquez.

 

Milwaukee Bucks — 6 ½

Ecco, i Bucks hanno offerto decisamente più spunti. Il voto per Milwaukee è forse il più difficile da dare ad Est. Una squadra con un record di 35-21, che oscilla tra il secondo e terzo posto (obiettivo perfettamente in linea con quanto pronosticato ai nastri di partenza) è difficile da giudicare con una valutazione insufficiente però, per quanto visto dentro e fuori dal campo, questi primi mesi sono tutt’altro che positivi.

Giannis è apparso parecchio nervoso fin dalle prime uscite stagionali e la grottesca polemica per ottenere il pallone nella partita dei 64 punti contro i Pacers, è solo la punta dell’iceberg. I Bucks non sono mai sembrati sulla stessa lunghezza d’onda del loro (ex) coach Adrian Griffin e lo scarso impegno profuso nella metà campo difensiva è stato ai limiti del ridicolo.

Certo, passare da uno dei migliori difensori sugli esterni come Jrue Holiday a Lillard ha creato non pochi grattacapi soprattutto nella gestione del pick ‘n roll, aspetto in cui i Bucks eccellevano nelle stagioni passate. I cerbiatti sono nel 10° percentile nel difendere il palleggiatore, in compagnia di Pistons, Grizzlies e Pacers.

Un bel possesso difensivo dei Bucks, ottime rotazioni on/off the ball, con tutti i giocatori coinvolti e Giannis da protettore del ferro. Cosa manca? Ah si, Lillard e Lopez

 

Altro spiegazione al cattivo rendimento difensivo dei Bucks è la stagione sotto tono di Lopez. Il centro è stato per anni il migliore interprete NBA della difesa drop sui pick ‘n roll, capace di tenere costantemente gli avversari ben al di sotto del 60% con le conclusioni da meno di 5 piedi.

Quest’anno per la prima volta dalla stagione 17/18, il dato è salito a 62,3%. complice anche una difesa perimetrale tutt’altro che solida. I Bucks hanno provato a dare una sferzata all’ambiente mettendo al timone Doc Rivers (scongelato per l’occasione con un quadriennale da 40 milioni di dollari) ma l’inversione di rotta al momento non c’è stata. Sarà fondamentale l’All Star Break per cercare di capire quali siano le vere potenzialità di un gruppo che al momento non sembra avere le carte in regola per impensierire i Celtics nella corsa all’Est.

 

New York Knicks — 9

Con i Cavs, i Knicks sono la grande rivelazione della stagione e proprio come Cleveland il grande salto di qualità è coinciso con l’avvento del 2024 (16-4 dal 1° gennaio, se escludiamo la recentissima flessione causa infortuni). Il segreto dei Knicks risponde a un nome e un cognome: Jalen Brunson. Tutto a New York ruota intorno al numero 11, una situazione non così scontata e banale: considerando la franchigia di cui stiamo parlando, il rischio del one season wonder dell’ex Dallas e il tracollo stile Titanic della squadra, erano uno spettro ben presente a inizio stagione nella mente dei tifosi.

Per fortuna l’aria nella Grande Mela è cambiata e i Knicks sembrano fare le cose per bene. L’aggiunta di Anunoby con il sacrificio di Barrett è stato un colpo rischioso ma, con il senno di poi, vincente e i tasselli aggiunti in deadline (Bojan Bogdanovic e Burks) sono i profili perfetti per l’idea di basket di Thibs.

Brunson è il leader tecnico indiscusso della squadra, il giocatore su cui ruota tutto l’attacco capace di trovare sempre una soluzione per fare canestro. La fase offensiva dei Knicks non è la più avvincente o stimolante da osservare però è efficace ed è in grado di esaltare tutti i suoi interpreti. L’esempio più lampante è la totale esplosione di DiVincenzo: spostato in quintetto base, il prodotto di Villanova ha alzato la sua produzione a 16 punti di media con il 42% dalla lunga distanza, con una presenza fisica ed emotiva in grado di trascinare i compagni anche nei momenti di difficoltà.

Senza i titolari, in piena rimonta Grizzlies a fine partita, non c’è da aver paura. Ci pensa Donte a prendere e segnare i tiri pesanti.

 

I Knicks funzionano e sono belli da vedere perché sono un gruppo estremamente fisico, che gioca con intensità massima ogni possesso, punendo la minima distrazione offensiva degli avversari. Sono la migliore squadra a rimbalzo della lega (primi per percentuali di rimbalzi catturati, 53,3%), un dato sorprendente vista la lunga assenza per infortunio di Mitchell Robinson. Il centro dei Knicks, nelle 21 partite giocate, si è rivelato senza alcun dubbio il miglior rimbalzista offensivo della NBA e nonostante il suo stop New York è riuscita a mantenere alto il rendimento sotto i tabelloni.

Il merito è principalmente dell’inaspettato ruolino di marcia di Hartenstein: il tedesco sta giocando la stagione della vita con prestazioni da autentica stella. Usato sia per smistare palloni dal gomito a servire i taglianti sia da bloccante puro, I-Hart è uno dei segreti di questi Knicks (peccato che andrà rifirmato in estate e la sensazione è che – giustamente – batterà cassa).

Come tutte le storie che coinvolgono New York, c’è però un grosso ma, un enorme nuvolone nero che incombe sopra l’Empire State Building. Il roster in teoria sarebbe molto profondo e attrezzato per i playoff – con tutti sani sono almeno dieci gli effettivi in grado di poter dare un discreto apporto quando il gioco si farà più duro – tuttavia la realtà dice ben altro. Vuoi per le rotazioni da sergente di ferro che Thibodeau sta imponendo ai suoi fin dalla prima partita, vuoi per la sfiga che ci vede benissimo, New York non è ancora riuscita a trovare continuità tecnica con un quintetto titolare che rispecchiasse quanto ipotizzato sulla carta.

C’è ottimismo per il ritorno di Mitchell Robinson e Anunoby dopo la pausa per l’All Star Game, approfittando del finale di regular season per riprendere ritmo. Più delicata invece è la questione legata a Julius Randle: le condizioni della spalla del numero 30 non sono così chiare e verranno rivalutate solo verso fine febbraio.

Una presenza, quella dell’ex Lakers, particolarmente scomoda visto il suo modo atipico (per rimanere il più diplomatici possibile) di interpretare la fase offensiva, con azioni personali colpevoli di mandare troppo spesso fuori ritmo i compagni. Sarà la variabile più delicata da gestire ai playoff. Assisteremo a una situazione grottesca come l’anno scorso con panchinamenti forzati perché incapace di reggere il campo oppure vedremo un Randle più inserito nel contesto di squadra? C’è poco da illudersi, più probabile la prima opzione.

 

Orlando Magic — 8

I Magic stanno conducendo una grande stagione, ben al di sopra delle attese. Ad ottobre l’over/under di vittorie previste era a 37,5, attualmente sono 30 ed il record è ampiamente positivo. Solo una seconda parte di stagione disastrosa potrebbe far precipitare la valutazione sulla franchigia della Florida. Orlando deve il suo successo principalmente alla difesa, un fattore costante in tutte le squadre a Est. Non ci sono vie di mezzo: o quintetti che difendono alla morte o squadre che si disinteressano della propria metà campo.

La difesa di Orlando è stata per diverse settimane (per non dire mesi), la migliore della NBA e al momento si assesta al quinto posto come Defensive Rating (112), lasciando pochissime triple agli avversari e mettendo grande aggressività sulle linee di passaggio (i Magic sono la squadra che concede meno assist).

La rotazione è molto profonda con i soli Wagner e Banchero a giocare più di 30 minuti a partita. Partendo dal backcourt, l’aggiunta di Bitadze è stata un gran colpo. Nella sua breve esperienza NBA il georgiano non ha mai goduto di molta credibilità ma ad Orlando si è decisamente trasformato, diventando un solidissimo giocatore in grado di stare in campo nei minuti decisivi e reggere i campi con giocatori più agili e veloci.

 

Proprio i due giocatori più impiegati, Banchero e Wagner, sono la punta di diamante del sistema difensivo. Giocando molto sull’intercambiabilità dei due, coach Mosley riesce a coprire benissimo la propria metà campo, costringendo gli avversari ad attacchi sterili in isolamento. Tutto questo è supportato da un frontcourt estremamente fisico in grado di sostenere la filosofia del cambio sistematico.

Su tutti spicca Jalen Suggs: la sua ferocia nel difendere sulla palla e la sua capacità di sporcare le linee di penetrazione sono preziosissime per facilitare il compito dei lunghi a protezione del ferro o in aiuto.

Altra nota lieta della stagione di Orlando è il rendimento di Jonathan Isaac. La sesta scelta del draft 2016 sembra finalmente aver risolto i gravi problemi fisici che lo hanno costretto dentro e fuori l’infermeria continuativamente per quattro stagioni e risulta uno dei migliori difensori della squadra. Con lui in campo, in 549 minuti di utilizzo, il rating difensivo dei Magic raggiunge il 100,7 – l’unico della squadra con questi valori con un numero adeguato di minuti giocati.

Orlando non ha un attacco stellare, è solo il 24° dell’intera NBA. I Magic non hanno una circolazione di palla pulita e i tiri generati non sono così efficienti (29esima per percentuale da 3 punti). Il concetto principale è portare grande pressione sul pitturato, sfruttando il fisico dei propri uomini spesso in grande vantaggio contro avversari più piccoli. Risultato sono una gran mole di liberi guadagnati ma convertiti con percentuali migliorabili: Orlando è terza in lega per liberi tentati ma solo 28esima per efficienza realizzativa. Diamo un voto in più rispetto ai Pacers per la sorpresa che ha portato in questo Est una franchigia che per anni ha languito nei bassifondi della classifica senza una vera direzione. Ora – analogamente ad Indiana – una direzione c’è e il core costruito, con qualche stagione in più alle spalle, sembra destinato ad annate molto solide.

 

Philadelphia 76ers — 7

6-14, questo il record di Phila senza Joel Embiid. Due numeri, uno dietro l’altro che bastano da soli per descrivere la stagione (e lo stato d’animo) nella città dell’amore fraterno.

Embiid prima dello stop stava conducendo una stagione storica, con una media punti per minuti giocati superiore anche a quella di Wilt Chamberlain. Solo l’infortunio lo vinse. Un ginocchio malconcio che lo costringerà ai box per le prossime 8 settimane, giusto in tempo per l’inizio dei playoffs: i dubbi sulle sue condizioni di salute a metà aprile sono più che ragionevoli.

La grande speranza della Eastern Conference è che il prodotto di Kansas per l’ennesima volta venga bloccato dal suo fisico, altrimenti sono ben poche le squadre in grado di portare una difesa credibile contro lo strapotere del 21.

Nota lieta della stagione dei Sixers è la conferma di Maxey: liberarsi di Harden per puntare tutto sull’ex Kentucky è stata una mossa coraggiosa rivelatasi vincente. Embiid e Maxey hanno dimostrato grande sintonia e compatibilità come rivelano le cifre con loro in campo.

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Maxey-Embiid, una delle coppie più riuscite della NBA di quest’epoca

 

Toronto Raptors — 5

Voto insufficiente per i Raptors per quanto fatto vedere sul campo, apprezzabili invece le scelte della dirigenza. Sì, perché Ujiri ha avuto il coraggio di fare quello che troppo spesso i GM in NBA non osano nemmeno pensare. Smantellare un roster tutto sommato discreto, sacrificando qualche viaggio ai playoff nelle stagioni a venire, a favore di una ricostruzione più ragionata, è una mossa che – specialmente in un mercato piccolo come Toronto – può mettere in discussione il proprio ruolo all’interno della franchigia.

In questo senso sono stati ceduti Anunoby e Siakam (entrambi in scadenza questa estate), evitando dei rinnovi parecchio onerosi che avrebbero intasato il cap e lasciato i Raptors in un limbo tutt’altro che felice. Contestualmente sono arrivati tre giocatori (Brown, Quickley e Barrett) che potrebbero essere ottime pedine per futuri scambi oppure solidi comprimari da cui ripartire. Un scelta netta, decisa, che farà sparire i canadesi dai piani nobili della classifica per un po’ di tempo, ma che nel medio periodo potrebbe rivelarsi vincente.

Tuttavia non stiamo valutando le scelte operate negli uffici – quello magari avverrà più avanti – per adesso ci limitiamo al campo. Quanto fatto vedere dai Raptors non è niente di speciale (19° attacco e 23° difesa) con una sola grande peculiarità: gli uomini di coach Rajakovic si passano tanto la palla, generando un attacco ragionato e con parecchi tocchi.

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In questo contesto si trova molto a suo agio Scottie Barnes, probabilmente alla stagione della definitiva consacrazione. Il numero 0 è perfettamente inserito nel ritmo offensivo e non ha nessun problema a ritagliarsi spazio per le sue conclusioni.

Alla terza stagione in NBA, Barnes ha fatto uno step ulteriore, rivelandosi l’uomo fondamentale per i Raptors

 

Malgrado la clip sia di inizio stagione, Barnes ha dimostrato una discreta attitudine a giocare spalle a canestro, cercando sempre il mismatch con giocatori più piccoli. I numeri non sono élite al momento (appena 0,89 punti per possesso generati in situazioni di post-up), ma è un fondamentale su cui poter lavorare e costruire un arsenale offensivo di tutto rispetto.

Voto dunque insufficiente per i Raptors per quanto di mediocre fatto vedere sul campo. Non avendo la propria scelta (peraltro ceduta a San Antonio in uno scambio – con il senno di poi – scellerato per portare Poeltl in Canada), ci si aspettava un atteggiamento più “vincente”, cercare di sviluppare qualcosa da questo core, invece quella che sta vivendo Toronto ha tutta l’aria di essere una stagione di transizione nell’attesa di capire cosa fare veramente da grandi.

 


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Di Lorenzo Bartolucci

Elegante mitomane stregato dalla scientificità del basket. Mi diverto a sputare sentenze su The Homies e Catenaccio, bilanciando perfettamente il mugugno ligure con l'austerità sabauda